Cop Shoot Cop

Bei tempi, i primi ‘90, davvero pieni di rock nuovo ed eccitante. Qui in Italia, la rivista di riferimento per la sua propaganda era “Rumore” e a me, che ci lavoravo dal primo numero, è capitato di intervistare svariati musicisti di quella generazione. Gli oggi quasi dimenticati Cop Shoot Cop erano straordinari su disco così come dal vivo, e ricordo piuttosto bene l’irruenza del loro concerto al (vecchio) Circolo degli Artisti di Roma, dopo il quale incontrai il frontman della band newyorkese. Era l’8 maggio del 1993 e fatico a capacitarmi che siano già trascorsi oltre venti fottutissimi anni. Il gruppo si è sciolto dopo un altro album (Release, del 1996), e Tod A., il mio interlocutore, ha fondato gli stimati Firewater.

Cop Shoot Cop foto

Secondo un famoso aneddoto, il pubblico del primo concerto dei Ramones era limitato a solo due baristi e un clochard, ma prendendo per buone le parole di tutti i musicisti e gli addetti ai lavori che dichiarano di aver assistito all’evento si dovrebbe pensare a un CBGB’s con la capienza del Madison Square Garden. Alla mia scontata domanda su quanto il punk abbia influito sulle sue scelte musicali e di vita, Tod Ashley – cantante/bassista e principale compositore dei Cop Shoot Cop – non ha però risposto millantando la sua presenza, in quella sera di quasi due decenni or sono, nel leggendario tempio dell’underground newyorkese: per semplice sincerità, mi piace credere, e non solo perché in caso contrario sarei stato costretto a chiedergli cosa mai ci facesse un ragazzino di sette anni, seppur figlio degenere della emancipata America, in uno dei più malfamati locali della Big Apple. Con la stessa franchezza, velata da appena una punta di (simpatico) istrionismo, il leader del gruppo di Brooklyn ha risposto alle domande del sottoscritto nella sala bar del Circolo degli Artisti, il club romano dove i Cop Shoot Cop avevano da poco terminato di violentare la folta platea con il loro torrido show; rivelando che spesso il diavolo non è brutto e cattivo come lo si dipinge, e che i nostri eroi sono assai più avvicinabili di quanto certi resoconti giornalistici possano far supporre. Meglio così, un foro di proiettile in mezzo agli occhi avrebbe di sicuro nuociuto al mio look…
Vista la particolarità dello stile dei Cop Shoot Cop, così ricco di riferimenti e citazioni ma anche così lontano da ogni stereotipo, sono davvero curioso di sapere qualcosa sul vostro background sonoro.
Non abbiamo mai fatto del training musicale, e se vogliamo dirla tutta non siamo nemmeno dei musicisti nel senso convenzionale del termine. Abbiamo solo cercato di “forzare” gli strumenti per estrarne suoni che abitualmente non ne vengono fuori; insomma, di usare l’ignoranza della musica, o di ciò che si suppone essa sia, come un vantaggio, un aiuto per realizzare qualcosa che forse nessuno ha mai proposto prima.
Quali sono i dischi con i quali sei cresciuto, che hanno cambiato la tua vita?
Beh, il più importante è stato senz’altro il prima album degli Stooges: mi ha colpito per la sua incredibile semplicità, e quando avevo tredici anni l’ho messo sul piatto centinaia e centinaia di volte. Adesso ascolto per lo più colonne sonore, sigle televisive e anche parecchia musica orchestrale e classica, sono molto interessato all’orchestrazione.
Però i Cop Shoot Cop, al di là delle varie influenze di contorno, rimangono sempre una band r’n’r…
Sì, nel senso che utilizziamo amplificatori, ci spostiamo con un van e ci esibiamo in posti come questo. La nostra idea iniziale, che peraltro non abbiamo rinnegato, era di opporci a quella cosa noiosissima e prevedibile che era ormai diventato il rock’n’roll.
E lo avete fatto, a cominciare dalla strumentazione: non è certo comune utilizzare due bassi, un campionatore, batteria e percussioni metalliche.
Diciamo che abbiamo “rubato” spunti e ispirazioni da tutto ciò che ci sembrava guardasse in avanti, mentre purtroppo la tendenza generale è quella di voltarsi indietro. Abbiamo voluto incorporare le percussioni metalliche in una batteria di tipo tradizionale, abbiamo abolito le chitarre e siamo stati tra i primi a far uso dei campionatore. Noi apprezziamo solo artisti che hanno provato a fare qualcosa di nuovo, anche se magari i risultati ottenuti non sono sempre stati eclatanti: i Can alle volte sono pesanti e pretenziosi così come Captain Beefheart può essere a seconda dei casi eccezionale o terribile, ma a contare è che entrambi abbiano avuto il coraggio di battere strade diverse dal consueto. I Cop Shoot Cop hanno la medesima attitudine, e nonostante gli errori che commettiamo siamo soddisfatti: meglio sbagliare che essere noiosi e prevedibili.
E nell’ambito della scena attuale, ci sono gruppi che apprezzi particolarmente?
I Motherhead Bug di New York, una band orchestrale di dodici elementi con percussioni, tastiere, violino, sezione fiati e strumenti di ossa. Sono unici, non somigliano a nessun altro, finora hanno pubblicato solo due singoli, ma stanno lavorando al primo album.
Pensate di avere qualcosa in comune con formazioni quali Ministry, Rage Against The Machine o Warrior Soul? Se non sotto il profilo stilistico, almeno dal punto di vista attitudinale.
Per quel che concerne l’attitudine non saprei proprio cosa risponderti, ma riguardo agli aspetti musicali direi di no: trovo che i Ministry, ad esempio, siano ripetitivi e prevedibili, ovvero l’opposto di ciò che noi vogliamo essere.
Però i punti di contatto non mancano: rabbia, aggressività, per non parlare del feeling “pessimista” delle liriche.
Non mi sembra che pessimismo sia il termine appropriato, perlomeno in riterimento ai Cop Shoot Cop: il nostro linguaggio espressivo deriva dalla consapevolezza della grande, endemica solitudine che grava su tutti, ma ci sono anche dell’ironia e del compatimento che cerchiamo in qualche modo di bilanciare.
Come in Surprise, Surprise, quando canti “sorpresa, sorpresa, il governo mente”?
Sì, il testo è stato scritto lo scorso anno, quando all’improwiso la middle class americana ha scoperto, meravigliandosene, cosa davvero era successo negli ultimi otto anni di amministrazione nazionale. Questo è il genere di argomento che mi piace trattare nelle canzoni.
Che cosa ti piacerebbe fare se fossi eletto presidente degli Stati Uniti?
