Boss Hog

Non vorrei proprio darvi un’idea sbagliata su di me e sul mio modo di pensare, ma… insomma, guardate la foto qui sotto e ditemi: al di là delle questioni professionali, che pure hanno il loro bel peso, avendo a disposizione un’ora di conversazione con Cristina Martinez preferireste una telefonata da casa o un incontro faccia a faccia, anche se questo comportasse una trasferta non rimborsata a Milano? Non ho difficoltà ad ammettere di non averci riflettuto nemmeno per un secondo. Curiosamente, a dispetto delle eccellenti premesse, Whiteout – l’album in promozione in quell’ormai lontano 2000 – è tuttora l’ultimo realizzato dal gruppo americano.

Boss Hog foto

Sex beat!
Oltre quattro anni di lontananza dal mercato discografico, la rottura dei rapporti con la Geffen e la sempre maggiore visibilità della Blues Explosion avrebbero potuto seppellire per sempre i Boss Hog, band in cui il carismatico chitarrista Jon Spencer si accontenta del ruolo di “cavalier servente” della sua compagna di vita Cristina Martinez. Il recentissimo Whiteout, esplosivo cocktail di sanguigno rhythm’n’soul e sensuale funk’n’pop miscelato nello shaker del punk’n’roll alternativo a stelle e strisce, dimostra invece che il gruppo newyorkese non ha affatto intenzione di gettare la spugna. E che i suoi ceffoni continuano a scuotere e lasciare il segno, anche se elargiti con charme e guanti di velluto da una splendida “dark lady” che nel frattempo è diventata mamma.

