Mudhoney

Chi mi conosce bene probabilmente lo sa, ma a tutti gli altri rivelo con piacere che i Mudhoney sono una delle mie band preferite, musicalmente e concettualmente. Li seguo con passione dai giorni di Touch Me, I’m Sick (anzi, da prima: da quelli dei Green River) e molto di rado mi sono fatto sfuggire l’opportunità di assistere a un loro concerto, dì recensirli, di parlarci a quattr’occhi o al telefono. Sono stati anche oggetto di una mia dettagliata monografia per il Mucchio Extra (potete trovarla qui; la chiacchierata biografica con Mark Arm che la accompagnava è invece qui) e, qualcosa vorrà dire, della mia ultima intervista per il Mucchio. Il mio solo cruccio? Non essere mai riuscito a metterli in copertina da qualche parte, ma chissà… Le (tante) righe che seguono rendono conto di una conversazione con il chitarrista Steve Turner (leggere pure qui), realizzata poco dopo l’uscita di quel Since We’ve Become Translucent che riportò in circolazione il quartetto americano quando più o meno tutti pensavano che si fosse ritirato.

Mudhoney foto

Duri e puri
Steve Turner mi chiama dagli uffici della Sub Pop, e fin dalle primissime battute dà l’impressione di essere una persona estremamente disponibile; e ricorda anche bene – non potevo crederci, ma quando mi ha fornito una precisa descrizione del club dove si è consumato l’evento mi sono dovuto arrendere – un concerto romano dei Mudhoney che dodici anni fa mi aveva avuto tra i suoi entusiasti spettatori. Crogiolarsi per qualche minuto nel piacere della nostalgia è servito a creare il clima ideale per una conversazione ancor più distesa, nella quale il chitarrista del gruppo di Seattle si è rivelato uno degli interlocutori più cordiali e brillanti delle centinaia con i quali abbia avuto a che fare in tanti anni di giornalismo, al punto che a tratti il piacere della chiacchierata ha rischiato – solo rischiato, per fortuna – di porre in secondo piano il rigore professionale. Alle righe che seguono il compito di fotografare un (grande) musicista e un (grande) ensemble per i quali il rock’n’roll, al di là delle inevitabili implicazioni pratiche, è ancora una questione di pelle.
Il nuovo album è arrivato un po’ a sorpresa, visto anche come la raccolta March To Fuzz del 2000 avesse il sapore dell’epitaffio. Puoi raccontarmi cosa è successo ai Mudhoney in questi ultimi anni?
La cosa più importante è stato l’abbandono di Matt Lukin, che ha voluto smettere di suonare. Dall’inizio della storia dei Mudhoney non avevamo mai cambiato organico e ci siamo presi del tempo per capire se volevamo o meno realizzare un altro disco. Infatti, proprio allora, Mark e io abbiamo ripreso in mano il progetto parallelo Monkeywrench e abbiamo pubblicato il nostro secondo album. Solo dopo quella pausa ci siamo resi conto che i Mudhoney potevano andare avanti, e così abbiamo chiamato un amico per occuparsi del basso: Guy Maddison, che molti conoscono per il suo passato in Lubricated Goat e Bloodloss. È più o meno uno di noi, vive a Seattle da una decina d’anni… non abbiamo avuto bisogno di cercarlo, il nome è venuto fuori in modo del tutto spontaneo.
Insomma, non avete mai seriamente pensato di separarvi.
No. Se n’è parlato come ipotesi, ma la conclusione è stata la stessa per tutti noi: ci piaceva l’idea di continuare e potevamo farlo, per quale ragione avremmo dovuto ritirarci?
Si sa che il rock’n’roll è come una droga, è molto difficile liberarsene: Matt si è già pentito della sua scelta?
Apparentemente no, mi sembra che sia felice e che non senta la mancanza della musica. Credo che abbia fatto la cosa più giusta: avendo avvertito un calo di passione per il gruppo ha preferito lasciar stare. Secondo me non si può suonare solo per mestiere ma si deve farlo soprattutto per piacere: conoscendo bene Matt, e vedendo come ha preso la faccenda, mi stupirei moltissimo se all’improvviso entrasse in un’altra band o ne fondasse una. Ha ripreso a lavorare come carpentiere, e non va nemmeno ai concerti.
Per te, Since We’ve Became Translucent è solo un altro album dei Mudhoney o una sorta di nuovo inizio?
A rischio di sembrare banale, devo risponderti “entrambi”. Da un lato è il disco della rinascita, per il quale abbiamo ritrovato energia, ma dall’altro non possiamo dimenticare che siamo assieme da un mucchio di anni e che l’esuberanza giovanile è ormai un lontano ricordo. Adesso non sogniamo più di poter conquistare il mondo, siamo già contenti di essere ancora assieme e di aver prodotto qualcosa di nuovo.
