The Offspring

Oggi (si) sono piuttosto squalificati, ma attorno alla metà degli anni ‘90 – ai tempi di album pur vendutissimi quali Smash e Ixnay On The Hombre – gli Offspring erano (giustamente) apprezzatissimi dal pubblico cosiddetto alternativo, così come Green Day, Rancid e NOFX. Così apprezzati che mi capitò di intervistarli addirittura tre volte: prima il bassista Greg Kiesel, poi il cantante Dexter Holland, infine il chitarrista Kevin “Noodles” Wasserman. Questa qui riproposta è la seconda della serie, realizzata ad Amsterdam poco prima dell’uscita di Ixnay On The Hombre. È la mia preferita e, a rileggerla adesso, non riesco a trattenere un certo stupore.

Offspring foto

Il senso della vita
L’American Hotel, cinque minuti a piedi dal centro di Amsterdam e dalla sede della Epitaph Europe, è sobriamente lussuoso. Sulla soglia della sua camera Dexter Holland, ben più alto di quanto pensassi, mi accoglie con un ampio sorriso e un’energica stretta di mano. Il recente taglio delle treccine ha standardizzato la sua immagine di tipico “all californian boy” alla Baywatch, ma a tenerci compagnia non ci sono né tavole da surf né tettone ammiccanti: in sostituzione, Dexter offre un tavolino ingombro di bibite fresche e una voglia di chiacchierare che va oltre quanto imposto dai doveri promozionali.
Per molti aspetti vedo gli Offspring come legittimi eredi del punk californiano storico, la mia musica preferita di sempre.
Mi fa piacere che la pensi così, dato che il suono cui facciamo riferimento è proprio quello. Non mi riferisco ai gruppi della prima ondata, all’epoca eravamo troppo giovani, ma delle grandi band della seconda: Adolescents, Vandals, Social Distortion, CH 3 e naturalmente Dead Kennedys. La band che più mi coinvolgeva, però, erano i T.S.O.L., veramente fantastici. Sono stati tra i primi a tentare di allargare i confini classici del genere, sia per quanto riguarda il canto che per l’utilizzo abbastanza ossessivo della batteria.
Oggi li definiremmo crossover: grezza energia, attitudine melodica e atmosfere cupe.
Già, proprio così. E un’altra cosa straordinaria di quella scena era l’impegno di tutti a scrivere grandi canzoni: canzoni veloci e dure come nelle migliori tradizioni punk, ma costruite con un’attenzione e un buon gusto di gran lunga superiore alla media.
Queste mi sembrano anche caratteristiche degli Offspring, che nel nuovo album emergono forse ancor più che in Smash. Dipende solo dal budget di registrazione più ricco?
Beh, indubbiamente Ixnay On The Hombre è stato più meditato, e il maggior tempo trascorso in studio ha permesso di mettere a fuoco il materiale in modo più accurato. È bello sentire pareri positivi sul nostro lavoro, specie in questo momento: sai, quando hai appena finito un disco importante sei un po’ sulle spine perché, pur essendone soddisfatto, non hai idea di come verrà recepito dagli altri.
Mi pare di avvertire qualche piccola inflessione metal in più. È voluto?
No, credo di no. Qualcuno, proprio oggi, mi ha detto qualcosa del genere su Me & My Old Lady.
Nella quale assomigliate clamorosamente ai Jane’s Addiction.
È questo il bello: ognuno trova nella musica cose che l’autore non si sarebbe sognato di introdurre, o che magari non conosceva neppure. In effetti nelle tonalità più alte la mia voce sembra un po’ quella di Perry Farrell, ma al tizio di cui ti dicevo la canzone ricordava i Led Zeppelin.
Non dirmi, però, che scrivendo Disclaimer non avevate in mente i Dead Kennedys.
Certo, il pezzo è una specie di citazione, di omaggio. Dovevi vedere la faccia di Jello Biafra quando è arrivato in studio per cantarlo: dopo dieci secondi ci ha guardati e ha esclamato “diavolo, ma questo è un disco dei Dead Kennedys!”.
La sensazione che si riceve da Ixnay On The Hombre è quella di una band che cerca di ampliare i propri orizzonti, come se aveste realizzato i limiti dell’hardcore melodico e voleste espandervi altrove.
