Bluvertigo – Morgan (1998)

Credo sinceramente che l’intervista qui a seguire sia una delle più interessanti e riuscite che abbia mai fatto, anche se quando mi ci sono seduto di fronte con un registratore in mezzo, provavo per il mio interlocutore una discreta antipatia. All’epoca, l’oggi popolarissimo Morgan (qui qualcosa sui suoi primi lavori da solista) guidava i Bluvertigo, band che con due album aveva già parecchio alzato la testa fra i cosiddetti emergenti, ed era – come adesso – un personaggio parecchio controverso. Io gli avevo stroncato entrambi i dischi (qui le recensioni), lui mi aveva accusato pubblicamente di essere incompetente e poco serio: cosa meglio che incontrarsi e parlarne, senza paure, da persone convinte delle loro opinioni e in grado di argomentarle? Non ci picchiammo e, anzi, ci trovammo abbastanza in sintonia. Curioso che, negli ormai quasi quindici anni successivi, non sia mai capitato di replicare.

Bluvertigo foto

Chanson egocentrique
Nessuna regola giornalistica stabilisce che per realizzare una buona intervista bisogna anche nutrire una speciale devozione per il proprio interlocutore, giacché lo scambio di opinioni diverse – se non addirittura opposte – può spesso innescare dialoghi stimolanti sia per chi li intavola che per quanti devono limitarsi a leggerne il resoconto sulla carta stampata; a patto, è ovvio, che il contraddittorio non degeneri in risse verbali come quelle fomentate con zelo dai conduttori di tanti insulsi talk-show.
L’incontro tra il sottoscritto e Marco “Morgan” Castoldi, che dei sempre più lanciati Bluvertigo è frontman, leader e portavoce, era però di quelli ad alto rischio di scintille, non solo perché la divergenza di vedute riguardava un argomento-chiave come l’effettivo spessore della band monzese ma soprattutto perché le dichiarazioni pubbliche originate dal disaccordo avevano accentuato la frattura tra le parti in causa: da un lato il kritiko cieco e insolente, per il quale il gruppo era antipatico, pretenzioso e pieno di boria così come la sua proposta era costruita, autoindulgente e fondata su vuoti esercizi strumental-intellettuali, e dall’altro l’Artista ferito nell’orgoglio, che tirava ironicamente in ballo gap generazionali e sosteneva infamanti accuse di recensioni stese senza ascoltare i dischi. Eppure, nonostante tali preoccupanti premesse, la chiacchierata si è protratta piacevolmente per un paio d’ore, regalando i discorsi condensati in queste pagine e due nuovi punti fermi che i protagonisti della vicenda dovranno necessariamente tenere a mente: che il kritiko può anche non corrispondere al cliché dell’appassita, arrogante testa di cazzo, e che l’Artista può essere di gran lunga preferibile alla sua Arte.
Che cosa vedi, guardando i Bluvertigo?
Un mio progetto. Tradizionalmente una band rock nasce da esigenze musicali ed extra-musicali, con particolare riferimento agli aspetti sociali: noi, invece, siamo più atipici, nel senso che costituiamo l’ultima tappa di un percorso iniziato parecchi anni fa da me e Andy, mio vecchio compagno di avventure adolescenziali. Nell’ambito della mia attività di musicista, che come sai si sviluppa anche nelle produzioni, nelle collaborazioni esterne e nei lavori solistici, i Bluvertigo rappresentano l’esperienza “gruppo”.
Fino a che punto sei aperto a recepire le idee degli altri componenti?
Senza dubbio ognuno dà il suo contributo, però la guida è la mia. La cosa può avere risvolti sia positivi che negativi, ma se la situazione non fosse questa saremmo probabilmente più omologati: il voler amalgamare troppi elementi comporta sempre un compromesso, e i compromessi di solito hanno un certo sapore di standardizzazione.
In linea di massima sono d’accordo: in una band, una “dittatura illuminata” è quasi sempre meglio di una democrazia.
Infatti i miei modelli sono gli ensemble con alla base un’unica, forte personalità, che in virtù delle sue capacità organizzative e di sintesi è in grado di filtrare le intuizioni degli altri e dar loro un senso: David Byrne e i Talking Heads, Sting e i Police… È un paradosso, ma potremmo dire che i Bluvertigo non sono a favore dei gruppi.
E allora perché non ti proponi semplicemente come solista?
