Black Crowes

Non so come la pensiate voi, ma a me i Black Crowes sono sempre piaciuti moltissimo. Non fu quindi proprio un’intervista “di routine”, quella che quasi diciannove anni fa mi mise di fronte a Chris Robinson in un hotel di Via Veneto per parlare di Amorica, quel terzo album la cui copertina è un piccolo capolavoro di sobrietà. Fu una chiacchierata piacevolissima e, fesso che sono, ero talmente contento che mi dimenticai di scattare la foto-ricordo: dopo averlo realizzato stavo quasi per tornare indietro, ma lasciai perdere. “Vabbè, la farò la prossima volta”, pensai. Inutile dire che Chris Robinson non l’ho mai più incontrato.

Black Crowes copAmorica (American Recordings)
È una terra che non c’è, quella che i fratelli Robinson hanno battezzato Amorica. Un parto della fantasia che più o meno tutti – come la Neveland di Peter Pan – vorremmo un giorno incontrare lungo il nostro cammino per viverne le magiche atmosfere, gustarne gli intensi sapori, ascoltarne le fantasmagorie sonore. Nel mondo reale, però, l’Amorica esiste nel terzo album dei Black Crowes, che proseguono il loro viaggio nelle radici forti degli straordinari consensi ottenuti con Shake Your Money Maker (1990) e The Southern Harmony And Musical Companion (1992). Un’Amorica che sprigiona inebrianti aromi sudisti, avviluppando in un tenero e nel contempo saldo abbraccio blues, folk, soul, gospel e tutto (o quasi) ciò che dalle parti della Georgia, della Louisiana, del Tennessee o dell’Alabama è imprescindibile come l’aria o l’acqua; e restituendolo, ben amalgamato nello shaker dell’ispirazione, del sentimento e della policromia ritmica, sotto forma di canzoni prive di sbavature, impetuose come le piene del Mississippi e pacate come le nenie di un vecchio hobo.
Si propongono come perpetuatori delle tradizioni, i Black Crowes, come ideali portavoce di un qualcosa di troppo vero e importante per estinguersi. Creano senza inventare alcunché di inedito, seguendo le orme dei padri ma non trascurando di infondere nelle antiche leggende l’entusiasmo e l’esuberanza di un gruppo di giovani per i quali la musica è vita. Sarebbe un vero peccato se il loro messaggio, magari perché “conservatore”, estremamente raffinato nella forma e amplificato dalla distribuzione major, non raggiungesse i cuori di quei “rumoristi” – del cui appoggio, in verità, faremmo volentieri a meno – che si ostinano a considerare il rock in termini di compartimenti stagni.

Black Crowes fotoL’Amorica secondo i Black Crowes
Sebbene lontani dal mondo underground, i Black Crowes costituiscono ugualmente uno dei più brillanti esempi di gruppo roots-oriented oggi in circolazione. Al di là della distribuzione major, della levigatezza dei suoni e dei milioni di copie vendute, lo spirito dell’ensemble georgiano è quello giusto, come dimostrato da tre bellissimi album intrisi di genuini aromi e umori blues, gospel, country e soul quali Shake Your Money Maker, The Southern Harmony And Musical Companion e il recentissimo Amorica; nonché dagli appassionati discorsi del cantante Chris Robinson, da noi “catturato” in occasione di un suo breve soggiorno romano.
Definiresti i Black Crowes come una band roots?
Chiunque faccia uso di una classica strumentazione con chitarre, basso, batteria, tastiere e voce potrebbe essere etichettato così: dipende da cosa si intende per “radici”, perché nessuno detiene davvero i diritti sul termine. Comunque, sì, i Black Crowes sono una roots-band, visto che le nostre principali influenze sono il country, il bluegrass, il blues e anche il jazz e il funk. E naturalmente il rock’n’roll. L’ultimo album è più funk, punta più sul ritmo che non sulla melodia, anche nelle parti acustiche: Gone, per citare un titolo, è privo di una vera struttura chitarristica e vocale.
Comunque preferite la via della tradizione al tentativo di inventare qualcosa di nuovo.
Non so, è un concetto difficile da razionalizzare. Scriviamo canzoni in modo del tutto spontaneo, riflettendovi noi stessi e ciò che sentiamo dentro, e anche per questo le scalette dei nostri concerti, mai uguali l’una all’altra e ricche di lunghe improvvisazioni, seguono i nostri stati d’animo. Non ci poniamo il problema del nuovo o di ciò che può essere considerato tale: le nostre scelte non derivano dal cervello ma dal feeling, che certo è molto legato alla tradizione.
Una caratteristica, questa, comune a molti musicisti del Sud.
Sì, laggiu viviamo un po’ fuori dal tempo e dal gioco delle mode. Nel Sud blues, country e jazz sono la colonna sonora della vita, ti accompagnano dalla nascita: mio padre è un musicista folk, e da piccoli io e mio fratello Rich (il chitarrista del gruppo, NdI) andavamo a cantare il gospel in chiesa. Da noi le radici sono costantemente sotto i tuoi occhi e nelle tue orecchie: non puoi non accorgertene, anche se magari alcuni decidono di ignorarle.
Fin dagli esordi siete legati a una major. Non avete mai pensato, che so, di metter su una vostra etichetta?
In verità, no. L’essere nel grande giro non incide sul nostro pieno diritto di fare quello che vogliamo e il nostro lavoro non deve essere approvato da nessun discografico. Certo, la questione ha un’infinità di risvolti etici… le major vedono un disco in funzlone del guadagno, noi in termini di vita e di sentimento, ma poiché nel nostro caso le esigenze di entrambi sono appagate senza alcun tipo di compromesso, non siamo interessati a modificare la situazione.
Qual è, a tuo parere, il corretto approccio alle radici?
Non bisogna aver paura di scavare nel passato, non ce n’è ragione; il blues, per esempio, è una musica onesta e universale perché proviene dall’anima, e implica il dare una parte di te stesso a chi ti ascolta.
La nuova scena rock americana sembra guardare con più attenzione alle radici: voi, Jayhawks, Grant Lee Buffalo, oltre a band piu crude ed estremiste come ‘68 Comeback o Jon Spencer Blues Explosion…
Le mode vanno e vengono, ed è comprensibile che dopo anni di mistificazioni si desideri di nuovo qualcosa di genuino. Sai, la musica tradizionale non puo essere falsificata o contraffatta: chiunque è in grado di suonare una scala blues, ma suonare sul serio il blues è tutta un’altra faccenda. Se non hai un’anima, non puoi riuscire a far credere alla gente di possederla.
Tratto da Rumore n.33 del novembre 1994

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Categorie: interviste, recensioni | Tag: , | 3 commenti

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3 pensieri su “Black Crowes

  1. Pochissime band hanno una discografia di alto livello come quella dei Black Crowes. E dal vivo sono sempre una delle band migliori del mondo.

    Un piccolo omaggio al loro pezzo forse più famoso:
    http://conventionalrecords.wordpress.com/2012/09/26/45-45s-at-45-remedy-the-black-crowes-1992-2745/

  2. easter

    Concordo: non mi viene in mente un’altra band che su un palco sappia suonare “il rock” come loro. Il rock è questione spinosa. Saperlo suonare con credibilità è roba per pochi.

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