Non ho dubbi: licenziare l’intero apparato statale e dimettermi subito dopo.
Al di là di ogni retorica, cosa ritieni ci sia di veramente sbagliato nel sistema di vita americano?
Tutti i problemi degli Stati Uniti, dalla criminalità alla diffusione della droga fino alla tendenza di ogni cittadino a porre l’America al centro del mondo senza curarsi delle altre realtà, sono riconducibili alla carenza di una vera educazione. Finora nessun presidente ha voluto investire nelle scuole e nell’insegnamento in genere, perché i frutti non sarebbero stati visibili entro i quattro anni del mandato. Solo l’educazione e la cultura possono ampliare le vedute della gente e portarlo a superare l’assurda logica del “io sono nel giusto e tu hai torto”. Il governo combatte i sintomi della malattia e non la malattia stessa, ovvero l’ignoranza che, bada bene, non vuol dire stupidità, ma assenza di basi idonee a una corretta volutazione.
Non pensi che quello di coltivare l’ignoranza possa essere una strategia politica, visto che le masse ignoranti sono più facilmente dominabili?
Sembrerebbe così, ma non mi sento di abbracciare le teorie che vedono l’apporato statale organizzato verso un fine tanto grottesco. Credo che tutto dipenda dalla scelta delle varie amministrazioni di conseguire vantaggi immediati piuttosto che guardare al futuro.
Nei vostri brani si respirano rabbia, tensione, tristezza. Non c’e spazio per qualcosa di più positivo?
La musica è lo strumento attraverso il quale possiamo esorcizzare i nostri demoni, una vera e propria catarsi. Se non suonassimo saremmo costretti a sfogare il nostro odio in modi assai più distruttivi per noi e il prossimo. Ritengo che in un mondo come questo una persona intelligente non possa mai sentirsi felice, se non quando si chiude a tutto ciò che succede intorno e si rifugia in se stesso. La musica è una delle pochissime cose in grado di aiutare a trovare un equilibrio.
Quindi per i Cop Shoot Cop suonare è un atto egoistico: lo fate per voi e non per la vostra audience.
Principalmente per noi, sì, ma nello stesso tempo speriamo che i nostri brani possano far sì che chi li ascolta si senta meno solo nel mondo.
Il vostro terzo album, Ask Questions Later, è uscito in Europa per l’indipendente Big Cat e negli States per la Interscope, sottomarchio della major Atlantic. Non pensi che per un gruppo ribelle come i Cop Shoot Cop sorebbe politicamente corretto incidere solo per una indie?
Il discorso del politicamente corretto non ha molto senso, almeno per me. Noi parliamo in libertà di quello che crediamo importante, mentre mi sembra che altre band limitino se stesse e il loro pubblico. Se davvero si vogliono cambiare le cose, e soprattutto se si pensa di avere qualcosa di valido da dire, è assurdo predicare solo ai convertiti. Per quanto riguarda l’eterna diatriba tra “indie” e “corporate”, l’unica cosa che conta è che chiunque sia interessato ad ascoltare i Cop Shoot Cop possa trovare i nostri dischi ovunque, così come quelli di Billy Joel o di Prince.
Il nome Cop Shoot Cop è una semplice provocazione, oppure ha dietro qualcosa di più?
Diciamo che sostanzialmente è una provocazione. Oltre al significato letterale del poliziotto che spara al poliziotto, c’è anche un gioco di parole riferito al circolo vizioso della tossicodipendenza, del comprare droga, iniettarsela (in slang, “to shoot”, NdI) e poi comprarne altra. Quando avevamo appena costituito il gruppo avevamo la sala prove in una strada dove si poteva acquistare ogni tipo di droga, e incontravamo tutta questa gente che camminava come zombie e che faceva di tutto per procurarsi il denaro per un’altra dose. Il nome è stato ispirato da questo, ma in ogni caso riflette benissimo anche altre situazioni: ad esempio, quello di dover lavorare, pagare l’affitto e le bollette, lavorare ancora e via di questo passo.
Riuscite a vivere soltanto con la vostra attività di musicisti?
Adesso sì. Prima facevamo ogni genere di lavori ma ora, grazie soprattutto al “mostro multinazionale” che ci ha offerto il contratto, possiamo dedicarci solo ai Cop Shoot Cop.
Come valuti il nuovo atteggiamento delle major nei confronti del rock underground?
È l’effetto-Nirvana: questi ultimi verranno ricordati come gli anni del “dopo-Nirvana”, così come i precedenti saranno quelli del “pre-Nirvana”. Credo che noi siamo stati ingaggiati da una major perché tutte le etichette stanno cercando i nuovi Nirvana; noi non lo siamo, ma loro non lo sanno ancora.
La stessa cosa è accaduta ad altri gruppi “estremisti”, e dunque non credo sia sbagliato affermare che i Nirvana hanno involontariamente consentito a molta nuova musico di emergere come mai si sarebhe ritenuto possibile.
D’accordo, anche se i bilanci definitivi sarà meglio farli tra qualche tempo. Nel caso dei Cop Shoot Cop, il nuovo corso ci ha permesso di concentrarci sulla musica senza doverci preoccupare di sbarcare il lunario raccogliendo la spazzatura o guidando un furgone.
Fra Consumers Revolt e Ask Question Later, passando attraverso White Noise, è facile notare i grandi cambiamenti che si sono verificati nel vostro stile espressivo. Cosa puoi dirci a proposito dei prossimi Cop Shoot Cop?
Non molto, anche perché non abbiamo ancora iniziato a comporre nuovi pezzi. Comunque ora come ora siamo più interessati agli aspetti melodici dei brani, a come la melodia possa stimolare emozioni che non al connubio ritmo/rumore degli esordi.
Quanto pensi che abbia influito, sul vostro approccio, il fatto di vivere a New York? Credi che i Cop Shoot Cop sarebbero stati gli stessi se foste originari del Kansas o del Canada?
New York è un posto interessante: è violenta e piena di pericoli, ma non è mai noiosa. Dalla nostra città riceviamo molti stimoli, ma le nostre idee stonno al di sopra delle influenze che possiamo attingere dall’ambiente.
Però se foste nati nel Montana avreste un diverso background, e quindi anche le vostre idee non sarebbero le stesse.
New York è la versione condensata degli Stati Uniti e nel suo microcosmo sono visibili tutte le contraddizioni del paese, ma credo che tali contraddizioni ci avrebbero colpiti anche se fossimo cresciuti in un altro stato. Comunque siamo innegabilmente una band americana.