Non la vedrei tanto in questa maniera: penso piuttosto che sia normale voler portare avanti un discorso non necessariamente legato a un solo stereotipo. The Meaning Of Life, che a mio parere è uno dei brani più riusciti dell’album, è un punk’n’roll accelerato nel nostro stile abituale, ma mettere in fila quattordici The Meaning Of Life non avrebbe avuto senso. Ci piace intorbidare le acque, mischiare assieme più ispirazioni alla maniera dei NOFX, ma in sostanza rimaniamo fedeli alla nostra linea più consolidata: non a caso abbiamo scelto come primo singolo All I Want, che rispecchia in modo fedele i canoni Offspring.
E i canoni Offspring sono più vicini alla rabbia o al divertimento?
Dipende. Quando scriviamo e registriamo una canzone tendiamo in effetti a racchiuderci tutta la nostra furia e i nostri malumori, come credo risulti evidente dai testi. Quando suoniamo dal vivo, invece, vogliamo solo star bene, scatenarci, il cosiddetto messaggio può passare in secondo piano. Non siamo nemmeno il tipo di band che usa il palco per predicare o che invita a non fare slam dancing o stage diving. Un concerto dev’essere un’occasione di incontro, e se possibile un evento da ricordare.
Una catarsi?
Anche. A mio parere, musica fa soprattutto rima con divertimento e intrattenimento, e i concetti espressi nei testi sono importantissimi ma comunque secondari. Canzoni come Leave It Behind o I Choose, incazzate a 360 gradi, sono in ogni caso validi esempi del nostro umore più ribelle, un altro riflesso delle nostre personalità e dei motivi che ci hanno indotto a fondare la band.
Insomma, per rifarci al titolo di un episodio di Ixnay On The Hombre, per gli Offspring “il senso della vita” è suonare e comunicare con la gente attraverso la musica.
Oh, sì. È una soddisfazione enorme, un piacere immenso. È qualcosa che non avremmo mai pensato di poter raggiungere, perlomeno a questi livelli. E la faccenda continua a sorprenderci.
Scommetto che non sai spiegarmi perché tutto questo successo sia piovuto sulle vostre teste e non su quelle di qualcun altro.
È vero. Non puoi immaginare quante volte ci domandiamo “perché noi? Che cosa abbiamo di così speciale?”. Forse è stata solo fortuna: doveva accadere in quel posto e in quel preciso momento, e noi ci trovavamo per caso a passare di là.
Mike Ness dei Social Distortion è convinto che involontariamente abbiate spalancato le porte della notorietà su vasta scala a un mucchio di gruppi vecchi e nuovi.
Sì, credo che sia così, e ne siamo felici. Uno dei Pennywise mi ha confessato che dopo il nostro exploit commerciale i loro album hanno raddoppiato le vendite, e un mio amico che lavora in un negozio di dischi mi ha raccontato che un ragazzetto che aveva acquistato Smash è tornato qualche settimana più tardi per comprare Never Mind The Bollocks dei Sex Pistols. Altre tre settimane dopo, ha voluto la raccolta dei Germs. Sarò sciocco, ma è bello sapere di essere il pulsante che ha attivato una simile meccanismo.
A proposito di meccanismi, so che negli Stati Uniti Ixnay On The Hombre è uscito per la Columbia, e che in Europa sarà comunque il vostro ultimo album a veder la luce con il marchio Epitaph. Le offerte economiche erano troppo allettanti per essere rifiutate?
Le offerte economiche sono state vantaggiose, ma il punto non è questo. Un giorno Brett Gurewitz ci ha dichiarato la sua ferma intenzione di vendere una parte dell’etichetta a una major per ricavarne denaro da investire in nuove produzioni, e allora ci è parso assurdo rimanere legati a una indipendente che di fatto non era più tale. Non so se Brett abbia o meno realizzato i suoi propositi, ma il rischio era troppo grande e abbiamo optato per la soluzione che ritenevamo più giusta. È stato duro, anche perché molti dei nostri migliori amici hanno contratti discografici con la Epitaph o lavorano nelle sue strutture, ma dovevamo guardare avanti.
Immagino che con il passaggio alla Columbia vi siate riservati il controllo totale sul vostro lavoro.
Ovvio, era l’unica cosa su cui non eravamo disposti a transigere. Abbiamo preteso che nessuno si facesse vedere in studio per tutti i tre mesi delle registrazioni, abbiamo deciso da soli cosa inserire e cosa eliminare ed abbiamo consegnato il master con i pezzi nella sequenza da noi desiderata.
Che significato ha per te, oggi, la parola punk?
