Pavement

Quattordici anni fa, quando proprio in questi giorni veniva immesso sul mercato, nessuno avrebbe mai pensato che l’ottimo Terror Twilight sarebbe stato l’ultimo album dei Pavement. Anzi, chi più chi meno eravamo tutti convinti che la band americana avesse ancora davanti una storia lunga e gloriosa: non a caso finì – per la prima e unica volta – sulla copertina del Mucchio (all’epoca settimanale), con la “giustificazione” di una mia intervista a Steven Malkmus.

Pavement cop 1Terror Twilight (Domino)
Il penultimo Brighten The Corners aveva già fatto capire che i Pavement non erano più quelli di Wowee Zowee, indiscusso capolavoro della loro fase più propriamente lo-fi; e qualcuno, ovviamente, se ne era anche lamentato, quasi che Steven Malkmus e compagni avessero dovuto assecondare in eterno le loro inclinazioni più eccentricamente spigolose e rifiutare a priori una crescita tecnica-espositiva inizialmente ostacolata solo dall’irruenza giovanile e dalla relativa inesperienza. Due anni dopo, Terror Twilight conferma come l’ensemble californiano abbia ormai raggiunto la piena maturità, non solo sul piano dell’ispirazione e dello stile ma anche su quello della “strategia”: le scelte inedite di utilizzare uno studio a 24 tracce e di affidarsi a un produttore (per giunta uno di grido: Nigel Godrich, già in cabina di regia per Radiohead e Beck) e l’impegno profuso nello smussare le asperità dicono chiaramente del desiderio – non importa se involontario o inconscio – di scrollarsi di dosso gli ultimi scampoli di naïveté per adeguarsi appieno a quel ruolo di guida dell’alternative (pop) rock del resto già da tempo assegnatogli da critica e pubblico.
Nel naturale processo, però, i Pavement non hanno sacrificato quelli che da sempre sono gli elementi chiave della loro formula: l’assoluta libertà di approccio, l’estrosa freschezza melodica, l’obliquità di arrangiamento, l’amore per le trame più o meno stralunate, il buon gusto nell’ideare ardite architetture musicali dove i riferimenti alle radici del folk, del country e del blues si intrecciano al pop, alla psichedelia e al rock venato di rumorismo. E il risultato finale è un album caldo, fantasioso, vivo e brillante, fatto di brani che nonostante le strutture squisitamente sghembe, le imprevedibili stranezze strumentali e la voce apatica rimangono canzoni a tutti gli effetti: dalle più accattivanti Spit On A Stranger e …And Carrot Rope, poste rispettivamente in apertura e chiusura di solchi, alle più intimiste You Are The Light, Major Leagues e Ann Don’t You Cry, dalle “tradizionaliste” Folk Jam, Platform Blues, Billy e Speak See Remember fino a gemme psichedeliche quali The Hexx e Cream Of Gold.
Disco intelligente, ispirato, godibilissimo e a suo modo sovversivo, Terror Twilight: una garanzia, se non per il futuro, almeno per il presente di un rock che quando vuole sa evitare le trappole dei cliché.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.353 del 25 maggio 1999

Pavement cop 2L’alternativa
Stephen Malkmus si sente di sicuro più a suo agio sul palco o in studio di registrazione che non a colloquio con l’intervistatore di turno: una caratteristica, questa, che lo accomuna a parecchi altri esponenti della scena indie, notoriamente più abili a esprimersi con le canzoni che con le parole. Eppure, nonostante le pause, i “non saprei” e gli “mmmh”, i concetti semplici e lineari esposti dal cantante, chitarrista, songwriter e leader dell’ensemble di Stockton riescono a rivelare moltissimo della musica del gruppo, certo suggestiva e coinvolgente ma anche obliqua e stralunata. Sembra sincero, Stephen: anzi, quasi incapace di comportamenti “di comodo”. E alcuni scampoli di discorso, soprattutto dopo che si è rotto il ghiaccio, rivelano una simpatia e una vivacità senz’altro superiori a quello che potrebbero far pensare il tono un po’ indolente della voce e alcune risposte abbastanza laconiche.
Come si deve interpretare il titolo Terror Twilight, “il crepuscolo del terrore”?
Nulla di troppo specifico, è solo un titolo evocativo che ha un bel suono e che ci è parso in sintonia con il feeling dell’album, con lo spirito per certi versi violento che lo pervade. Credo che Terror Twilight vanti un substrato abbastanza dark, almeno come atmosfere.
Pensi che, in generale, la violenza e la cupezza siano superiori a quelle di Brighten The Corners?
Sì, credo di sì. Nel disco precedente dominavano malinconia e tristezza, mentre lo spettro di sentimenti del nuovo lavoro è di sicuro più ampio.
È corretto affermare che avete cercato di interpretare in chiave più “pop” l’eclettismo dei primi tre album?
In linea di massima sono d’accordo, anche se detta così può sembrare – cosa che invece non è – un’operazione concepita a tavolino. Ci sono, comunque, alcuni brani di orientamento pop-rock che possono rientrare nell’ambito della canzone d’amore, affiancati agli altri più strani e “malati” che da sempre sono parte integrante del nostro repertorio.
Quali sono i pezzi più importanti, o comunque quali hanno per te un valore particolare?
Stiamo parlando di un album, e in tale contesto tutto deve essere equilibrato e ogni tassello deve incastrarsi nel posto giusto. È chiaro che ci sono episodi ai quali sono più affezionato, ma questo è relativo: così come, al contrario, il fatto che …And Carrot Rope (il singolo, NdI) non rientri tra i miei favoriti.
Immagino che, come al solito, abbiate registrato molte più canzoni di quelle che poi sono state inserite nel disco.
Sì, ma meno che in altre occasioni. Ci sono alcune outtake che in qualche modo utilizzeremo, ma questa volta abbiamo preferito focalizzare la nostra attenzione su quanto selezionato per l’album vero e proprio.
Per realizzare il quale vi siete rivolti a Nigel Godrich, già produttore di Beck e Radiohead.
Lui è inglese, e inglesi sono stati anche gli studi dove abbiamo portato a termine il lavoro che avevamo iniziato a New York. Abbiamo voluto un produttore perché eravamo un po’ stanchi di dover controllare ogni cosa da soli, e avendo riscontrato che tanti sono rimasti soddisfatti dell’esperienza compiuta affidandosi a una persona esterna alla band, abbiamo ritenuto fosse il momento giusto per provare. Ci siamo sforzati di soffocare la nostra cocciutaggine e di accettare l’idea di un elemento creativo che non facesse parte del gruppo e che potesse aiutarci a migliorare. O, quantomeno, a fornirci ulteriori opinioni e prospettive.
Siete soddisfatti dei risultati?
Assolutamente sì. È ovvio che non sono in grado di dire se in circostanze diverse avremmo potuto ottenere ancora di più, ma sono felice di come sono andate le cose: ci siamo divertiti, non abbiamo avuto problemi e il lavoro sui suoni effettuato da Nigel è stato davvero prezioso.
Con Mitch Easter, invece, eravate rimasti delusi?
No, ma Mitch non era stato esattamente un produttore: più che altro si era limitato ad accompagnarci in studio da amico, ospite e fan, dandoci consigli utili ma non assumendosi – forse anche perché la situazione non lo consentiva – vere responsabilità.
È un bel po’ di tempo che i Pavement sono visti come una next big thing che, però, non è ancora diventata big. Ritieni che Terror Twilight potrà aiutarvi nell’eventuale salto di categoria?
Non ci dispiacerebbe se questo accadesse, ma in verità siamo i primi a provare un certo scetticismo. C’è chi riesce a pianificare scelte funzionali alla conquista del successo, ma la nostra musica è sempre frutto di un’ispirazione genuina: credo che il nostro pubblico, che non è poi così ristretto, se ne renda conto e ci apprezzi anche per questo.
Mentre negli Stati Uniti rimanete fedeli alla Matador, da un paio di album il vostro contratto europeo è con la Domino: quanto contano, per voi, i rapporti con il mondo discografico?
Una buona relazione personale con l’etichetta porta un karma positivo: è come trovare una casa in cui si vive bene, come mettere il proprio cuore nel posto giusto. Per me lavorare con le persone adatte è un’esigenza imprescindibile, ma sono anche contento sul piano professionale: volendo assegnare alla musica un ruolo centrale nella propria esistenza, è necessario non trascurare quest’ultimo aspetto facendosi magari troppo condizionare dall’amicizia.
È possibile che prima o poi vi leghiate a una major?
Potrebbe anche darsi, ma anche se le offerte non ci mancano ora come ora non vediamo proprio il motivo di accettarne una: abbiamo sotto gli occhi gli esempi di decine di artisti – pensa ai Chemical Brothers, a Fat Boy Slim o ai Daft Punk – che usufruiscono del nostro stesso genere di distribuzione e vendono tonnellate di dischi, e dunque perché non continuare a battere questa strada?
Magari per una questione di soldi: budget più imponenti, anticipi più elevati, opportunità di arrivare più in alto…
Infatti non ho negato a priori l’eventualità futura. Però non mi pongo granché il problema, visto che le cifre stanziate per incidere la nostra musica sono adeguate alle nostre pretese e che l’attività con i Pavement mi dà abbastanza denaro per fare ciò che desidero.
Prima parlavi di ispirazione genuina: quel’è la molla che ti spinge a dedicarti alla musica?
La parola “spingere” non mi convince granché, mi dà quasi un’impressione di costrizione… La musica piace a chiunque, da quelli che cantano nelle chiese a chi si esibisce nei piano-bar, e io non sono diverso dagli altri: suono perché mi fa star bene, e non certo per la carriera o sulla base di chissà quale concetto astratto.
Quindi, l’obiettivo è compiacere te stesso.
Sì, almeno l’obiettivo principale. Però adesso sono felice di vedere che la gente è colpita e coinvolta dalle canzoni dei Pavement, anche se devo ammettere che per parecchio tempo non ho provato il minimo interesse a essere apprezzato: in questo senso, ero del tutto autosufficiente.
Anche la decisione di vivere a Portland, Oregon, deriva da questa tua specie di vocazione all’isolamento?
Beh, diciamo che ero un po’ stanco delle grandi città e mi attirava l’idea di una dimensione più tranquilla, nella quale fosse più facile guardare nella mia anima e tirarne fuori qualcosa. Comunque, non sono un eremita: mi va di visitare altri posti, e tre/quattro volte l’anno sento il bisogno di spostarmi per un po’ a New York.
Hai avuto contatti con il panorama locale, e magari con quel Greg Sage (il leader dei Wipers, NdI) che ne è il padrino?
Non molti, anche se ho avuto modo di rendermi conto che la scena è abbastanza interessante: spesso, in provincia, le band riescono a sviluppare discorsi meno condizionati dalle mode e quindi più personali. Purtroppo non mi è capitato di conoscere Sage, ma spero, prima o poi, di incontrarlo: se tra la musica e la persona c’è corrispondenza, dovrebbe valerne la pena.
Ti senti più a tuo agio in fase di registrazione o durante i concerti?
Sono due cose diverse. In studio mi diverto di più: è bello veder nascere e crescere le proprie canzoni, e sorprendersi continuamente di come le intuizioni teoriche e gli istinti interpretativi si trasformano in architetture sonore complesse. Dal vivo, soprattutto dopo che ci si trova già da un po’ in tour, tendo ad affaticarmi… ma forse adesso ti sto rispondendo così perché non ho ancora smaltito le centinaia di tappe promozionali di Brighten The Corners.
Come descriveresti la tua attitudine nei confronti del lavoro di studio?
È un concetto semplicissimo: impegnarmi duramente e portare a termine il tutto nel modo migliore. Una delle cose che più mi affascina è che i brani dei Pavement escono dalla sala di registrazione con connotati totalmente diversi da quelli che, sulla carta, avevano quando vi erano entrati: a ben vedere, è sciocco credere di poter costruire qualcosa che, nella pratica, rispecchi al 100% un’ipotesi astratta. In campo musicale esistono moltissime variabili, e questo spiega anche perché può accadere che i provini siano migliori delle versioni definitive.
Oltre alla musica, qual’è la cosa che per te conta di più?
Ti risponderei le relazioni con l’universo femminile, anche se l’aver instaurato un rapporto stabile ha naturalmente modificato i termini della questione.
Hai figli?
No, nessun figlio. Almeno che io sappia.
A parte Fall e Velvet Underground, quali sono i tuoi gruppi “storici” preferiti?
Groundhogs, Steeleye Span, Fairport Convention… l’influenza di questi ultimi ha pesato in qualche modo su Terror Twilight. E poi Captain Beefheart, i Wire dei primi due album… e i Black Flag: da ragazzino erano un modello per qualsiasi giovane punk di periferia, senza dimenticare che Greg Ginn è un chitarrista eccezionale.
Coltivi qualche altro interesse particolare? Cinema, letteratura, fumetti, video-game…
Amo molto i libri: soprattutto romanzi americani e inglesi, ma mi è capitato anche di leggere Calvino e Moravia. Mi piacciono anche i fumetti di Robert Crumb, e cose più recenti tipo Eightball. Da adolescente, invece, seguivo i super-eroi, che ho abbandonato quando ho cominciato a interessarmi alle ragazze.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.354 dell’1 giugno 1999

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