Punk californiano

Per me così come per chiunque abbia fatto del giornalismo musicale una professione, il collega britannico Jon Savage è semplicemente un maestro. Provai quindi grande soddisfazione a intervistarlo a proposito di un progetto discografico a sua cura, dedicato – oltretutto – a uno dei capitoli della storia del rock sui quali mi ritengo in assoluto più competente, il primo punk californiano. Ne venne fuori una gran bella chiacchierata.

Punk californiano copLa migliore scena punk degli anni ‘70, per quantità, varietà e validità dei suoi esponenti? Nell’opinione del sottoscritto, senza alcun dubbio quella californana, concentrata attorno ai due centri nevralgici di Los Angeles e San Francisco. Un panorama straordinario che ai tempi non fu documentato in modo adeguato sul piano discografico: pochissimi album e svariate decine di singoli ed EP, pubblicati in tirature molto limitate da piccole etichette – Dangerhouse, What? e Bomp! le più attive – se non addirittura autoprodotti. All’epoca non furono certo in molti, persino in loco, ad accorgerci della sua esistenza, ed è stato proprio il generale disinteresse – con relativa, ovvia mancanza di riscontri commerciali – a preservarne la purezza underground, salvandolo dall’asservimento alle logiche del business come invece accadde in Gran Bretagna. Ricordate la celebre frase di Mark Perry, leader degli Alternative TV e “teorico” del movimento tramite la fanzine “Sniffin’ Glue”?: “Il punk è morto quando i Clash hanno firmato il contratto con la CBS”.
Di questo si è parlato al telefono con l’oggi cinquantasette Jon Savage, affermato giornalista nonché testimone oculare di quei giorni, il cui England’s Dreaming – tradotto in Italia da Arcana come Il sogno inglese – è uno dei due testi sacri da leggere per inquadrare e comprendere il punk rock (l’altro è Please Kill Me di Legs McNeil e Gillian McCain). E lo si è fatto, naturalmente, cercando di focalizzare quanto più possibile il discorso sull’argomento specifico e rimandando a un successivo incontro, magari di persona, considerazioni di carattere più generale delle quali non si mancherà di rendervi conto.

Perché il punk californiano, e perché ora?
La risposta a questo tipo di domanda è sempre “e perché no?”. Non c’era in realtà nessun motivo particolare per realizzare questo disco in questo specifico momento, ma la musica trattata è eccezionale e un lavoro così non era ancora stato mai fatto da nessuno.
Quando e come hai iniziato a interessarti all’argomento?
Ho sempre visto il punk come movimento internazionale, opponedomi alla tesi dominante che si tratti quasi solo di un fenomeno britannico del 1977. All’epoca ero in contatto con musicisti e addetti ai lavori di tutto il mondo perché, scrivendo di punk e di fanzine per “Sounds” (il terzo settimanale musicale inglese, dopo “NME” e “Melody Maker”, chiuso nel 1991, NdR), ero alla costantemente alla ricerca di cose che nuove e valide. Entrai così in contatto con Greg Shaw, che pubblicava la rivista Bomp! e gestiva l’etichetta omonima a Los Angeles, con Vale, che a San Francisco pubblicava “Search & Destroy”, e con Claude Bessy, che era redattore di “Slash”. Ho anche scritto per i loro giornali e venivo pagato con i dischi invece che con i soldi… ed era ottimo, perché quei vinili erano molto difficili da trovare nel Regno Unito. Mi piacevano moltissimo, li ascoltavo tutti i giorni, e quindi nell’agosto del 1978 andai a Los Angeles e per conoscere di persona un po’ tutti. Io volevo incontrare i gruppi e loro, poiché venivo da Londra, volevano incontrare me. Ho visto anche parecchi concerti… Weirdos, Negative Trend, Avengers, Screamers, tutte band eccezionali. A settembre ritornai in Inghilterra pieno di entusiasmo e cercai di fare propaganda a quanto stava accadendo al di là dell’Atlantico, ma a nessuno sembrava importare nulla.
E com’è nato, invece, il progetto Black Hole?
Nel 2008 avevo già curato per la Domino Dreams Come True, una raccolta dedicata ai prodromi della musica electro negli anni ‘80. Mi chiesero se avessi avuto altre idee e proposi il punk californiano, una cosa che mi era rimasta in mente per tre decenni. Preparai un CD-R con i brani che avrei voluto, e siamo partiti.
E siete anche arrivati felicemente, dato che il CD offre uno spaccato molto ampio di ciò che è successo a Los Angeles e San Francisco tra il 1977 e il 1980. C’è pure un pezzo degli Screamers, che mi risulta essere il primo mai pubblicato ufficialmente su disco.
Esatto, e ne sono orgoglioso perché erano formidabili: totalmente punk anche se il loro assetto strumentale non prevedeva chitarre. La canzone ci è stata data da K.K. Barrett, il batterista… non so se ne detenesse realmente i diritti legali, ma non credo che qualcuno avrà da ridire.
Cosa trovi di tanto speciale, in quelle due scene?
Ci sono un sacco di differenti suoni distorti di chitarra, e io amo profondamente i suoni distorti di chitarra. È il mio genere preferito di musica, perché è potente, veloce e rumorosa… e poi i testi sono molto divertenti, e si notano grandi differenze tra gruppo e gruppo, il che denota personalità. Questo diversamente dal punk inglese, che cominciò subito a vendere e quindi divenne in fretta una questione di marketing con relativa nascita di stereotipi ben precisi. Nel punk inglese del 1978 c’era ben poco di interessante, mentre in California giravano moltissimi gruppi dotati di una precisa identità che portavano avanti la propria musica in una situazione di assoluta indipendenza dal mercato… perché di fatto il mercato non esisteva, visto che si parla quasi solo di 45 giri pubblicati in poche centinaia di copie.
Quali erano, a tuo avviso, le principalo differenze fra Los Angeles e San Francisco?
A L.A. erano nel complesso più giovani… e poi più stravaganti, bizzarri, cazzari. A San Francisco erano più “professionali” e impegnati sul piano politico.
In una selezione che non posso non definire eccellente noto poche assenze di rilievo: ad esempio, Dickies e Nuns.
I Dickies li avrei inclusi volentieri, ma sono sorte complicazioni di carattere legale-burocratico. I Nuns, invece, non li ho proprio voluti, ho sempre ritenuto che Decadent Jew sia un pezzo stupido. Sfortunatamente si sarebbe dovuto scegliere quella perché è senza dubbio la loro canzone più rappresentativa, il loro manifesto.
Nel complimentarmi per l’inserimento i Consumers, che ai tempi non avevano pubblicato nulla ma che sono davvero grandiosi, ti chiederei degli Aurora Pushups, altra band oscurissima che però non aveva un suono propriamente punk.
È vero, stilisticamente sono un po’ atipici rispetto al resto della scaletta… ma la mia definizione di punk è parecchio elastica, e poi il loro pezzo – Victims Of Terrorism, oltretutto di grande attualità per quanto riguarda il testo – ha contenuti innegabilmente punk anche se dentro ha persino un sitar. Sui Consumers, invece, sfondi una porta aperta: erano fantastici, ed è proprio incredibile che quello che avevano registrato non sia uscito su disco ai tempi ma solo oltre quindici anni dopo.
C’è anche un pezzo dal primo 7 pollici dei Middle Class, quelli che nel 1978 – contemporanemente ai Bad Brains, che operavano sulla Costa Est – hanno in pratica inventato, per certi versi, l’hardcore-punk.
In effetti sì, anche se questo lo si è potuto dire solo con il senno di poi, quando l’hardcore ha cominciato ad emergere all’inizio degli Ottanta ed è stato quindi codificato come genere. Nel 1978, quando ho scoperto il loro EP, li si classificava semplicemente come una delle tante punk-band giovani e dissennate di Los Angeles.
Più che al brano degli Urinals, noto solo ai cultori, il titolo della raccolta rimanda a Kids Of The Black Hole degli Adolescents, che essendo di una generazione successiva non vi sono ovviamente compresi. Possiamo attenderci un secondo volume dedicato ai primi anni ‘80?
Di sicuro non da me, l’hardcore non mi è mai piaciuto: troppo “serio”, troppo maschile, privo di quell’eclettismo e di quella diversità anche a livello umano che caratterizzava l’ondata del ‘77. Una faccenda noiosa, secondo me. Per farlo non avrei la giusta spinta emotiva e nemmeno la competenza necessaria, dato che in pratica ho smesso di ascoltare “nuovo” punk grossomodo nel 1979.
Per passare a cosa?
Quello che oggi si definisce post-punk, molto reggae, musica elettronica piuttosto cupa…. e anche cose “mainstream” tipo Talking Heads, che erano straordinari.
Per concludere, la qualità sonora di Black Hole è magnificamente pessima come quella dei dischi originali. Hai mai pensato di operare qualche intervento tecnico per “migliorarla”?
Assolutamente no, eccetto un livellamento della dinamica reso necessario dalla diversità fra master e master. Il punk è così e deve essere così, nessun disco punk della prima era ha un “bel” suono. Ce l’ha Never Mind The Bollocks, e infatti sono in molti ad affermare che gli autentici Sex Pistols sono quelli dei demo. È assai improbabile che da un investimento di molti soldi per incidere un disco punk derivino risultati migliori da quelli che si otterrebbero spendendo poco.

I ragazzi del buco nero: Arricchita da un buon libretto, impreziosito anche da foto e riproduzioni di locandine, con note e ricordi personali di Jon Savage, Black Hole mette in fila ventisei episodi di venti gruppi (Germs, Dils, Avengers, Sleepers, Zeros e Middle Class sono rappresentati da due ciascuno) che risalgono al periodo 1977-1980. Sono presenti quasi tutti i protagonisti principali e con episodi estremamente significativi del loro repertorio, dai Crime di Murder By Guitar ai Weirdos di Solitary Confinement fino agli X di We’re Desperate e i Dead Kennedys di California Uber Alles. Belle “chicche” di Screamers, Consumers, Urinals e Aurora Pushups, uniche assenze dolorose quelle di Dickies, Nuns, Negative Trend e Black Flag.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.678 del gennaio 2011

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Categorie: interviste | Tag: | 5 commenti

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5 pensieri su “Punk californiano

  1. at-tawra

    tutti i torti Mark Perry non ce l’ha, anche se secondo me la verità spetta a Devoto quando dopo aver lasciato i Buzzcocks dichiarò che

    “non mi piace la maggior parte di questa musica new wave. Non mi piace la musica. Non mi piacciono i movimenti. nonostante trutto questo, ci sono ancora cose che vanno dette. Nondimeno, non ho fiducia nell’intenzione da parte dei Buzzcocks di uscire dalle secche della new wave per andare in un luogo dal quale queste cose possono essere dette.
    Quello che un tempo era malsanamente fresco e nuovo adesso è trito e obsoleto”

    era il febbraio 1977, attenzione.

  2. Grande intervista.
    L’adesivo “Black Hole” contenuto nel cd splende sul cofano della mia auto…

    • A un certo punto Jon mi diede l’impressione di essersi un po’ piccato… gli avevo in effetti un po’ rotto le palle su alcune scelte. Specie sull’esclusione dei Nuns, che a me continua a sembrare una follia (perché per forza “Decadent Jew”? Anche “Suicide Child” versione 45 giri sarebbe stata perfetta).

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