Perché credo, nei brevi bagliori di ciò che non so se definire solidarietà o desiderio di condivisione, che la band porti comunque stimoli. Preferisco ripartire idee, soddisfazioni, meriti e guadagni piuttosto che essere uno di quei musicisti che suonando seguono esclusivamente il proprio flusso e in qualche modo si escludono dal resto del mondo: mi piace, al contrario, farlo assieme ad altri e sentire i vari flussi che si incrociano e si intrecciano.
Anche il confronto ha la sua importanza.
Certo. Si stabilisce un momento di dibattito in cui il gruppo, come entità di quattro persone, ha la facoltà di approvare o disapprovare determinate scelte: nei Bluvertigo gli input sono per lo più miei, ma la loro messa in atto dipende da una decisione collettiva.
Pensi che i tuoi compagni siano pienamente appagati da questo stato di cose, o c’è il rischio di qualche frustrazione nascosta?
Ho molto a cuore non solo la convivenza proficua e pacifica ma anche la felicità di chi mi sta vicino, e non nego che mi capita di avere ripensamenti ed ansie rispetto al problema della libera espressione dei miei compagni. Ho fatto di tutto perché si innamorassero di me sotto il profilo musicale, ed essendoci riuscito sento naturalmente una certa responsabilità: visto che loro si sono messi nelle mie mani, devo coccolarli e accudirli senza soffocarli. Cerco di essere leader, ma lasciando che tra noi si insinui un pizzico di anarchia.
Intesa come ordine senza bisogno di regole?
Sì, anche se poi non tutti riescono a comportarsi di conseguenza. Per esempio, per quanto concerne la gestione economica – rispetto alla quale mi trovo nel ruolo di quello non interessato alla materialità – avevo suggerito una politica “anarchica”, fondata sulla possibilità che tutti noi potessimo attingere nel calderone comune in base alle rispettive esigenze: questa linea di azione non è stata assolutamente accettata, probabilmente per la paura di ciascuno di non sapersi imporre delle regole piuttosto che per il timore di eventuali scorrettezze degli altri.
Passando al versante artistico, cosa puoi dirmi della componente estetica del suono Bluvertigo? La vostra estrema cura per il dettaglio sembra forzata, anche se usando questo termine non voglio per forza negare che essa sia naturale.
Parlando di estetica mi vengono in mente più che altro immagini letterarie, e quindi direi che i Bluvertigo potrebbero stare al rock come Flaubert alla letteratura: lui aveva una enorme raffinatezza di stile senza che ciò andasse a danno di una sostanziale crudezza di fondo, e poi era uno scrittore inserito nel mercato e perciò moderno, Arte radicata in un contesto. La nostra intenzione di operare nella giungla discografica italiana giustifica certe prese di posizione che possono magari disturbare ma che hanno lo scopo di difendere il prodotto e preservarlo da un ambiente che massacra, livella e non rende giustizia quasi a nulla. In questo senso cerco di essere pensatore e operaio: il lavoro di artigianato musicale da me compiuto nasce dalla mia volontà di sporcarmi le mani a 360 gradi, anche perché non mi è difficile fidarmi di chi dovrebbe lavorare per me.
Ti riferisci, cioé, a produzione, arrangiamenti…
Tutto: produzione e arrangiamenti, ma anche videoclip, servizi fotografici e copertine. Il nostro regime di autarchia non prevede inferferenze nel nostro operato, e quello che realizziamo è esclusivamente farina del loro sacco. Siamo una realtà autentica, sta al pubblico apprezzarci o non sopportarci. Non siamo un gruppo costruito, ma un gruppo autocostruito.
Allora mi confermi di essere tu l’autore di quei comunicati-stampa così incredibilmente tronfi, che oltretutto hanno supportato le mie stroncature ai vostri danni.
Veramente le mie stesure originali erano ancora più pesanti, quelle che hai ricevuto tu erano abbastanza diluite. L’idea era quella dell’ironia, come può essere ironico un Franco Battiato che va ospite a “Domenica In” sdraiato sull’amaca e accompagnato da Giusto Pio che “suona” la macchina da scrivere invece della tastiera.
Non ero affatto prevenuto, ma leggendo quelle righe ho pensato solo “ma questi chi si credono di essere”?