Nel corso degli anni migliaia di gruppi sono stati etichettati in questo modo. Gruppi molto diversi tra loro: pensa ai Minor Threat e ai loro eredi Fugazi, agli Operation Ivy, al “padrino” Iggy Pop, al garage degli anni ‘60, ai Sex Pistols e ai Ramones, ai Social Distortion. Alla fine credo di aver capito che nella definizione di punk l’attitudine sia infinitamente più importante dello stile musicale: sentirsi liberi di fare quel che si vuole, di essere se stessi in ogni circostanza. Nei ‘70 l’atteggiamento dominante era quello del nichilismo, del “don’t care”, mentre negli anni ‘80 le band hanno cominciato a preoccuparsi, ad acquisire consapevolezza e a voler agire in modo costruttivo.
Voi siete The Offspring, cioè la prole, la discendenza. Sempre in senso figurato, di chi siete figli?
Nel mio caso, del desiderio che mi portavo dietro, fin da quando ero piccolo, di fare qualcosa in ambito musicale. Prima, però, non concepivo la cosa in termini di gruppo: è stato il punk a darmi la spinta a formarne uno, a diciott’anni, anche se non sapevo suonare alcuno strumento. Abbiamo scelto il nome Offspring perché non suggeriva un’immagine o un genere musicale, ma se proprio vuoi sapere da chi siamo nati la risposta può essere una sola: dal punk della prima metà degli anni ‘80.
Quali credi siano le ragioni degli strettissimi rapporti che il punk californiano ha con gli sport come lo skateboard, il surf o lo snowboard?
È un legame che può sembrare strano, specie alla luce dello scarso interesse dei punk per sport più popolari come il football o il baseball, i cui praticanti sono spesso individui insopportabili. Forse lo skateboard o il surf sono considerati non tanto sport quanto giochi eccitanti e un po’ rischiosi, dove il divertimento collettivo conta più della competizione. Inoltre sono sport di strada, così come il punk è una musica di strada.
Qual è il massimo risultato da te raggiunto, fino a oggi, nella tua carriera di musicista?
Sono molto orgoglioso di aver permesso alla Epitaph di entrare nella storia del rock ottenendo risultati di vendita fino ad allora impensabili per una indipendente. E, soprattutto, sono fiero di aver scritto testi e cantato canzoni che sono entrati nei cuori e nelle vite di tanta gente.
E quali sono, invece, i traguardi che vuoi raggiungere?
Cose molto semplici: continuare a comporre musica, a incidere dischi, a suonare dal vivo e ad avere un pubblico che mi segue. Non mi pongo il problema di aumentare la mia audience e non farei drammi se essa dovesse assottigliarsi.
La tua vita è stata molto cambiata dal successo?
Molto meno di quanto si possa pensare. Non siamo i tipi che ostentano la loro faccia dappertutto, e quindi possiamo andare in giro senza che quasi nessuno ci riconosca. Dalle nostre parti è tutto tranquillo, per fortuna non patiamo i problemi che può avere Billy Joel o quelli che può aver avuto Kurt Cobain. Quando siamo in tour la pressione dei fan è un po’ più pesante, ma fa parte del gioco.
Sei rimasto impressionato dalla morte di Cobain?
Sì, moltissimo. Non credo che potrebbe mai capitarmi nulla di simile, ma sono sempre meravigliato di come tante star permettano al successo e alle sue controindicazioni di gestire, in pratica, la loro intera esistenza. Ritengo che il segreto stia nel saper valutare le cose per quel che contano veramente, nel non farsi risucchiare nel gorgo della notorietà, della presenza a ogni costo.
Cosa staresti facendo, se non fossi diventato un cantante rock?
Non lo so, però mi ricordo che da ragazzino non riuscivo proprio a immaginarmi nei panni di uno che la mattina usciva per andare al lavoro, trascorreva la giornata seduto a una scrivania e la sera ritornava a casa. Mio padre sembrava felice di tutto ciò, ma a me la prospettiva faceva venire i brividi. Sì, lo so cosa pensi, e hai ragione: sono stato molto fortunato ad aver realizzato il mio sogno.
Veramente mi chiedevo quale sia l’opinione dei tuoi genitori sulla tua “strana” professione.
Sono felici. All’inizio erano scettici, ma mi lasciavano fare solo perché la reputavano legata a una fase passeggera, a un periodo di crescita. Ora che hanno capito che la faccenda funziona sul serio, sono molto contenti per me.