Perché, prima avevate quel tipo di sogni?
No, in verità no: è accaduto tutto per un concorso di casualità. Non è che adesso ci sentiamo troppo vecchi per il rock’n’roll, è solo che crescendo cambiano le esigenze. Non possiamo più andare in giro per il mondo a suonare: abbiamo famiglia, ci sono l’affitto da pagare e il frigo da riempire, e per questo serve un lavoro vero.
I Mudhoney non lo sono?
No, proprio no, a meno che non si voglia vivere come poveracci. Abbiamo delle altre occupazioni part-time.
Certamente avere altre fonti di reddito permette di mantenere un rapporto più puro con la musica: non dipendendo da essa si è liberi di seguire la propria indole infischiandosene delle vendite.
Esatto. Non si è schiavi di nessuno.
Per parecchio tempo siete stati legati alla Reprise: in base alla vostra esperienza, il “diavolo” major è brutto così come lo si dipinge?
A essere sinceri non abbiamo avuto problemi. All’epoca fummo fortunati a trovare la Reprise: era il periodo del boom dei Nirvana e in quel momento le grandi etichette, non capendo nulla di quel che stava accadendo, si interessavano ai gruppi come il nostro. Ho sentito un sacco di storie a proposito di artisti che si vedevano rifiutati i master incisi, ma noi non abbiamo mai avuto questo tipo di vicissitudini: portavamo il disco pronto e loro lo pubblicavano. In seguito, quando le major hanno ripreso il controllo dei Top20, abbiamo iniziato a ricevere qualche pressione: nulla di drammatico, solo “consigli” su quale sarebbe dovuto essere il nostro atteggiamento… e noi abbiamo portato Tomorrow Hit Today. A quel punto è stato chiaro che la relazione era ormai compromessa e che sarebbe stata meglio interromperla, cosa che per fortuna è avvenuta senza alcuna complicazione.
Eppure Tomorrow Hit Today è uno dei vostri album più riusciti. Cosa gli contestavano?
Logicamente, che fosse poco commerciabile, e così si sono quasi astenuti dal promuoverlo: non appena hanno visto che vendeva come gli altri, cioè poco rispetto ai loro standard, hanno smesso di occuparsi di noi.
Tomorrow Hit Today ha comunque segnato un’evoluzione nel vostro stile: anche se l’energia non gli manca davvero, è meno selvaggio rispetto al passato, e Since We’ve Became Translucent mi sembra muoversi nella stessa direzione. Sbaglio?
No, non sbagli. All’inizio il nostro interesse era tutto concentrato sul punk e il garage, ma gradualmente abbiamo cominciato a guardarci attorno, a entrare in contatto con altri generi e di conseguenza a espandere i nostri orizzonti. Un normalissimo processo di crescita, insomma, che si è verificato senza forzature da parte nostra. Anche l’ultimo album è venuto fuori da solo, in maniera molto semplice.
Semplice? Non si direbbe. Avete lavorato in tre studi e con tre produttori diversi, per di più in un arco di tempo piuttosto lungo.
Un po’ per i nostri impegni, e un po’ perché ci siamo trovati sempre bene a incidere singoli brani per raccolte o colonne sonore, avevo pensato che sarebbe stato divertente entrare in studio per un weekend al mese finché non avessimo avuto canzoni sufficienti per un album. Inoltre ci piaceva l’idea che i brani, essendo stati registrati in situazioni differenti, una volta messi assieme avrebbero dato alla scaletta maggior respiro: in fondo, chi accusava la nostra produzione di essere troppo uniforme non aveva tutti i torti.
Però anche il suono di Since We’ve Become Translucent è decisamente omogeneo, non trovi?
Sì, e ne sono rimasto meravigliato. Credo che, alla fine, i risultati siano stati ottimi: è un album ricco di sfumature, ma sembra che sia stato concepito in modo molto meno frammentario e confusionario di come in effetti è avvenuto.
E presenta anche qualche novità, come ad esempio la sezione fiati.
Avevamo già usato il sax in My Brother The Cow, nel pezzo 1995, ma questa è la prima volta che abbiamo una vera horn section. È andata così: un paio d’anni fa Mark e io suonavamo in una cover band dei Sonics assieme a altri musicisti di Seattle e il sassofonista era Craig Flory, un tipo incredibile, che sa suonare ogni tipo di sax e ogni genere musicale, dal free jazz al rock’n’roll dei ‘50. Gli abbiamo proposto una collaborazione per Where The Flavor Is e lui ha coinvolto due suoi amici, Jeff McGrath e Greg Powers; siamo rimasti così soddisfatti che alla fine i fiati sono stati inseriti anche in altri pezzi.
E il titolo dell’album ha qualche significato particolare?
Questo è il territorio di Mark: non saprei dire esattamente cosa volesse intendere, ma funziona alla grande. Comunque, è una frase contenuta in Sonic Infusion.
