Warrior Soul

Difficile spiegarsi perché i Warrior Soul non siano diventati davvero famosi, perché avevano proprio tutto. Specie fra le fine degli ‘80 e i primi ‘90, quando alle loro spalle c’era addirittura la potentissima Geffen. Ho intervistato il loro leader, Kory Clarke, due volte, entrambe via telefono: la prima (questa) per Rumore, la seconda oltre otto anni dopo per il Mucchio, quando riuscii addirittura a fare ottenere al gruppo la copertina. In mezzo, un concerto al vecchio Circolo degli Artisti di Roma che ricordo come qualcosa di epocale.

Warrior Soul foto

Kory Clarke ha trent’anni. Con i suoi Warrior Soul sta scrivendo da quasi un lustro uno dei capitoli più originali e interessanti del nuovo hard rock americano, seguendo senza apparenti difficoltà l’intricato filo di Arianna che lo guida attraverso le labirintiche insidie del crossover. Un crossover totale che abbraccia generi diversissimi e che sfocia in un sound potente e anthemico, certo una delle colonne sonore piu idonee per le ansie e le insicurezze di quest’ultimo concitato e corrotto scorcio di millennio. Musicista versatile e autore brillante, Kory e cresciuto a Detroit. Da giovanissimo ha imparato a suonare la batteria, ed evitando di fossilizzarsi su un solo genere è riuscito ad accumulare un notevole bagaglio di esperienze: dapprima unendosi a una band jazz-fusion nei tardi anni Settanta, quindi militando negli L-7 (bizzarro ensemble psycho-punk che nel 1982 ha anche inciso un 7″EP per la Touch & Go) e infine facendo parte dei Trial, che grazie a un paio di dischi e ad una intensa attività dal vivo impostata in senso multimediale erano arrivati a conquistare un ruolo di primo piano nell’underground locale. Un personaggio così determinato e carismatico non poteva però sacrificare le proprie urgenze espressive dietro piatti e tamburi, e tantomeno all’interno di una Motor City ormai lontana dalle passate grandezze: era necessaria una svolta, che poteva verificarsi solo al prezzo del trasferimento in un ambiente più fertile e ricettivo. Presa coscienza di ciò, Kory non ebbe indugi a recarsi a New York, dove dopo l’imprescindibile periodo di rodaggio le sue aspirazioni si concretizzarono nei Warrior Soul (il bassista blues Pete McClanahan, il chitarrista John Ricco, proveniente da Milwaukee, e il batterista ex Killing Joke Paul Ferguson, assunto in seguito alla decisione del leader di concentrarsi solo sul canto e sostituito dopo l’incisione del primo LP dall’ex School Of Violence Mark Evans) e in un contratto con la David Geffen Company, firmato dopo appena cinque concerti. Last Decade Dead Century, il debutto datato 1989, riscosse l’unanime consenso della stampa, e i due tour promozionali che gli fecero seguito (uno europeo con i Metallica e uno americano assieme a Soundgarden e Danzig) consolidarono la fama del gruppo creando un certo clima di attesa per il secondo album, edito nel ’91 con il titolo Drugs, God And The New Republic, promosso con una serie di show di spalla ai Queensryche e accolto ancora una volta con grande entusiasmo dai mezzi di informazione.
Oggi, Salutations From The Ghetto Nation – registrato agli Electric Lady Studios dl New York tra il 4 maggio e il 18 giugno scorsi con lo stesso Clarke alla consolle – ha confermato senza possibilità di equivoco la grandezza dei Warrior Soul e la legittimità delle loro ambizioni di successo su vasta scala. E Kory Clarke, da noi raggiunto telefonicamente negli uffici newyorkesi della sua compagnia discografica, si è mostrato disponibilissimo a svelarci filosofia, retroscena e speranze della sua agguerritissima band.
Sei originario di Detroit, città che vanta grandi tradizioni nel campo del rock “politico”. Quali pensi siano le ragioni di questo particolare feeling dei gruppi locali, e come l’averci vissuto ha influito su di te?
Detroit è una città industriale, una “working-class town” che allo stesso tempo subisce gli effetti della depresslone economica. Questo genera malcontenti che possono sfociare in ribellione, o almeno nel desiderio di reagire, in qualsiasi modo. Comunque Detroit non è più quella di una volta: è piena di stronzi di ogni genere, e la poca gente che crede di avere delle prospettive preferisce andarsene. Come, d’altronde, ho fatto io. Qualcuno è rimasto, ma non è sufficiente a far sì che Detroit sia qualcosa di diverso da un pezzo di merda in mezzo al Midwest. Per quel che mi riguarda mi sono limitato a esternare le mie idee e raccontare le mie esperienze in maniera naturale, senza pensare se i miei discorsi avrebbero o meno qualificato i Warrior Soul come eredi di MC5 e Stooges.