La nostra apparente aggressività è un mettere le mani avanti, una difesa… Comunque mi rispecchio in un comunicato-stampa che suscita reazioni di questo genere, simili a quelle che la vista della mia persona può provocare quando vado dal tabaccaio. A me importa molto che la mia opera, sonora e non, sia aderente a ciò che sono come uomo.
Adesso sono a giocare con l’ironia: ti ritieni, cioé, una specie di semi-dio?
No, no… Posso avere una buona considerazione di me stesso, ma quando compio delle sviste o delle scortesie comportamentali ottengo un feedback da parte della gente. C’è però differenza tra l’indagare per capire se determinati atteggiamenti hanno un qualche tipo di fondamenta e il rifiutare di approfondire la conoscenza fidandosi solo del primo impatto. Ogni tanto incappiamo in questo tipo di “errori”, ma in fondo la faccenda non mi dispiace: non sono per il buonismo, per il risultare simpatico a tutti, per il dire le cose che il prossimo vorrebbe o si aspetta. Non amo le maggioranze e neppure le élite che sono troppo snob: voto per l’Uno, per l’individualismo, al di là che ciò significhi vestire i panni dell’eremita o quelli del provocatore.
Credi nella rivoluzione?
Sì, ad ogni livello. A quella di Marx come a quella di Nietzsche, anche se i concetti di quest’ultima sono stati purtroppo applicati molto male. Credo negli ideali che hanno ribaltato lo status quo, e sono contento quando, anche nel settore musicale, mi imbatto in qualcosa con simili potenzialità.
Quello del livellamento stilistico e qualitativo delle proposte è una delle realtà più tristi, che coinvolge anche i media.
Infatti ciò che più rimprovero alle riviste è la loro prevedibilità, e sarò felice il giorno in cui ci troverò qualcosa che assolutamente non mi aspettavo. Perché, per esempio, nessuno mette in copertina Remain In Light dei Talking Heads, che è stato uno degli album più innovativi della storia?
Con me sfondi una porta aperta, ma purtroppo il 90% dei (pochi) giovani che si interessano di musica preferiscono le finte novità di oggi ai capolavori del passato prossimo e remoto.
Io appartengo a un’altra categoria: ho venticinque anni, ma quando ne avevo diciotto facevo ricerche nel suono di un decennio prima e non idolatravo Nirvana, Pearl Jam e Alice In Chains come all’epoca sembrava fosse quasi obbligatorio. Ero una specie di alieno, ascoltavo la trilogia berlinese di David Bowie invece di Nevermind.
Beh, sicuramente la musica dei Bluvertigo deriva da fonti di ispirazione “colte” e ricercate, pur racchiudendo in sé anche elementi rock’n’roll. A mio parere, però, le varie influenze non sempre si fondono in modo equilibrato, e nonostante la formula risulti alla fine abbastanza riconoscibile non posso non riscontrare una certa confusione. Sei d’accordo?
La confusione può derivare dalla notevole quantità di elementi, ma il fatto di volerci o meno porre rimedio dipende dall’intenzione di ogni singolo disco. Tu conosci solo i nostri due album, mentre io ho già un’idea più o meno embrionale dei prossimi venti che verranno… o, almeno, dei prossimi venti che realizzerei se da qui al 2.020 non intervenissero altri fattori. Quella che tu chiami “confusione” è solo l’inizio, ma in prospettiva tutto troverà una sua spiegazione logica. Noi siamo partiti con un progetto ambizioso, quello del “blob-rock”: distruggere tutto e accostare i frammenti in modo che magari venga fuori qualcosa, come in un patchwork o nella visione dadaista. In seguito, però, c’è stata una maturazione, che si è tradotta nel cuocere assieme quello che ha contribuito alla mia genesi come musicista e nel perfezionarlo eliminando e aggiungendo ingredienti. La confusione è tipica di uno stadio intermedio nel quale non si è ancora capito completamente dove si sta andando, ma al di là di questo sono soddisfatto di portare avanti un discorso plurigenere. Si potrebbe dire che dal “punk” di Acidi e basi siamo passati al “post-punk” di Metallo non metallo. Nel terzo album vorrei coltivare la schizofrenia e la libertà estrema di potersi contraddire mantenendo una coerenza interna: secondo me, la capacità di associare cose apparentemente dissimili e disgiungere cose apparentemente simili è un sintomo di intelligenza.
A proposito, a che punto è la lavorazione del nuovo disco?
Al momento ho scritto un’ottantina di testi, tra i quali selezionerò quelli che più mi sembreranno adatti, e abbiamo terminato alcune canzoni. Per quanto riguarda l’incisione, adotteremo tecniche d’avanguardia: sto sperimentando un prototipo che può girare su un normale computer e che ci permetterà di registrare nel mio studio casalingo con un’altissima qualità e senza bisogno di tecnici e altri intermediari tra noi e il prodotto finito. Inoltre, assieme a due ingegneri del suono, ho inventato uno strumento che consente di costruire pattern ritmici: non è una batteria elettronica e neppure un campionatore, e consente mediante un’unica programmazione di intervenire in modo nuovo su timbri e ritmi generando una sorta di frattale musicale. La macchina è ancora in fase di costruzione, ma nell’album sarà largamente impiegata: la prova generale è stata effettuata in Perché non dirlo e Fuori di testa dei Soerba, dei quali come sai ho prodotto il primo CD. Infine, l’ultima nota importante sul nuovo album è che ogni brano corrisponderà a uno specifico concetto: uno sarà costituito solo da rumori, un altro solo da voci, un altro ancora sarà realizzato mettendo assieme tre canzoni finite…
Hai già il titolo?
Forse lo chiameremo Zero, o magari Dissoluzione o Dissociazione.
Lo abbiamo già affrontato in modo marginale, ma mi piacerebbe approfondire il discorso sul vostro look. Anche in questo campo sembra che “ve la tiriate” parecchio.
Il modo di vestirci e di truccarci è senza dubbio una delle componenti della nostra espressività, ma in questo non crediamo certo di essere degli innovatori: che mi dici dei Pulp, dei Gene, dei “padri” Roxy Music?
La mia idea è che vi ispiriate al glam dei ‘70 filtrandolo attraverso una sensibilità ‘80.
Sì, è vero. Andy e io, che siamo un po’ l’anima estetica della band, abbiamo quel tipo di riferimenti. Sia chiaro, però, che “travestendoci” miriamo al divertimento, e soprattutto a quel genere di divertimento trasgressivo che si ottiene facendo quello per cui non si è “programmati”, dalla società così come dal manager o dai discografici. Nel panorama italiano ben pochi si curano davvero dell’immagine, e di solito questi pochi si prendono maledettamente sul serio: il che, converrai con me, è molto triste. Noi non pianifichiamo, ma cazzeggiamo: scegliamo l’abbigliamento per il video frugando nell’armadio, oppure decidiamo di punto in bianco di imitare i Kraftwerk. Per noi conta anche esprimerci dal punto di vista corporeo: ballare, mimare, recitare: dovessimo limitarci a suonare ci sentiremmo quasi mutilati, ma per fortuna il mondo del pop offre tante opportunità creative.
Che genere di rapporto avete con il vostro pubblico?
Ognuno di noi ha un approccio diverso. Il mio, ad esempio, è molto duro: sono lunatico e lascio alquanto a desiderare in termini di ringraziamenti e sorrisi, ma anche se non appare evidente sono molto devoto verso chi mi segue e in qualche modo mi comprende.
E verso chi ti ama senza in realtà capirti, o magari credendo che tu sia quello che invece non sei?
Cesare Pavese, ne Il mestiere di vivere, ha scritto una cosa straordinaria: “Ho sempre preferito non essere compreso, perché essere compresi vuol dire prostituirsi”. Preferisco essere preso per quello che non sono, ignorato umanamente.
Questo non contrasta con il naturale desiderio dell’artista di spiegare se stesso tramite le sue creazioni?
È vero, è una contraddizione, ma fa parte del gioco. E pensare che alla base dei miei testi, di quella che forse presuntuosamente definirei “la mia poetica”, c’è il discorso della comunicazione e della comprensione.
Toglimi una curiosità: che studi hai fatto?
Molto incasinati. Dopo quattro anni di liceo classico mi sono diplomato in una scuola sperimentale che conta tra le sue materie anche le arti grafiche. Poi un anno di musicologia e infine il Conservatorio… però continuo a coltivare il mio interesse per la cultura umanistica, seppure in modo obliquo: mi piace pensare che oggi possano esistere degli intellettuali “decompartimentizzati”, come Leonardo o Galileo, così come ritengo che la musica sia un vero e proprio linguaggio: pensaci bene, ha una sua evoluzione, una sua storia, una sua sintassi, una sua letteratura.
