Arctic Monkeys

Seguo gli Arctic Monkeys dall’epoca dei loro primi passi discografici e ne ho scritto almeno quattro volte: un articolo per l’album d’esordio, che si può leggere qui, e altrettante recensioni per i quattro successivi, tutte ora recuperate.

Favorite Worst Nightmare
(Domino)
Una casa buia con tre finestre accese (ma perché proprio tre?) nelle quali si notano policrome pitture astratte è l’immagine della copertina del secondo album degli Arctic Monkeys, leggermente minacciosa come il Peggior incubo preferito del titolo: un ritorno forse più “temuto” che atteso, alla luce dell’hype che circonda(va?) il quartetto di Sheffield – ora con un nuovo bassista, Nick O’Malley, e con la coppia James Ford/Mike Crossey a seguirlo in studio – e delle formidabili vendite dell’esordio Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not, perché purtroppo il mondo va come sappiamo e noi tutti abbiamo scaffali e/o hard-disk colmi di mancate conferme. Oltre alla efficace grafica, a introdurre perfettamente il disco provvede la Brainstorm collocata in apertura e scelta anche come singolo apripista: “pista” nel senso di dancefloor, considerati i ritmi secchi e incalzanti, i cambi di tempo e il clima di festosa isteria – con un retrogusto di slackness – che contraddistinguono non solo il brano in questione ma anche la massima parte di una scaletta dalla quale è quasi bandita la rilassatezza (giusto l’eterea Only Ones Who Know, la sempre evocativa ma meno immediata This House Is A Circus e poco altro). In sintesi, trentasette minuti di colpi di scena, di trame apparentemente sghembe ma solidissime, di melodie stranite e liriche pungenti, tutti assieme appassionatamente in un affresco lucido-ma-schizzato dove la voce di Alex Turner – istrionico, beffardo e mai incline a seguire le regole del bel canto – ribadisce costantemente il proprio ruolo di fulcro e di elemento caratterizzante.
Benché più curato, Favorite Worst Nightmare conserva la vivacità, l’urgenza e l’energia del predecessore, rinnovando l’entusiasmo – o il disappunto: dipende da dove si è schierati – per una formula baggy-punk-pop mutante più che mai stilosa a dispetto della sua aria di incompiutezza. Magari la favola finirà qui, ma al momento è ancora piacevole, divertente e non stupido starla ad ascoltare.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.633 dell’aprile 2007

 

Arctic Monkeys copHumbug (Domino)
Da qualche anno si è cominciato a parlare del secondo album come, citando il filosofo Caparezza, “il più difficile nella carriera di un artista”. Incomprensibili le ragioni del cambio di rotta, dato che per decenni il disco cruciale è sempre stato considerato il terzo: quello, cioè, al quale toccava il compito – arduo, appunto – di confermare effettivamente lo spessore e la capacità di durare nel tempo di una band o di un solista, dopo la rivelazione del debutto e un secondo lavoro che di norma segue la scia del precedente, vivendo un po’ di luce riflessa. Colpa di una musica che via via è diventata più “usa e getta”, con conseguente ansia da parte dei media di mettere in discussione quanto prima i miti (reali o presunti) da essi stessi creati? Possibile… e vero anche che per un mondo veloce e spietato come questo possa aver senso stabilire appena alla seconda prova chi meriti di (continuare a) esser seguito e chi no. Uniformandosi alla “nuova” regola, dunque, gli Arctic Monkeys vantano già – come del resto implicitamente dimostrato dal ruolo di headliner negli ultimi festival estivi di Reading e Leeds – il marchio di approvazione ufficiale: nulla di cui meravigliarsi, dopo l’inequivocabile uno-due di Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not (2006) e Favorite Worst Nightmare (2007), senza dimenticare il brillante exploit dei Last Shadow Puppets con The Age Of The Understatement (2008).
Proprio al progetto parallelo del cantante (e chitarrista) Alex Turner, benché con meno grandiosità e un’attitudine ben più r’n’r, sembra per molti versi rimandare questo Humbug: dieci episodi quasi completamente giocati su ipnotismi ritmici, melodie non lineari, atmosfere non esattamente luminose e arrangiamenti di notevole fantasia dove le sfrontatezze indie rock sono state collocate sullo sfondo da trame ricercate e insinuanti, figlie di un approccio che si potrebbe definire new wave. Nel complesso l’energia non manca, tutt’altro, ma invece di deflagrare con modalità quasi punk come spesso accadeva in passato (e come accade, sola eccezione in scaletta, nella peraltro allucinata e inquietante Pretty Visitors), preferisce strisciare in modo più subdolo, riservandosi tuttavia brevi momenti in primo piano. Comunque, un album che mai si direbbe – ma anche no: un gioiellino come Dance Little Liar suona in effetti piuttosto “americano” – realizzato tra il deserto (Joshua Tree), Los Angeles e Brooklyn, con la produzione suddivisa fra Josh Homme dei Queens Of The Stone Age (che di sicuro avrà contribuito parecchio all’impronta evocativo-visionaria dell’insieme) e il solito, collaudatissimo James Ford; e un album che, oltre ad accusare cadute di tono davvero minime – magari la pur persuasiva Cornerstone, che strizza l’occhio a Morrissey – grazie all’accurata selezione dei brani (il gruppo ne ha scartati circa un’altra decina), evidenzia una totale assenza di banalità (anche nei testi, da approfondire) e una cura certosina del dettaglio che peraltro non soffoca l’impressione di freschezza. Un risultato straordinario per una compagine di giovanissimi – due di loro sono del 1985, gli altri due del 1986 – che in ogni caso, al di là del sostegno ricevuto, devono tutto al loro naturale talento e alle loro efficaci alchimie interne.
Nonostante abbiano accantonato quell’urgenza espressiva che era una delle loro più stuzzicanti e coinvolgenti caratteristiche, gli Arctic Monkeys si rivelano insomma in costante movimento creativo, nonché assai abili nel tradurre in canzoni ispirate e fascinose i diversi stimoli ai quali si trovano esposti; qualche snobbaccio e qualche bastian contrario per partito preso non sarà d’accordo, ma il quartetto di Sheffield è ormai una realtà di rilievo, con la quale il pop-rock della nostra epoca non potrà smettere di fare i conti. Risatine di scherno per tutti coloro che, nel 2006, li scambiarono per l’ennesima meteora indie destinata a ballare una sola estate, forse al massimo due.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.662 del settembre 2009