Però non puoi negare che la tua attitudine abbia molto in comune con quella punk, e che la tua natura sia fortemente ribelle. Come spiegarsi, altrimenti, un episodio come Punk And Belligerent, così sporco, crudo e aggressivo?
Quel brano e stato composto di getto, in aereo, mentre stavo volando verso Los Angeles. Mi sentivo incazzatissimo, e le parole sono venute fuori da sole, una dietro l’altra. È una canzone anomala, che probabllmente fa emergere il mio “essere punk” meglio delle altre dell’album; in ogni caso ci tengo a precisare che il mio approccio, seppure spesso violento, non ha nulla a che vedere con l’iconoclastia nichilista di buona parte del punk storico, che peraltro ho ascoltato e amato tantissimo almeno fino al 1982. È vero, in me lo spirito punk non si è mai affievolito, ma il mio modo di manifestarlo cerca di essere costruttivo. Non credo che i Warrior Soul potranno mai cambiare del tutto lo status quo, non sono così presuntuoso, ma penso che possano dare un loro contributo verso un miglioramento; anche se quello che vedo accadere ogni giorno non induce all’ottimismo, l’energia è sempre meglio dell’apatia.
Quindi sei ancora pessimista come tre anni fa, quando nel testo di I See The Ruins hai scritto “I am the child of the new generation / the product of total frustration”?
Ora più che mai. Ma non è pessimismo, è solo realismo. Cinico, se vuoi, ma in un mondo devastato dalle guerre civili e dominato dagli interessi economici che calpestano ogni forma di giustizia, dove gli spacciatori vendono crack ai bambini e dove la gente muore per le strade, non c’è ragione di guardare con fiducia al futuro.
Questo è il tema di base che ricorre in gran parte dei tuoi testi, da The Fallen a The Party, da Trip Rider fino a Ghetto Nation e Blown.
Questi pezzi sono dichiarazioni politiche, vere e proprie denunce del fallimento del cosiddetto American Dream. Questa nazione è marcia dalle fondamenta, è diventata un enorme ghetto dove si crede che impugnare una pistola serva a far sparire i problemi, dove ci si rifugia nel più deteriore dei consumismi per fingere di non essere poveri, dove si uccidono persone per divertimento o scommessa gettando mattoni dalle flnestre dei grattacieli. Anche The Wasteland, in Drugs, God And The New Republic, approfondiva questo argomento, ma quasi tutti i nostri brani lo affrontano in modo più o meno deciso. In Trip Rider potresti riconoscere lo Zio Sam, mentre The Party è stata ispirata da una discussione avuta con un militante dell’estrema destra: nel testo scorrono molte delle frasi da lui pronunciate, mentre la musica è stata influenzata dagli Alice ln Chains.
Cosa c’è, invece, dietro Ass-Kickin’ Rock & Roll?
È semplicemente una risposta a quanti accusano i Warrior Soul di essere un gruppo troppo impegnato, che si interessa solo di lanciare messaggi e che non sa divertirsi con la propria musica. È chiaro che ci divertiamo, si tratta sempre di rock’n’roll, ma questo non significa che ci si debba uniformare al clichè della star strafatta, indisponente e ubriaca per ventiquattr’ore al giorno.
Come quando in Love Destruction canti “so what maggot, you rock star moron / you make me vomit, now pass the bourbon”. Così, una critica ai Guns n’Roses?
Sì… Cioè, non ai Guns n’Roses, ma a tutta una certa stupida mentalità che aleggia sul rock. Il mito della droga, dell’alcool, delle pose da macho, di una vita finto-maledetta che spesso diviene maledetta sul serio. È qualcosa che non riesco ad accettare, è troppo lontana dal mio temperamento, come quei rapper che continuano a ripetere quanto sono fighi, quanto ce l’hanno duro e quanto spacciano droga… Ma Love Destruction riguarda piu che altro la mia frustrazione per il fatto di avere ottenuto grandi affermazioni di critica in tutto il mondo ma di aver visto ben pochi soldi.
Le tue canzoni contengono spesso parole come dream o dreaming. Riconosci al sognare una funzione positiva, attiva, o lo intendi solo come uno strumento per dimenticare temporaneamente le realtà che non ti piacciono?
Credo che il sogno sia fondamentale per andare avanti. Serve per indicare l’obiettivo, il risultato da raggiungere, e non ha nulla in comune con il drogarsi o il bere. Ad esempio, chiunque può prendere in mano degli strumenti, ma per suonarli – suonarli davvero, voglio dire – bisogna avere un sogno.
La musica dei Warrior Soul ha al suo interno una forte componente psichedelica. Una psichedelia anticonvenzionale, direi “di azione” invece che di semplice astrazione da ciò che ci sta attorno. Quali sono i tuoi rapporti con il genere?
Sono sempre molto contento quando qualcuno si accorge di quanto la psichedelia sia imponante nell’economia sonora dei Warrior Soul. Sai, è la prima musica che abbia ascoltato, verso il ‘67/’68, e anche se nel nostro repertorio è amalgamata con mille altre cose sarebbe assurdo negare che essa costituisca un’influenza fondamentale. È ovvio che non ci interessano i revival, e non so neppure dirti se noi, visto il nostro particolare crossover stilistico, possiamo o meno essere considerati perpetuatori delle tradizioni lisergiche; non ho però difficoltà ad ammettere che la psichedelia fa parte di me, come del resto fa parte del background di tutti i ragazzi della band.
Però c’è dell’altro. Nel corso della vostra pur breve carriera discografica, per esempio, avete proposto ben due cover dei Joy Division, Interzone nel secondo 33 giri e Twenty Four Hours nel 12” di Hero; non vorrai convincermi che lo avete fatto solo perché vi piacevano i brani.
Sai, i Joy Division erano un grandissimo gruppo, e proporre quei due pezzi alla nostra maniera ci sembrava un buon modo per render loro giustizia e far rivivere quel loro meraviglioso significato. Però devo ammettere che li abbiamo registrati anche per stupire un po’ Ia gente, perché probabilmente nessuno avrebbe mai potuto aspettarselo.
Ed è stato per lo stesso motivo che avete pubblicato Hero, in origine sul vostro preoedente album, come singolo apripista per il nuovo lavoro?
Veramente l’idea è stata della casa discografica, e noi l’abbiamo accettata perché ci offriva l’opportunità di proporre due pezzi inediti sul retro. Comunque Hero rimane attuale: quello dell’eroe – nel senso che chiunque e, o può, o potrebbe essere un eroe – è un concetto che non muore.
Come anche l’amore. Dal testo di I Love You mi sembra però di capire che il tuo punto di vista sull’argomento sia un po’ negativo, quasi come se il sentimento volesse significare soltanto decadenza e disperazione.
Sì, naturalmente, anche se io mi riferisco a un certo tipo di amore e non all’amore in generale. Ho composto I Love You perché il mio manager mi aveva suggerito di scrlvere una canzone “carina” per mia moglie. Anche in The Golden Shore ho cercato di occuparmi dell’amore, un’emozione complessa che può sfociare in altre emozioni diametralmente opposte. The Golden Shore esprime il lato più malinconico e romantico della questione, I Love You quello più fisico e arrabbiato. Sono due facce della stessa medaglia, due aspetti della mia personalità. E della personalità di chiunque altro, immagino.
Forse mi sbaglio, ma i tuoi testi più allucinati e apooalittici mi sembrano in qualche aspetto vicini alla sensibilità di Philip K. Dick.
Ho letto molta fantascienza in passato, ma ora preferlsco altre cose, tipo William Burroughs. Io cerco di scrivere liriche “futuriste”, ovviamente nel mio stile, ma riferendomi alle situazioni del presente. Quando nomino l’anno 2000 penso a oggi, e il declino e le rovine del primo brano di Last Decade Dead Century sono una metafora dei giorni che stiamo vivendo.
Anche il protagonista di Charlie’s Out Of Prison è una metafora?
No, lui non è un personaggio di fantasia. Era il mio manager, anni fa, ed era anche uno spacciatore di cocaina. Il pezzo racconta di lui e di quello che è accaduto con lui.
Credi che i Warrior Soul abbiano qualcosa in comune con gruppi come Jane’s Addiction o Faith No More?
Al di là dei discorsi stilistici, sui quali sl potrebbe discutere a lungo, siamo tutte band in un certo senso non-allineate, band che agiscono all’interno del rock business senza per questo piegarsi alle regole di dover vendere dischi a qualsiasi costo. Non siamo schiavi della promozione radiofonica, suoniamo quello che ci va e non cerchiamo di imitare nessuno
Per concludere: come ti spieghi l’enorme successo dei Nirvana, e come vedi la sempre crescente importanza nel mercato ufficiale di gruppi provenienti dal giro “indie”?
Il boom dei Nirvana dipende da molti fattori: Nevermind è un album molto ben prodotto e vanta canzoni ottime, di notevole impatto. Inoltre ha goduto dell’appoggio delle college-radio, in un periodo in cui la gente era stufa di quel che sentiva in giro e aveva bisogno di un power-pop davvero potente. I Nirvana hanno talento, ma hanno anche avuto la fortuna di trovarsi al posto giusto nel momento giusto. Per quanto riguarda la seconda domanda… beh, le major tendono a sfruttare le tendenze, e se gli indipendenti possono vendere molti dischi, ben vengano. Quel che conta è che i musicisti di oggi si trovano in una posizione di forza, e possono pretendere di lavorare senza costrizioni; se poi il prodotto non funziona a livello commerciale, sta a loro decidere se cambiare strada o essere licenziati dopo due album. Fa parte del gioco: si firma un contratto, si registra, si fa promozione… e si aspetta di vedere quel che accade.
Tratto da Rumore n.9 del novembre 1992

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Categorie: interviste | Tag: | 6 commenti

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6 pensieri su “Warrior Soul

  1. Anonimo

    VENERDI’ 13 GIUGNO 2014.
    GRIND HOUSE CLUB. Via Longhin 37 – Padova – Italy. Ore 22.00

    Kory Clarke frontman, cuore e cervello dei meravigliosi Warrior Soul ( 9 album all’attivo, tour di supporto ai Metallica ecc…) sarà in concerto presso il Grind House Club di Padova il 13 giugno.
    Sarà un’occasione memorabile per ascoltare brani del suo nuovo album solista in uscita a luglio oltre a classici del repertorio dei Warrior Soul e degli Space Age Playboys.

    TESSERA ARCI RICHIESTA.

    Per informazioni: kellycrackhouse@gmail.com

  2. dario

    Grandi, grandissimi. Capaci e poco allienati, negli anni 90 erano la vera mosca banca del rock alternativo americano. Per Kory ho avuto una smisurata venerazione fino a quando non mi è capitato di vederlo live lo scorso anno con l’ultima formazione postccia dei WS. Sì, lo so, fuori tempo massimo, ma ad indispettirmi è stata la trasformazione grossolana del personaggio: totalmente senza voce (che era diciamolo il suo punto di forza), e senza un briciolo di carisma, quasi una pallida imitazione degli eroi metal degli anni 90, in balia – oltre che di essimo vino – di quelle stesse pose imbarazzanti che lui stesso – in quegli anni – bistrattava e denigrava. Non sto a sottolineare la delusione, ciò non toglie che all’epoca abbiamo prodotto un’ottima discografia e abbiamo perseguito – anche se adesso mi chiedo con quanta convinzione e lucidità – una rotta personale e senza compromessi .

  3. atomicimagery

    ” Ma comprati per le recensioni dell’epoca? ” Già.
    Penso che tra i 20 dischi della mia vita (non ci sono i Warrior Soul hahaha), un terzo li devo a te (vedi il nick), un terzo a Cilìa e un terzo random. Vi ho ritrovati entrambi dopo tantissimo tempo ed è stata una gradevolissima sensazione di rimpatriata (un po’ come quella provata per il disco ultimo dei Feelies).
    andy

  4. andy

    Sei il responsabile (grazie!) dell’acquisto dei primi 3 Warrior Soul !
    La domanda introduttiva è sempre stata curiosamente anche la mia e la risposta che mi sono dato è, in sintesi: troppo metal per gli alternativi, troppo alternative per i metallari. Nonostante il periodo storico capace di premiare nella charts veramente di tutto.
    PS E i soldi della Geffen si “sentivano” un po’ troppo.

    • Ma comprati per le recensioni dell’epoca? Comunque… prego, sono contento che tu abbia fatto un buon acquisto. La tua analisi ha senso… però, appunto, in quel periodo succedevano cose strane, e abbia detto male proprio a loro è un peccato.
      I soldi della Geffen avrebbero fatto meglio a mangiarseli, in effetti.

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