Arctic Monkeys

Seguo gli Arctic Monkeys dall’inizio e ne ho scritto almeno quattro volte: un articolo per l’album d’esordio e tre recensioni per i seguenti. Dovendo scegliere solo un pezzo, ho optato per questo “disco del mese” di quattro anni fa: l’argomento affrontato è dunque Humbug, terzo e penultimo – ma ancora per poco: è atteso a breve AM – capitolo di una storia rivelatasi persino più avvincente di come era parsa in origine. Tra poche ore, pioggia permettendo, assisterò per la prima volta a un concerto della band britannica, che suonerà a “Rock In Roma” con Vaccines e Miles Kane in apertura: mi sto “caricando” proprio ascoltando Humbug.

Arctic Monkeys copHumbug (Domino)
Da qualche anno si è cominciato a parlare del secondo album come, citando il filosofo Caparezza, “il più difficile nella carriera di un artista”. Incomprensibili le ragioni del cambio di rotta, dato che per decenni il disco cruciale è sempre stato considerato il terzo: quello, cioè, al quale toccava il compito – arduo, appunto – di confermare effettivamente lo spessore e la capacità di durare nel tempo di una band o di un solista, dopo la rivelazione del debutto e un secondo lavoro che di norma segue la scia del precedente, vivendo un po’ di luce riflessa. Colpa di una musica che via via è diventata più “usa e getta”, con conseguente ansia da parte dei media di mettere in discussione quanto prima i miti (reali o presunti) da essi stessi creati? Possibile… e vero anche che per un mondo veloce e spietato come questo possa aver senso stabilire appena alla seconda prova chi meriti di (continuare a) esser seguito e chi no. Uniformandosi alla “nuova” regola, dunque, gli Arctic Monkeys vantano già – come del resto implicitamente dimostrato dal ruolo di headliner negli ultimi festival estivi di Reading e Leeds – il marchio di approvazione ufficiale: nulla di cui meravigliarsi, dopo l’inequivocabile uno-due di Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not (2006) e Favorite Worst Nightmare (2007), senza dimenticare il brillante exploit dei Last Shadow Puppets con The Age Of The Understatement (2008).
Proprio al progetto parallelo del cantante (e chitarrista) Alex Turner, benché con meno grandiosità e un’attitudine ben più r’n’r, sembra per molti versi rimandare questo Humbug: dieci episodi quasi completamente giocati su ipnotismi ritmici, melodie non lineari, atmosfere non esattamente luminose e arrangiamenti di notevole fantasia dove le sfrontatezze indie rock sono state collocate sullo sfondo da trame ricercate e insinuanti, figlie di un approccio che si potrebbe definire new wave. Nel complesso l’energia non manca, tutt’altro, ma invece di deflagrare con modalità quasi punk come spesso accadeva in passato (e come accade, sola eccezione in scaletta, nella peraltro allucinata e inquietante Pretty Visitors), preferisce strisciare in modo più subdolo, riservandosi tuttavia brevi momenti in primo piano. Comunque, un album che mai si direbbe – ma anche no: un gioiellino come Dance Little Liar suona in effetti piuttosto “americano” – realizzato tra il deserto (Joshua Tree), Los Angeles e Brooklyn, con la produzione suddivisa fra Josh Homme dei Queens Of The Stone Age (che di sicuro avrà contribuito parecchio all’impronta evocativo-visionaria dell’insieme) e il solito, collaudatissimo James Ford; e un album che, oltre ad accusare cadute di tono davvero minime – magari la pur persuasiva Cornerstone, che strizza l’occhio a Morrissey – grazie all’accurata selezione dei brani (il gruppo ne ha scartati circa un’altra decina), evidenzia una totale assenza di banalità (anche nei testi, da approfondire) e una cura certosina del dettaglio che peraltro non soffoca l’impressione di freschezza. Un risultato straordinario per una compagine di giovanissimi – due di loro sono del 1985, gli altri due del 1986 – che in ogni caso, al di là del sostegno ricevuto, devono tutto al loro naturale talento e alle loro efficaci alchimie interne.
Nonostante abbiano accantonato quell’urgenza espressiva che era una delle loro più stuzzicanti e coinvolgenti caratteristiche, gli Arctic Monkeys si rivelano insomma in costante movimento creativo, nonché assai abili nel tradurre in canzoni ispirate e fascinose i diversi stimoli ai quali si trovano esposti; qualche snobbaccio e qualche bastian contrario per partito preso non sarà d’accordo, ma il quartetto di Sheffield è ormai una realtà di rilievo, con la quale il pop-rock della nostra epoca non potrà smettere di fare i conti. Risatine di scherno per tutti coloro che, nel 2006, li scambiarono per l’ennesima meteora indie destinata a ballare una sola estate, forse al massimo due.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.662 del settembre 2009

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Categorie: recensioni | Tag: | 1 commento

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Un pensiero su “Arctic Monkeys

  1. savic

    per me hanno fatto solo dischi belli!!!

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