* * *

A mezzo metro di distanza, in un angolo appartato della hall di un lussuoso albergo milanese, Cristina Martinez è senz’altro più bella di quanto non sia mai apparsa nelle pur efficaci session fotografiche di quei Boss Hog di cui è voce e anima: un metro e ottanta di longilinea femminilità resa ancor più inquietante dai lunghi capelli neri, da uno sguardo assassino e da un ventre da danzatrice che fa voluttuosamente mostra di sé tra i pantaloni e il maglioncino rigorosamente scuri. In più, maledetto Jon Spencer!, è molto simpatica e gentile, cosa che magari non ci si aspetterebbe da una ragazza cresciuta nella scena hardcore punk di Washington D.C. e trasferitasi a New York, poco più che teenager, al seguito della peccaminosa congrega Pussy Galore. Un autentico sogno proibito per qualsiasi rocker, insomma: pensate forse sia facile incontrare giovani donne con un fisico da pin-up che scrivono grandi canzoni, cantano (e bene) in una band rock, vantano tra le proprie doti intelligenza, cordialità e sense of humor, non si fanno scrupolo di dichiarare il loro amore per il sesso e in più sanno elencarvi a memoria almeno dieci dei primi venti gruppi che hanno inciso per la Dischord?
Il precedente album dei Boss Hog risale addirittura al 1995: puoi raccontarci cosa è accaduto in questi quattro anni?
Dopo l’uscita del disco siamo stati in tour più o meno per tutto il 1996, mentre il periodo successivo è stato completamente assorbito dalla mia gravidanza e dalla necessità di stare vicino a mio figlio: prima che nascesse non sembrava il caso di infliggergli lo stress e gli eccessi della vita di musicista, e subito dopo aveva bisogno di tutte le mie energie e la mia attenzione. In pratica, una sola notte mi è costata più di due anni di lavoro.
Spero però che i problemi e i disagi siano stati compensati dalla bellezza dell’esperienza umana.
Sì, per la mia vita di donna si è trattato di una cosa fantastica, che vale molto più di qualsiasi esigenza professionale: ora che so cosa significa la maternità, affronterei serenamente anche una pausa molto più lunga. Ho cominciato a separarmi dal bambino dopo il suo primo compleanno, non per egoismo ma perchè ritengo sia giusto dal punto di vista educativo: i legami troppo morbosi ostacolano il processo di crescita e di acquisizione dell’indipendenza. I genitori devono rispettare i figli, l’averli messi al mondo non li rende una loro proprietà.
Cosa mi puoi dire di tuo figlio e dei suoi eventuali rapporti con la musica?
Oh, è straordinario, una continua sorpresa. È il ritratto di suo padre e, come del resto tutti i bambini, sembra provare una naturale attrazione verso la musica: anche quando ancora non era nato gli facevo ascoltare nastri e CD appoggiandomi la cuffia alla pancia, e ottenevo da parte sua reazioni molto forti.
Spero che tu non abbia corso il rischio di traumatizzarlo proponendogli la Jon Spencer Blues Explosion o, peggio ancora, i Pussy Galore.
In generale non era granché stimolato dal rock’n’roll, forse per via della sua struttura semplice, e così ho optato per la musica classica, che è molto più articolata e quindi stimolante. Il rock ha un tempo troppo primitivo, mentre le melodie della Classica – soprattutto Mozart, per il quale sembrava avere una particolare predilezione – aprono la mente. Comunque ora ha la sua piccola batteria: in Giappone l’ha anche suonata un po’ per il nostro pubblico e l’audience è impazzita. So che sono di parte, ma per me è un piccolo genio di due anni e mezzo.
Tornando ai Boss Hog, immagino non ci siano relazioni dirette tra il vostro stop e la rottura dei rapporti con la Geffen.
Infatti, siamo stati solo un nome da depennare da un elenco nel quadro di ristrutturazione del gruppo Universal in seguito all’acquisto della Seagram/PolyGram: avevano in scuderia sessanta artisti e ne volevano mantenere una decina, e così siamo stati tagliati. Non ci sono state scelte di carattere artistico e tutto si è ridotto a una questione economica: hanno tenuto con sé quelli che vendevano più dischi.
Non me ne stupisco, visto l’orientamento del mercato major.
Negli Stati Uniti, a livello di multinazionali, la musica è molto stereotipata: la tendenza è quella di creare solo stupide “hit” pop e a non vedere gli artisti in termini evolutivi, e in questo modo si uccide la longevità delle band e si creano solo gruppi-fantasma e mistificazioni. Quando abbiamo firmato per la Geffen vigevano anche altre logiche, la situazione è degenerata dopo: quando abbiamo presentato le nostre canzoni, la prima cosa che ci hanno chiesto è stata “ma dov’è il singolo?”. È una mentalità pazzesca, nella quale naturalmente non possiamo riconoscerci.
Insomma, in una certa ottica il contratto con la City Slang non è un passo indietro.
Magari lo avrei considerato così se fossimo stati costretti a tornare alla nostra vecchia etichetta, la Amphetamine Reptile: secondo me, ci siamo solo adattati a un processo di cambiamento. Alla City Slang sono prima appassionati di musica e solo di riflesso uomini d’affari, e per noi è fondamentale lavorare con persone che capiscono il nostro progetto. È una questione di prospettiva: la vera dicotomia non è tra il mondo major e quello indie ma tra chi rispetta la tua indole artistica e chi non lo fa, tra chi vuole soltanto vendere dischi e chi vuole vendere certi dischi.
Secondo me alla Universal sono stati un po’ fessi: Whiteout ha un notevole potenziale commerciale, per non parlare dell’appeal della tua immagine.
Sì, hanno commesso un errore che rimpiangeranno per sempre… Scherzi a parte, non mi importa nulla della Universal e di quello che sarebbe potuto accadere: sono felice così, ho realizzato un disco migliore del precedente e finchè continuerà ad andare così non mi lamenterò mai. Ho tutto ciò di cui ho bisogno.
Comunque buona parte del nuovo album è stato prodotto da Andy Gill, un produttore abbastanza trendy: questo farebbe pensare al tentativo di ottenere più ampi riscontri di vendite.
Con la produzione è andata in modo un po’ strano: in realtà noi non sapevamo ancora se avremmo preferito affidarci ad Andy o con Tore Johansson, e allora abbiamo inviato a entrambi i nastri con le canzoni. La decisione di dividere i pezzi tra loro due è venuta quando abbiamo appreso che le canzoni preferite dell’uno non erano le stesse di quelle dell’altro: abbiamo pensato che se ognuno si fosse occupato dei brani che più gli piacevano – presumibilmente, quelli più in linea con le loro “specializzazioni” – avremmo potuto ottenere i massimi risultati.
Che tipo di produttore credi sia più adatto per i Boss Hog?
Uno abituato a lavorare duro, ma che abbia anche la pazienza di seguirci molto da vicino. Non siamo pigri, ma tendiamo a essere un po’ dispersivi e a volte incontriamo difficoltà a decidere cosa va bene e cosa no. Insomma, ci serve una guida.
Nonostante i due produttori, a livello di impatto sonoro Whiteout è sorprendentemente omogeneo.
Beh, è farina del sacco della stessa band ed è stato registrato tutto a New York, anche se in studi diversi. Tore si è portato via i nastri da mixare, e questo è stato bizzarro: prima di allora non ci era mai capitato di partecipare ai mixaggi a distanza, limitandoci a proporre osservazioni e possibili modifiche sui CD-R approntati dal produttore. Devo ammettere che, in un certo senso, sono stupita di come siano andate le cose e di quanto sono soddisfatta del disco.
Come si diceva, l’album è stato interamente inciso a New York: quanto pesa, nella vostra musica, l’influenza della città dove vivete?
Non è facilissimo da razionalizzare, ma credo che New York conti moltissimo in termini sia di stimoli e sia di opportunità: è una specie di porto dove sbarcano navi cariche di merci diverse, è la capitale culturale  degli Stati Uniti e spinge in continuazione ad andare avanti, a provare, a tentare nuove strade. Sì, avere lì la nostra base operativa è importantissimo, nessun altro luogo può dare lo stesso apporto di idee, energie e suoni… però non so dirti cosa saremmo stati se avessimo vissuto in mezzo al deserto o tra le sollecitazioni di una natura selvaggia.
È sbagliato dire che con Whiteout i Boss Hog sono più vicini al pop rispetto al passato?
Non penso che “pop” sia la parola giusta, anche se non posso negare che in generale la formula sia più accessibile. Forse abbiamo imparato a sfruttare meglio le nostre risorse, e di riflesso abbiamo  allargato un po’ i nostri orizzonti… però, a “pop”, preferirei il termine “moderno”.
Mi sembra che in questa nuova ottica, pop o moderna che sia, le tastiere abbiano un ruolo più rilevante.
Infatti è così: nel precedente album le tastiere erano state aggiunte in un secondo tempo e quindi, pur adattandosi bene, non facevano parte delle strutture, mentre ora Mark Boyce ha collaborato strettamente in fase di scrittura dando all’insieme un respiro diverso e conferendogli anche un tocco di attualità in più. Inoltre l’impatto degli strumenti, pur restando ruvido per via della chitarra di Jon, è in generale più equilibrato, e questo mi ha permesso di migliorare il mio modo di cantare: ora non sono più costretta a urlare per sovrastare un muro di ritmiche e distorsioni, ma posso concentrarmi di più sugli aspetti melodici. Credo che i brani di oggi, pur vantando sempre una grande energia, siano più piacevoli da ascoltare.
Al momento, in che modo nascono i vostri pezzi?
Come sempre: abbiamo la nostra sala-prove e ogni idea scaturisce partendo da jam-sessions molto libere, che registriamo per intero allo scopo di vedere quali potrebbero essere gli spunti più validi da sviluppare. A volte, però, succede che una canzone venga fuori  per magia, in modo assolutamente spontaneo: Chocolate, ad esempio, è una di queste.
Ma tu, esattamente, che ruolo hai in questo processo?
Dirigo un po’ tutto, segnalando agli altri quello che mi piace di più e quello che, al contrario, proprio non mi va bene. Tutto si svolge in perfetta intesa con Jon, che invece ha un ruolo decisivo per quanto riguarda gli arrangiamenti.
Ti secca che molti considerino i Boss Hog la seconda band di Jon Spencer e non il gruppo di Cristina Martinez?
Qualche volta mi irrita ancora un po’, ma ormai mi ci sono abbastanza abituata: del resto, la Jon Spencer Blues Explosion è più famosa dei Boss Hog. L’importante è che sia io a sapere come stanno davvero le cose, per non avvertire sudditanza psicologica nei confronti di mio marito: la percezione della realtà da parte del pubblico è spesso errata, ma io non devo sprecare le mie energie a cercare di convincere nessuno né tantomeno a lamentarmi.
Non è un po’ strano suonare in un gruppo assieme al proprio marito?
Direi che è molto strano, come credo sia strana ogni relazione di coppia in cui si vive assieme ventiquattr’ore su ventiquattro e si dividono non solo le gioie e i problemi familiari ma anche quelli professionali. Abbiamo comunque anche i nostri break, quando i Boss Hog sono fermi e Jon è impegnato con la Blues Explosion.
Lo stile dei Boss Hog è più debitore nei confronti del rock’n’roll o del rhythm’n’blues?
Ritengo che le mie principali influenze siano il punk e il funk, due generi dotati di enorme energia: mi pare che i primi gruppi dei quali ho visto concerti, quando ero ragazzina a Washington D.C., siano stati i Trouble Funk e i Minor Threat. Anche il R&B, in effetti, ha avuto il suo peso, ma alla fine penso che l’influenza più cruciale di ogni altra sia stata quella di… Jon Spencer.
Il lavoro promozionale su Whiteout sarà portato avanti in modo speciale?
In un certo senso, già il fatto che io sia qui adesso è speciale: prima d’ora non ci era mai stato organizzato un giro di interviste come questo. La promozione principale sarà, come al solito, quella del tour, che seguirà l’uscita dell’album.
Te l’ho chiesto pensando al video-clip di Whiteout, dove giochi parecchio con la tua immagine sexy. Per te non è una novità ostentare le tue doti fisiche, ma questa volta hai fatto qualcosa di più.
Il sesso mi piace, e quindi in certi miei atteggiamenti non c’è nulla di innaturale: è parte della mia vita e quindi anche della mia musica. D’altro canto, mi diverte che molti lo percepiscano come una cosa sporca, e dunque che mostrarlo diventa un atto quasi shockante: non trovi assurdo che, nel 2000, qualcuno possa essere turbato da un corpo nudo o seminudo? Certo, nel video ci sono volontarie provocazioni, ma in fondo un clip è solo un mezzo che serve per vendere più dischi, e se cattura l’attenzione della gente ha ottenuto il suo scopo. Non è arte e non ha la pretesa di esserlo: di arte si potrà parlare se e quando riuscirò a fare un mio film, ma quello è solo un video.
Quanto ti importa davvero raggiungere il successo?
Il successo si identifica con la mia felicità: che io sia entusiasta di Whiteout è già un dato preciso. In termini meno filosofici, sono convinta che quest’album raccoglierà più di Boss Hog, ma spero veramente di non giungere mai al punto di compiere scelte artistiche finalizzate alla ricerca di più ampi consensi commerciali. Un’affermazione a grandissimi livelli può condizionare a cercare di conservare a qualsiasi prezzo quello che si è ottenuto, mentre nella mia posizione conta solo lavorare e proseguire la carriera. Poterlo fare è già una vittoria.
C’è differenza tra la Cristina Martinez musicista e la Cristina Martinez donna?
Beh, probabilmente come musicista sono più aggressiva. Se mi chiedi chi è il capo nella mia band ti risponderò “io”, ma se mi chiedi chi comanda a casa è diverso: lì il punto non è il controllo sugli altri ma la reciproca comprensione.
Quindi non ti riconosci fino in fondo nella definizione che è stata data di te e Jon nel vostro comunicato stampa: “gli Ike and Tina Turner del rock underground”.
La loro vita privata era molto triste, piena di discussioni violente per motivi stupidi: no, sinceramente non abbiamo nulla in comune. Dal punto di vista musicale, riscontro invece notevoli affinità: loro erano due eccellenti entertainer, e avevano lo stesso piacere di esibirsi dal vivo e confrontarsi con la musica che abbiamo Jon e io. Sotto questo profilo, sono lusingata del paragone.
Ti piace l’idea del “beautiful loser”?
Oh, sì, al cento per cento. È un idea molto romantica, e tutta la mia vita è legata ad essa. In fondo sono una “dark diva”… o no?
Pensi che l’essere una splendida ragazza abbia favorito la tua affermazione professionale?
Non so fino a che punto. Avere una certa presenza può indubbiamente attirare favori, ma spesso costringe anche a fornire continue prove che questi favori siano davvero meritati. Nel mio caso l’avere al fianco un grandissimo musicista e un fantastico performer come Jon mi mette in una posizione ancor più difficile, obbligandomi a dimostrare di non essere solo un oggetto decorativo. Insomma, come sempre c’è un equilibrio di vantaggi e svantaggi.
Ci sono brani dell’album che hanno per te un signifficato particolare?
I due che ho scritto per mio figlio, Get It While You Wait e Fear For You.
Qual è il tuo obiettivo come autrice di liriche?
In genere tendo a comunicare un feeling universale: mi impegno parecchio perchè non i miei testi non siano troppo personali, e perchè più o meno chiunque possa riconoscervisi.
In conclusione, pensi che nello gestire la tua carriera fino a oggi tu abbia commesso qualche errore?
Di sicuro ne avrò commessi un milione, ma nessuno davvero importante: sono soddisfatta delle mie scelte, e se potessi tornare indietro nel tempo non cambierei granché. Sono orgogliosa delle decisioni che ho preso e di quello che ho raccolto. E mi sento realizzata, oltre che felice.

* * *

Boss Hog: un po’ di storia. I Boss Hog si formano nel 1989 per iniziativa di Cristina Martinez (già chitarrista aggiunta dei Pussy Galore e poi in forze ai primi Honeymoon Killers) assieme al compagno Jon Spencer, all’epoca ancora leader dei morenti Pussy Galore: la prima fase di attività, nella quale la coppia è affiancata da Kurt Wolf (Pussy Galore) Jerry Teel (Honeymoon Killers e futuro Chrome Cranks), Charlie Ondras e Pete Shore (entrambi Unsane) si svolge sotto l’egida dell’etichetta noise di Minneapolis Amphetamine Reptile e porta come frutti il mini-LP Drinkin’, Lechin’ & Lyin’ (1989) e l’album Cold Hands (1990), esempi crudi e devastanti di rock’n’roll senza compromessi.
Assestato l’organico con l’arrivo di Jens Jurgensen (basso) e Hollis Queens (batteria) al fianco di Cristina e Jon, l’ensemble consegna alle stampe un altro mini, Girl + (Amphetamine Reptile 1993), grazie al quale ottiene un ingaggio da parte della major Geffen: l’album che ne deriva sul finire del 1995, Boss Hog, rende giustizia alla proposta ora decisamente più matura ed eclettica del quartetto, allargandone la notorietà di culto e incrementandone i riscontri commerciali. Il 1999, dopo il lungo stop dovuto all’indisponibilità di Cristina e l’ingresso come componente effettivo del tastierista Mark Boyce, segnano il ritorno a una label indipendente, la City Slang: il CD-single Whiteout (con due episodi altrimenti inediti, Count Me Out e Structure) e l’ottimo album con il medesimo titolo arricchiscono di nuove sfumature lo stile del gruppo, proiettandolo verso un futuro che ha tutte le carte in regola per essere luminoso.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.384 del 15 febbraio 2000

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Categorie: interviste | Tag: , | 5 commenti

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5 pensieri su “Boss Hog

  1. giannig77

    grazie davvero Fede per questo recupero.. sono fan della Blues EXPLOSION ma apprezzavo pure i Boss Hog, davvero belli aggressivi. Certo che è inaudito che da 10 anni a sta parte siano fermi.. lei aveva tutto questo entusiasmo per la musica.. ne sai di più? non dovrebbero in teoria essersi sciolti!

  2. Architect

    qualcuno ha il video del primo concerto dei Boss Hog?

  3. … ma l’hai mai ripubblicata? Ho l’impressione di averla letta più di recente.

  4. Gian Luigi Bona

    Scommetto che ha fatto calare le diottrie a un mucchio di maschi la bella Cristina !!!

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