* * *

Tocca al bassista Jack Natz, che assieme al batterista Phil Puleo e all’esperto in sampler Jim Coleman completa l’agguerrita congrega (arricchita per il tour da un quinto membro, un polistrumentista addetto per lo più ai fiati e ad occasionali chitarre), interrompere il colloquio con una serie di urla belluine nel microfono del mio Sanyo, incentrate sulla presunta mancanza di senso delle affermazioni del compagno (bullshit la parola ricorrente). Bravi ragazzi, questi Cop Shoot Cop, molto più di quanto non faccia intendere la loro musica cruda e abrasiva, i loro caustici statement, la loro reputazione pubblica non proprio immacolata. Prima di congedarsi, Tod mi ringrazia addirittura per la recensione apparsa sul numero 14 di Rumore, tradottagli dal solerte responsabile della Contempo: chissà: se i suoi convenevoli servono solo a ottenere il mio perdono per aver fatto il cascamorto, tra una risposta e l’altra, con la futura signora Guglielmi che sedeva al nostro stesso tavolino.
Tratto da Rumore n.16 del giugno 1993

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Categorie: interviste | Tag: | 3 commenti

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3 pensieri su “Cop Shoot Cop

  1. easter

    Venti fottutissimi anni… Nel frattempo sei diventato ancor più bravo, ancor più stimato. Spero ciò lenisca, anche solo in parte, il dolore.

    PS: How do you relate now with the Muchhio affaire? Is the wound still bleeding?

    Un abbraccio.

    • Bentornato, sbaglio o mancavi da un po’?
      Con il giornale nessun disagio, sono più che mai certo di aver fatto quello che dovevo. I problemi sono e soprattutto saranno tutti loro.

      • easter

        Sì, mancavo da un po’. Non ho voluto infierire nel dopo derby 🙂

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