Il disco è uscito per la Sub Pop, la storica etichetta che vi aveva lanciati e che prima aveva sponsorizzato i Green River. Si è trattato di una scelta o di un ripiego?
Una scelta: non abbiamo neppure pensato di cercare un’altra major, e dovendosi muovere in ambito indipendente non poteva esserci soluzione migliore. Con la raccolta di rarità March To Fuzz si sono comportati benissimo, e per noi era un po’ un ritorno a casa.
A proposito di casa: a Seattle, dello spirito che ha generato il grunge, è rimasta qualcosa?
In città la scena underground è sempre stata florida e per fortuna la tradizione non si è interrotta, sia grazie ai quei protagonisti di dieci anni fa che sono ancora in giro e sia grazie ai tanti giovani. Adesso il rock di Seattle è meno visibile rispetto al periodo del boom dei Nirvana, ma l’attitudine non è affatto spenta. Dalle nostre parti il punk, il garage e il rock’n’roll più aspro continuano a essere molto praticati.
E magari ci sono gruppi che vi considerano i loro papà.
Sì, ci sono, ed è molto gratificante: non c’è nulla di male, visto che anche noi siamo “figli” di Sonics e Wailers. Il caso più evidente è quello dei Catheters, anche loro sono con la Sub Pop e non hanno mai negato di essere cresciuti con la nostra musica.
Considerato che siete gli inventori del grunge, non vi secca un po’ che non siate riusciti a monetizzare adeguatamente il fatto di essere un pezzo importante della storia del rock?
A noi va già benissimo, in quella storia, di essere una nota a margine, e siamo felicissimi di aver lasciato il segno da qualche parte. Non abbiamo mai goduto di grandissima popolarità, ma siamo uno di quei gruppo strani e di culto che rimangono nella mente e nel cuore degli appassionati: gli stessi appassionati, per capirci, che conoscono il rock’n’roll e sanno riconoscerne la genuinità. La moda e la pubblicità non c’entrano nulla: io, per esempio, non ho mai creduto neppure per un attimo agli Stone Temple Pilots o ai Creed.
Insomma, avete raggiunto gli obiettivi che avevate fissato al momento di fondare i Mudhoney.
Raggiunto? Abbiamo fatto cento volte di più. Quando siamo nati, la nostra massima aspirazione era pubblicare un singolo!
Questa è una domanda che mi piace spesso rivolgere ai musicisti con una notevole esperienza alle spalle: quali sono la cosa migliore e quella peggiore che hai visto nel corso della tua carriera?
Gli eventi positivi sono in netta maggioranza… anzi, non ricordo nulla di brutto. Tutte le straordinarie band con le quali abbiamo avuto la possibilità di suonare… il singolo a metà con i Sonic Youth… Un momento incredibile è stato un festival al quale abbiamo preso parte in Australia: con noi c’erano i Sonic Youth, Nick Cave, i Beasts Of Bourbon, Iggy Pop, gli Hard-Ons… continuavo a guardare il manifesto e non riuscivo a credere che ci trovassimo in mezzo a una faccenda del genere.
Possibile che non ti venga in mente proprio nulla di negativo?
Sai, per carattere tendo a rimuovere quello che non mi è piaciuto, e quindi non ho episodi specifici. In generale, potrei dirti dei colleghi finti o della falsità del business, ma non sarebbe molto interessante: sono realtà comuni dovunque e in tutti i campi.
Non comune, però, è la presenza in Inside Job di un bassista d’eccezione: Wayne Kramer, il leggendario chitarrista degli Mc5.
Ci aveva chiesto un brano per la raccolta Beyond Cyberpunk da lui curata, e mentre stavamo per registrarlo si è presentato in studio. Quando si è accorto che eravamo privi di bassista – Matt se n’era già andato e Guy non era ancora dei nostri – ha chiesto se poteva provvedere lui, visto che si era innamorato del pezzo. Ovviamente siamo stati contentissimi, e non solo perché ha ideato una linea di basso davvero speciale: lui è una grande persona. La canzone è stata poi remixata per Since We’ve Become Translucent.
Un’ultima domanda: ci sarà presto un altro album dei Monkeywrench?
Vorremmo che ci fosse, ma la situazione è un po’ frustrante: tutti noi, e soprattutto Tim Kerr, abbiamo molti impegni, e dunque non è per niente facile riuscirci a incontrare. Abbiamo registrato otto canzoni giù in Texas, circa un anno fa, e il solo problema è quello di organizzarci per scrivere e incidere altri cinque o sei pezzi. Temo che, tra i Mudhoney e le mille occupazioni di Tim, ci occorrerà più tempo del previsto. Magari il prossimo anno ce la faremo.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.502 del 24 settembre 2002