Anch’io sono molto contento per te”, gli dico sinceramente, e mi congedo con saluti calorosi e promesse di rivederci in occasione del prossimo tour. Segue una visita agli uffici Epitaph – con libero accesso agli archivi! – che mi frutta una manciata di “chicche” promozionali, tanti poster da poterci tappezzare il Colosseo e una splendida T-shirt di Wayne Kramer che nella foga del saccheggio – me ne accorgerò, ahimè, solo al ritorno in Italia – viene purtroppo dimenticata su un tavolo. C’è ancora tempo per una cena indonesiana suggerita dall’ottimo Roger e per la serata di presentazione (al mitico Melkweg) della raccolta I’m Sure We’re Gonna Make It, con vari esponenti del primo punk olandese riformatisi per l’occasione. Più tardi, mentre una pioggerellina insistente accompagna il mio rientro in albergo, mi scopro con orrore a domandarmi se Ixnay On The Hombre riuscirà a vendere quanto Smash. Dovevo proprio essere fuori di testa, commento tra me e me, quando ho regalato la mia anima al rock’n’roll.
Tratto da Rumore n.61 del febbraio 1997

Annunci
Categorie: interviste | Tag: | 3 commenti

Navigazione articolo

3 pensieri su “The Offspring

  1. Orgio

    Anche se il successo mainstream li ha resi invisi a molti, e col passare del tempo la proposta musicale si è fatta sempre meno consistente, bisogna dare credito agli Offspring di essere sempre stati onesti con se stessi e con il pubblico. A parte, forse, per quanto riguarda le ragioni del passaggio alla Columbia.

    • Il calo di ispirazione dei dischi major è innegabile e forse loro, che avevano già capito come sarebbe andata, non si sono fatti scrupolo a mettersi in tasca valanghe di dollari. Pochi avrebbero agito diversamente, credo… e comunque i ragazzi non hanno mai avuto la pretesa di essere come i Black Flag o i Fugazi.

      • Orgio

        Pensavo che, con l’avvento dell’hardcore in America, l’atteggiamento da “grande truffa del rock ‘n’ roll” fosse finito; evidentemente mi sbagliavo. Ad ogni modo, fino a “Splinter” a me non dispiacciono, poi tamquam non essent.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Blog su WordPress.com.

L'ultima Thule

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

8th of May

wild cats walk longer

Withnail e io

Il blog di Carlo Bordone

juveniledelinquentmusic

Hi NRG ROCK'N'ROLL!!!!!!!!!!!!!!!

BABYSNAKES di Massimo Del Papa

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

PELLEeCALAMAIO di Gianni Gardon

Parole in libertà: pensieri sparsi su ciò che mi ronza per la testa e ciò che mi gira attorno.

Nudespoonseuphoria's Blog

100 cover versions and a kitchen sink drama

Venerato Maestro Oppure

Il primo blog di Eddy Cilìa

BASTONATE

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: