Red Hot Chili Peppers

Estate 1995, data imprecisata. Alle 4 di mattina squilla il telefono di casa mia. Rispondo a metà fra il sorpreso e l’intontito, e una garrula voce femminile mi dice, in inglese, “ciao, chiamo dalla Warner americana per l’intervista con i Red Hot Chili Peppers”. “In realtà sarebbe per domani”, rispondo. Silenzio, rumori di carte in lontananza, ritorna la stessa voce (un po’ meno garrula, però): “Ehm… sì, in effetti hai ragione… ma visto che sei qui e sei sveglio, non è che potresti farla ora?”. Con la massima gentilezza replico che non posso, perché non ho ancora preparato le domande visto che attendevo sì la chiamata alla mie quattro di mattina, ma la notte seguente. “Ah, certo, scusami, allora a domani”. Ventiquattr’ore dopo, puntualissimo, il telefono squilla di nuovo. Sempre lei, di nuovo garrula. “Ciao, oggi è il giorno giusto, scusa di nuovo per ieri, ti passo subito Flea”. Non faccio in tempo a dire “Come, Flea?!? Dovevo parlare con Dave Navarro!”, che il bassista mi saluta. Io: “Ciao, Mike, è un vero piacere sentirti, ma l’intervista era fissata con Dave”. Lui: “Non ti fa piacere parlare con me?”. Io: “Ma certo, figurati, e nel caso non c’è problema. È solo che sapevo di dover intervistare Dave e quindi avevo preparato alcune domande specifiche. Converrai con me che il bassista e cofondatore dei Red Hot Chili Peppers non è esattamente la stessa cosa del nuovo chitarrista dei Red Hot Chili Peppers… no?”. Lui: “Beh, sì, ha senso. Resta in linea, lo chiamo”. In lontananza si odono urla, risate e qualcosa che assomiglia a una violenta pacca sulla spalla. “Hello!, sono Dave”. Sospiro di sollievo.
Ai tempi, quattro anni dopo il formidabile Blood Sugar Sex Magik, i Red Hot Chili Peppers erano una band popolarissima in tutto il mondo, ma non avevano ancora assaporato il successo pazzesco di Californication. Tre anni prima, John Frusciante era uscito dal gruppo, e per sostituirlo era stato scelto l’ex Jane’s Addiction Dave Navarro: un sodalizio che durò un solo album, il non troppo fortunato ma interessante One Hot Minute. Avevo deciso di intervistare il chitarrista, invece di uno dei membri storici, perché ritenevo potesse offrire una visione diversa. Col senno di poi, rimango contento di averlo fatto. E continuo a credere che One Hot Minute sia più significativo di come di norma lo si dipinge.

Red Hot foto

Al di là di ogni personale giudizio sui risultati artistici di volta in volta conseguiti, l’uscita di un nuovo album dei Red Hot Chili Peppers non è avvenimento che possa passare sotto silenzio. Meno che mai nel caso del recentissimo One Hot Minute, che oltre a ratificare discograficamente l’ingresso in organico di Dave Navarro (ex chitarrista dei mai abbastanza osannati Jane’s Addiction) sancisce il ritorno sul mercato della band di Los Angeles dopo quasi quattro anni di assenza. Non è rivoluzionario come sperato, One Hot Minute, ma non è neanche quell’opera interlocutoria di cui hanno riferito alcune cronache troppo frettolosamente redatte: è, invece, una raccolta di canzoni intense e ispirate, dove l’impatto delle sempre efficaci pirotecnie del vecchio repertorio risulta spesso accresciuto dal ricorso a soluzioni piu energiche e aggressive. Quanto basta, insomma, per assicurargli un ruolo di primattore nel proscenio di questo ormai morente 1995 e per restituire ai suoi autori l’attenzione loro sottratta dal lungo ritiro e dal frenetico emergere di “nuove” tendenze. Di questo e di molto altro si è parlato, sull’asse telefonico Roma-Los Angeles, proprio con Dave Navarro: un interlocutore puntuale e disponibile, capace di trasformare in una piacevolissima, amichevole chiacchierata il rito troppo spesso stantio dell’intervista.
Come ti trovi nei Red Hot Chili Peppers?
È un’esperienza fantastica. Naturalmente ogni occupazione e ogni relazione personale ha i suoi alti e bassi, come ho potuto constatare con la mia famiglia, la mia ragazza, il mio dottore… comunque i rapporti con i Red Hot, almeno quelli musicali, sono in continua evoluzione, li costruiamo giorno dopo giorno mentre andiamo avanti tutti assieme.
Quindi ti senti meglio di quando suonavi nei Jane’s Addiction.
Mi sento diverso. Di sicuro, dal punto di vista fisico, sono molto più in forma di quanto non fossi allora, ma ho difficoltà a paragonare le due cose. Certo, ho cambiato metodo di lavoro: con i Jane’s Addiction si registrava un album quando c’erano abbastanza canzoni per farlo, adesso guardiamo al disco nella sua interezza e componiamo di conseguenza; il fatto più strano è che nonostante i Red Hot Chili Peppers abbiano un successo di gran lunga superiore ai Jane’s Addiction, e quindi maggiori responsabilità, io mi sento molto meno sotto torchio. Anzi, non avverto alcuna pressione, e questo mi fa capire che le pressioni non dipendono dall’esterno ma dal proprio stato d’animo: per rimuoverne le cause bisogna scavare dentro se stessi, e io sono felice di esserci riuscito.
Quanto c’e di Dave Navarro nei Red Hot Chili Peppers?
Beh, non sono un comprimario. Riducendo la faccenda in termini di percentuale, se l’intero ensemble è cento, io rappresento venticinque. È un rapporto equilibrato, tutti e quattro contribuiamo in egual misura alle idee e al suono.
Però alcuni brani – penso a Warped o Shallow Be Thy Game – sembrano proprio essere usciti dalla tua penna.
Hai citato due pezzi molto chitarristici, e dunque è ovvio che in essi la mia impronta emerga più che in altri. In ogni caso, cerco sempre di trovare parti strumentali quanto più possibile in sintonia con lo spirito delle canzoni, di adattarmi al loro stile. Credo di essere maturato, e anche se a volte la mia chitarra è simile a quella dei Jane’s Addiction direi che quest’album segna un netto passo in avanti rispetto a quel che ero.
I critici consideravano il tuo predecessore John Frusciante il punto debole dei Red Hot Chili Peppers a causa delle incredibili capacità tecniche degli altri membri della band. Non ti senti un po’ a disagio?
Flea e Chad costituiscono una delle migliori sezioni ritmiche del mondo, ma questo non mi mette paura. Dal punto di vista tecnico il bassista e il batterista dei Jane’s Addiction erano inferiori ai miei attuali compagni, ma in quanto a feeling e dinamismo non erano secondi a nessuno: per questo, dopo aver sofferto un po’ all’inizio, ho cercato di spingere gli altri Peppers verso una combinazione di tecnica e feeling dove la prima fosse in qualche modo al servizio del secondo. Abbiamo lavorato parecchio in questo senso e credo che One Hot Minute lo dimostri in modo evidente.
Che impressioni hai provato a suonare le vecchie canzoni dei Peppers?
È stato eccitantissimo, visto anche che per me erano pezzi nuovi. Ad essere onesto non conoscevo approfonditamente i dischi dei Red Hot Chili Peppers, ho deciso di suonare con loro quasi solo per via della loro fama di eccellenti musicisti. Una volta ascoltato con attenzione il repertorio, però, ne sono stato subito conquistato: è musica fresca, energica e anche divertente da interpretare. Checché se ne possa dire ritengo Frusciante un grande chitarrista, e per questo non ho quasi modificato Ie sue parti: erano già perfette, ho solo cambiato qualche assolo e un po’ di dettagli. Per quanto riguarda i concerti, poi, far parte dei Peppers è davvero incredibile, sul palco può accadere di tutto. A ben vedere, l’attitudine non è dissimile da quella dei Jane’s Addiction.
A cosa è stato dovuto questo Iungo silenzio discografico?
Io sono arrivato nel gruppo circa due anni fa, ma le mie esigenze di ambientamento c’entrano ben poco. In realtà il percorso di questo disco è stato piuttosto accidentato: abbiamo trascorso circa quattro mesi alle Hawaii per comporre le canzoni, ma al momento di registrarle ci siamo scontrati con una serie di problemi che spaziano dalla necessità di cambiare studio – il primo che avevamo scelto, nel nord della California, non ci convinceva – all’obbligo di partire in tour. Il famoso concerto con i Rolling Stones, infine, ha causato altri ritardi… Insomma, la colpa è delle continue interruzioni.
Raccontami la storia del tuo ingaggio.
Non c’e molto da dire, tutto è accaduto in modo naturale: ci conoscevamo, a Los Angeles frequentavamo gli stessi ambienti, avevo anche suonato assieme a Flea per accompagnare Henry Rollins e ci eravamo divertiti. Evidentemente i miei attuali partner apprezzavano il mio stile, altrimenti dubito che mi avrebbero offerto il posto.
E i Guns n’Roses? Qualche anno fa si parlava insistentemente di un tuo ingresso nella band…
Non erano chiacchiere, li conosco da un sacco di tempo e avevamo valutato seriamente questa possibilità. Io, però, ero ancora scottato dalla dissoluzione dei Jane’s Addiction e mi sono tirato indietro: non mi sentivo pronto per lo stardom e per le sue pressioni, sarebbe stato troppo e troppo presto. Inoltre i Guns avevano appena terminato Use Your Illusion, e quindi avrei dovuto attendere parecchio prima di incidere un disco con loro.
Visti i cambiamenti subiti dal mercato rock negli ultimi anni, ritieni che i Red Hot Chili Peppers possano continuare a primeggiare?
Ci ho pensato su, e credo che l’essere stati lontani dal mercato per così tanto tempo sia un fatto più positivo che negativo. Nonostante tutto ciò che è successo, i Peppers rimangono un gruppo originale e alternativo, una band di rock duro che pero non ha nulla a che spartire con il grunge, il metal o il cosiddetto punk revival.
So che la musica nera non è una delle tue principali ispirazioni. Non ti sembra strano essere al fianco di musicisti che, invece, sono legatissimi al funk e al blues?
Sì, è vero. Diciamo che per me è una specie di sfida, oltre che un’ottima occasione per accrescere la mia versatilità e ampliare il mio bagaglio di esperienze.
Come si Iavora con Rick Rubin?
Benissimo. Ha un comportamento amichevole e poi non ti fa pesare le sue decisioni. Io ero abituato a produttori che lasciavano un’enorme libertà, ma il fatto che Rick voglia applicare le sue idee non mi ha comportato alcun problema.
Red Hot Chili Peppers e Jane’s Addiction hanno sofferto gravissimi disagi a causa dell’uso di droghe pesanti. La tua opinione sulla relazione tra musica e droga?
Non saprei da dove iniziare. Il discorso è complesso, ma non ho problemi ad affermare che l’eroina ha rischiato seriamente di distruggere la mia vita. Ritengo che tanti facciano musica per colmare in qualche modo un vuoto che sentono dentro di sé, e che quando a un certo punto la musica non basta più provino a rivolgersi altrove. Succede anche a chi non suona, d’accordo, ma in generale il mondo del rock è pieno di gente insicura e dunque più vulnerabile di altra.
Ti vedi ancora con Perry Farrell?
Certo, siamo ottimi amici. Flea e io abbiamo addirittura partecipato come ospiti al nuovo album dei Porno For Pyros.
Ti sei adeguato allo stile Red Hot Chili Peppers anche per quanto riguarda i tatuaggi?
Negli ultimi tre o quattro anni ne ho fatti parecchi. Almeno a livello estetico, non dovrei sfigurare al confronto con i miei compagni!
Tratto da Rumore n.45 dell’ottobre 1995