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Categorie: interviste | Tag: , , | 6 commenti

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6 pensieri su “Mudhoney

  1. giannig77

    grandissimo gruppo Fede, mai troppo citato purtroppo… anche in ambito grunge, sì, progenitori, precursori ma mai messi al livello dei big, di quelli che hanno sfondato.. ma chi se ne frega, bisognerebbe ascoltare i dischi e loro difficilmente sbagliano un colpo da 25 anni a questa parte

  2. Hanno appena pubblicato su facebook delle foto fatte a Roma nel ’92. Saranno state scattate in occasione del concerto romano a cui si fa riferimento nell’articolo? Ecco il link:
    https://www.facebook.com/media/set/?set=a.629913300360082.1073741827.120610017957082&type=1

    • Il concerto del quale abbiamo parlato era del 1990, al Piper.

    • maumau

      Si esatto, Antonio. Fu proprio qualche ora prima del concerto al Palladium del ’92 che scattammo quelle foto all’ex Mattatoio. Daniela Giombini, ottima giornalista e collaboratrice della Subway Production che organizzò il concerto, mi fece la cortesia di (ri)mettermi in contatto coi Mudhoney e di concedermi l’opportunità di fotografarli per pochi inestimabili minuti. Già, perché due anni prima col mio gruppo, The Nerves, aprimmo il concerto dei Mudhoney al Piper, grazie all’intercessione di Prince Faster di Radio Rock.
      Conservo ancora come una preziosa reliquia la t-shirt indossata sullo stage da Mark durante quel concerto. Bellissimi ricordi, cazzo !

      • Suonavi nei Nerves? Ho il vostro demo (copertina rossa, vado a memoria) e sono quasi certo di avervi visti dal vivo al Liceo Artistico di Via Ripetta… è possibile? Comunque, una band notevole.

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