Suck It And See
(Domino)
Ruolino di marcia davvero notevole, quello degli Arctic Monkeys: quattro album in nemmeno sei anni di attività discografica, più quello dei Last Shadow Puppets di Alex Turner e il recente mini “confidenziale” firmato come solista dallo stesso leader della band. Quantità che va di pari passo con la qualità, per di più accompagnata dal coraggio di rimettersi in gioco, di mischiare le carte, di assecondare una creatività certo un po’ capricciosa – sono pur sempre “ragazzini”, no?, anche se di talento – ma non per questo dispersiva o spiazzante nell’accezione negativa del termine. Un percorso a scatti che oggi ha portato i quattro di Sheffield a una nuova tappa destinata, come al solito, a far discutere i fan e a fornire nuovi spunti a coloro che li trattavano con sufficienza o peggio anche quando, con l’esordio Whatever People Say I Am… si rivelarono come una delle band più fresche, propositive e determinate del rock britannico degli anni Zero.
Il “problema”, se così si può dire, di Suck It And See? Semplice: è un lavoro dichiaratamente, incontrovertibilmente, sfacciatamente pop. E pop vintage, per di più, che sembrerebbe quasi voler incrociare i Sixties e certo post-punk morbido ed evocativo. Alcuni brani ricordano l’inglesità agrodolce dei Kinks, altri la versione meno enfatica e solenne degli Echo & The Bunnymen, ma l’evidenza è che Turner e soci – che hanno registrato a Los Angeles, con James Ford in console – hanno preferito orientarsi sulle ballate e, in generale, su toni piuttosto soft e solari: poche, su dodici tracce, quelle dove prende il sopravvento l’indole r’n’r, e due sono – paraculata? Sì, senza dubbio – i due diffusi come anteprime, Brick By Brick (che fa un po’ pensare, non solo per il titolo, all’Iggy Pop anni 80) e la più acida Don’t Sit Down ‘Cause I’ve Moved Your Chair. Nulla di cui spaventarsi, però: il songwriting è di ottimo livello e nel prossimo album, chissà, i nostri giovani eroi potrebbero (ri)scoprire l’hardcore-punk. Amali, pazzi Arctic Monkeys.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.683 del giugno 2011

AM
(Domino)
Con buona pace di quanti li avevano scambiati per l’ennesima meteora, gli Arctic Monkeys sono oggi come oggi una delle poche certezze della “nuova” musica inglese, naturalmente interpretando il termine con un minimo di elasticità: ben undici anni di carriera in crescente successo e cinque album realizzati, oltretutto – e non è roba da poco – senza alcuna paura di mischiare le carte della creatività. Eclettismo e qualità delle trame sonore a parte, che tanti considerino Alex Turner il Ray Davies della sua generazione non può essere casuale: il cantante/chitarrista di Sheffield scrive con ispirazione, gusto e versatilità, e pazienza se ha più volte tradito i suoi toni british per assecondare le fascinazioni provenienti dalla sponda opposta dell’Atlantico.
Inciso appunto negli Stati Uniti (produce il solito James Ford, assieme a Ross Orton) e intitolato così per rendere omaggio all’antologia VU dei Velvet Underground, AM è un’ulteriore prova di gran pregio, che invece di porsi sulla scia dell’immediatezza pop del penultimo Suck It And See sembra volersi riallacciare alla densità dell’ancora precedente Humbug, seppur con un repertorio nel complesso più fluido e ammiccante. Il r’n’r spigoloso e frenetico degli esordi è ormai un ricordo, ma la sua energia rimane a sostenere brani che per lo più strizzano l’occhio – ma senza banalità – alle piste da ballo, fra arrangiamenti complessi, puntate filo-glam (ad esempio Arabella o I Want It All, che vantano anche bei chitarroni: Marc Bolan sorride compiaciuto) e atmosfere crepuscolari se non notturne, con le ballate seducenti ma mai sdolcinate a dominare in termini numerici. Un party da non mancare, insomma, che vede tra l’altro come graditi ospiti Josh Homme, l’ex Coral Bill Ryder-Jones, Pete Thomas e – come autore di un testo, risalente ai primi anni ‘80 – John Cooper Clarke, il vecchio poeta punk di Manchester. Tratto Tratto da Blow Up n.184 del settembre 2013

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Categorie: recensioni | Tag: | 1 commento

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Un pensiero su “Arctic Monkeys

  1. savic

    per me hanno fatto solo dischi belli!!!

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