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Categorie: interviste | Tag: , | 4 commenti

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4 pensieri su “Red Hot Chili Peppers

  1. fran cost

    la ricordo benissimo questa intervista (ovvio non conoscevo i retroscena, alle 4 di mattina ?!) anche perché concordavo con il giudizio di Federico sulla buona qualità dell’album, contrariamente alla recensione su Rumore ad opera di Sorge abbastanza negativa (frettolose cronache?).

  2. giannig77

    anche se il gruppo è pienamente risorto col ritorno di Frusciante, che ha stravolto il sound di questo disco, continuo anch’io a ritenere più che interessante questo unico album con Dave Navarro alla chitarra.. ci sono pezzi insolitamente raffinati e ben arrangiati.. poi, chiaro, con Frusciante la band è diventata big tout court del panorama musicale mondiale ma quello è un altro discorso..

  3. Bell’intervista che leggo per la prima volta (di Rumore sono stato un lettore occasionale).
    “One Hot Minute” mi è sempre piaciuto (anche se Blood Sugar Sex Magik resta irraggiungibile) e la prima volta che ho visto dal vivo i RHCP fu proprio per il relativo tour, ad Assago.
    Alcune considerazioni.:
    – Navarro più tecnico di Frusciante, ma preferisco lo stile “liquido” di quest’ultimo (ho avuto il culo di vederli una seconda volta, ad Imola, con Frusciante rientrato);
    – Quando sento dire, come Navarro, “il mio contributo è del 25%” penso sempre: cazzate. I gruppi funzionano con aliquote asimmetriche.
    – “Ad essere onesto non conoscevo approfonditamente i dischi dei Red Hot Chili Peppers”. Come si fa ad essere del giro e conoscere poco un gruppo come i RHCP?
    – Avevo sempre pensato che l’ipotesi “Navarro nei G&R” fosse giusto una chiacchiera e invece scopro che fu valutata realmente.
    – RHCP gruppo al quale, più di tutti, associo spontaneamente l’espressione “forza della natura”; con Navarro o Frusciante che sia.
    P.S. Ma la telefonata giusta alle quattro di mattina l’hai poi aspettata da sveglio, vero? Mica ti hanno tirato nuovamente giù dal letto.

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