Negli ultimi tempi ti stai affermando anche come “ospite di lusso” all’interno di progetti altrui: come fai a conciliare il tuo carattere così egocentrico con le necessità e le aspettative di chi ti chiede una collaborazione?
Quando mi trovo al fianco di personalità straordinarie come, per esempio, Franco Battiato, mi comporto da allievo. Mi piace avere dei maestri e apprendere il più possibile da loro: specie quando, come Battiato, sono maestri che non spiegano ma raccontano e lasciano che la risposta sia nell’intelligenza della domanda.
Prima si parlava di mercato: qual’è la vostra reazione di fronte a un’accusa di “commercialità”?
La risposta è in una frase illuminante di Robert Fripp: “non esiste disco che non sia commerciale”. In pratica, qualsiasi musica che venga posta in vendita ha tra i suoi obiettivi quello di essere acquistata, e dunque la categoria oltretutto discriminante della “musica commerciale” non ha ragione di esistere.
C’è differenza, consentimi, tra il disco scaturito da processi creativi spontanei e quello pianificato a tavolino con il solo scopo di conquistare i favori del “popolo bue”.
È ovvio, ma quest’ultimo genere di disco non sarà “commerciale”, sarà semplicemente brutto: magari è un discorso ozioso, però credo davvero che il termine “commerciale” andrebbe eliminato in sede critica, o almeno svuotato di ogni suo significato negativo. E comunque non è detto che un disco costruito per piacere al grosso pubblico sia automaticamente brutto: bisogna avere meno preconcetti, e giudicare i suoni e gli accordi solo in base a quello che ci comunicano. La categoria “commerciale” rientra nella logica del preconcetto.
È un discorso giusto e intrigante, ma anche un po’ pericoloso: questo genere di pregiudizio è uno dei più radicati, specie in Italia.
È una vita che mi trovo costretto a difendere dischi snobbati da un certo genere di ascoltatori in quanto tacciati di commercialità, e che mi incazzo quando rilevo un atteggiamento di chiusura verso artisti che hanno ottenuto successo: mi disturba sentir dire che i Police o gli U2 erano grandi solo all’epoca dei primi due album, quando non li conosceva quasi nessuno. Io, al contrario, sono attratto dall’artista che vende, e sono sempre incuriosito da tutti gli elementi che via via si affacciano nella sua carriera; soprattutto, sono affascinato dalla decadenza, dalle difficoltà che si possono incontrare dopo trent’anni passati a scrivere e interpretare canzoni. Trovo che spesso il bagaglio di esperienza è distruttivo, porta verso il nichilismo.
Da una mia piccola indagine personale è emerso che sei uno dei personaggi più impopolari nell’ambito della nuova scena rock nostrana. Da cosa credi che dipenda?
Di sicuro dal fatto che non ho timore di dire quello che penso. L’Italia è piena di nuovi gruppi che copiano le tendenze emergenti inglesi e americane e poi si azzuffano perché si stabilisca, in pratica, a chi appartiene il merito di averle importate per primo. Questa non è ricerca, è la versione aggiornata della relazione tra Little Tony e Elvis Presley. Il mio rispetto va a gente come De André, Battiato, Conte, Fossati: gente che segue percorsi propri indipendentemente dai vari Tom Waits o Lou Reed dai quali può essere stata più o meno ispirata.
E tra questi due estremi c’è quel “confine tra Arte Alta e Arte Bassa” sul quale, secondo le tue dichiarazioni, i Bluvertigo vorrebbero muoversi?
No, no. Secondo me, quando il rock e il pop vogliono essere solo protesta, sfogo e alto volume sono Arte Bassa, mentre la musica contemporanea dei vecchi professori, quando è sterile e priva di raccordi con la realtà circostante, è Arte Alta. Il pop, magari interpretando il concetto in modo meno restrittivo di quanto comunemente si faccia, ha la capacità di essere un momento di unione e di scontro – e quindi un momento vitale – tra Arte Alta e Arte Bassa, e in tal senso Bowie ne è uno dei massimi geni. Non è detto che ci si riesca, ma anche i Bluvertigo aspirano a rompere questa barriera di non-comunicazione che esiste, ad esempio, tra il punk e Luigi Nono.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.319 del 16 settembre 1998

Categorie: interviste | Tag: | 25 commenti

Navigazione articolo

25 pensieri su “Bluvertigo – Morgan (1998)

  1. backstreet70

    E’ entrato un po’ degli ingranaggi ma è sempre uno che la musica la capisce (anche quella che detesta a pelle) e l’apprezza.
    Cialtrone non direi proprio.

  2. Anonimo

    morgan a me personalmente mi ha stufato è 10 anni e più che parla a vanvera e lo si vede solo su Novella 2000 con la nuova fiamma
    dai siamo seri è un cialtrone

    • È comunque un’intervista di quasi vent’anni fa. Qualsiasi cosa ci sia scritta, va rapportata all’epoca. Comunque, al di là del gossip, Morgan ha fatto anche cose di buon livello.

  3. Anonimo

    ma quale genio è un conta bugie

  4. Tore1960

    Riguardo l’aspetto musicale, che non conosco assolutamente, me la cavo dicendo che l’importante è che ognuno ascolti quel che gli piace e non quello che altri decidano che dovrebbe piacere. Troppa gente ascolta quello che ascoltano gli ‘altri’, in generale e disprezza quel che ‘non è conosciuto’. Rimangono le domande e il tipo di risposte di Morgan. Mi sembra un tipo sincero. Sincero non nel senso che non dice balle, cosa che non posso in ogni caso appurare, ma un tipo che non cerca di ingannare se stesso o gli altri. Se non, come tutti, a livello freudiano.

  5. Ho capito che ti piace, ma non ti sembra un po’ poco l’incomprensione come prova del talento di un artista? Anche perché, se tu lo apprezzi, significa che lo comprendi, ergo non è un genio perché esiste qualcuno che è in grado di capirlo.

    • micina

      Daniel fa caldo guardati l’intervista “Riparto da qui” su sky e comprendi

      • Vista… e quindi?
        E’ una persona con un buon (non altissimo) grado di cultura e sa usarlo bene per vender fumo e una certa immagine di se stesso, piazzando frasi ad effetto nei punti giusti. In questo senso è un’ottima pop star.
        Un bell’esempio lo troviamo quando ha sostenuto che la musica è metafisica che “entra” nell’artista, il che non è altro che una citazione scrausa di un famoso concetto pitagorico e, soprattutto, una fregnaccia trascendente. Cosa che fa ancora più ridere se pensiamo che prima ha descritto la musica come onda, ovvero nella sua forma più scientifica, fisica e immanente.
        Il resto è una palese marchetta per X Factor che, guarda caso, va in onda su Sky.
        “Innanzitutto voglio tornare a X Factor per mettere alla prova me stesso, facendo esplodere la struttura generale di questo concetto del talent.” E’ arrivato lui a scardinare la macchina schiacciasassi dell’industria… Mission failed. E siamo a due.
        Ora, ho capito che fa caldo per argomentare con parole proprie, ma se per elogiare Morgan devi citare le parole di Morgan, almeno che le citazioni siano corrette: ha affermato che la condicio sine qua non perché un artista sia un genio è l’emarginazione, non l’incomprensione. E dato che Morgan sta in tv tutto il santo giorno, non credo gli si possa attribuire l’epiteto di “emarginato”.

      • Gian Luigi Bona

        Morgan è un furbacchione che sa vendersi bene. Fa X-Factor perché lo pagano bene e fa bene a prendersi questi soldi. Certo dire che lo fa per fare “…esplodere la struttura generale di questo concetto del talent” fa molto fine e non impegna.

  6. micina

    per me è un genio e la sua condicio si ne qua non è l’ncomprensione

  7. I discorsi di Morgan sono come i suoi dischi: pieni di megalomania e buoni spunti che finiscono in un niente di che.

  8. donald

    interessantissima intervista Federico,bluvertigo boh, non so che dire, non è proprio il mio genere, lui lo rispetto in ogni caso, e “Altrove” era una gran canzone

  9. micina

    Morgan e i Bluvertigo sono i numeri 1 della musica gli altri son nessuno Morgan è un grande Artista incompreso purtroppo…

  10. Morgan che piaccia o no è uno dei pochi “geni” musicali che l’italietta abbia partorito neglu ultimi venti anni.

  11. giannig77

    ricordo benissimo questa intervista.. all’epoca però quasi la “snobbai”; inutile, mi stava antipatico o forse semplicemente non lo capivo. Non che ora sia meno enigmatico, o ambiguo, anzi, probabilmente il progetto di cui parla precedeva che diventasse un opinion maker, un coach, un divo. Le premesse c’erano tutte d’altronde. Rileggendola, devo dire che ha espresso concetti molto interessanti, e con tesi ottime. Però all’epoca ero troppo dentro il movimento rock alternativo (collaboravo con Radio Pop Verona ed ebbi modo di conoscere molti artisti,) o vicino a band che col senno di poi, copiavano palesemente modelli inglesi (vedi soon o mao, per i quali avevo un’adorazione, essendo io amante del britpop dell’epoca). Quindi, la loro proposta mi era indifferente e non mi piaceva la “posa”… loro e i Negrita erano gli unici che non mi suscitarono grosse emozioni (nonostante la mia ex ragazza, amante di Battiato andasse matta per la musica di Morgan e co., trovando molte affinità col MAESTRO). Tuttavia credo ch, a distanza di 17 anni(!) quel disco di cui parli qui abbia ancora senso e si possa inserire tranquillamente tra i dischi del decennio. Una nota a margine.. all’epoca ero molto amico degli Scisma.. e Sara,la cantante con cui ancora sporadicamente mi sento o mi vedo per rimpatriate… sempre più rare purtroppo (anche se di recente ha duettato con i fratelli Campetty, altri grandi amici) mi disse in tempi sospetti che nel panorama musicale alternativo italiano dell’epoca c’era soltanto un altro del livello di Paolo Benvegnù come artista a tutto tondo e pensatore fine.. fece il nome proprio di Morgan, con sbigottimento mio e del mio amico Ricky che non ci aspettavamo una risposta simile.. credevamo parlasse di Agnelli, che gli aveva appena prodotto Rosemary! 🙂

  12. Orgio

    “i Bluvertigo aspirano a rompere questa barriera di non-comunicazione che esiste, ad esempio, tra il punk e Luigi Nono.”
    Mission failed.

    • Gian Luigi Bona

      Se Morgan avesse tanto talento quanto è presuntuoso come minimo sarebbe David Bowie

      • micina

        gian luigi non ti permettere di parlar male di Morgan sai almeno non farlo in mia e sua presenza, lui non è affatto presuntuoso. chiedi perdono piccolo maleducato

      • Gian Luigi Bona

        Perdono…

      • micina

        a mio avviso sia Morgan sia i Bluvertigo hanno dato molti insegnamenti . prima di parlare pensa morgan ha talento da vendere

      • Gian Luigi Bona

        Come ho detto “Canzoni Dell’Appartamento” è un capolavoro, “Da A ad A” mi piace molto. Poi aspetto con impazienza il nuovo album non di cover.
        Genio, converrete è una parola veramente grossa.

      • micina

        tranquillo sei perdonato

      • Gian Luigi Bona

        ‘azie !!!

  13. Gian Luigi Bona

    Tipo abbastanza originale, penso che abbia ragione quando dice che alcuni autori italiani si comportano come Little Tony e Elvis.
    L’unica cosa sulla quale non ho dubbi parlando di Morgan è che “Canzoni Dell’Appartamento”, il suo primo album solista è un capolavoro.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Blog su WordPress.com.

L'ultima Thule

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

8th of May

wild cats walk longer

Withnail e io

Il blog di Carlo Bordone

juveniledelinquentmusic

Hi NRG ROCK'N'ROLL!!!!!!!!!!!!!!!

BABYSNAKES di Massimo Del Papa

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

PELLEeCALAMAIO di Gianni Gardon

Parole in libertà: pensieri sparsi su ciò che mi ronza per la testa e ciò che mi gira attorno.

Nudespoonseuphoria's Blog

100 cover versions and a kitchen sink drama

Venerato Maestro Oppure

Il primo blog di Eddy Cilìa

BASTONATE

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: