Green Day

Incredibile a dirsi, non ho mai visto i Green Day in concerto: rimedierò mercoledì sera, quando gli ex ragazzi si esibiranno all’Ippodromo delle Capannelle nell’ambito della rassegna “Rock in Roma”, e sono sicuro che sarà divertente. In occasione della seconda tranche del mini-tour della band californiana ho così ripescato questa lunga recensione del penultimo album, ovviamente contando come uno solo la (quasi) recente trilogia: non è magari il tipico lavoro del terzetto, ma mi offrì la possibilità di dilungarmi sulla mia visione globale di Billie Joe e compagni. Qui, comunque, un sinteticissimo riassunto delle puntate precedenti.

Green Day cop21st Century Breakdown (Reprise)
Fin troppo facile ipotizzare mugugni, risatine sfottenti, strali velenosi e accuse più o meno velate di rincoglionimento/sputtanamento, di fronte al risalto concesso a questo nuovo album dei Green Day, cinque anni dopo il plurimilionario (in vendite) American Idiot. Comprensibile, certo, ma fondamentalmente errato, alla luce di come il più che ventennale percorso della compagine californiana si sia svolto – benché con qualche caduta di tono – all’insegna di una sostanziale coerenza, non scalfita da legittimi e riusciti tentativi di crescita musicale. Già, perché Billie Joe e soci sono stati capaci di rendere la loro formula più ricca ed elaborata senza tradire la loro indole punk-pop, di conferire ai loro brani respiro e profondità senza soffocarne l’impatto e la freschezza, di maturare senza rinunciare alla sfrontatezza e all’ingenuità che avevano guidato i loro primi passi adolescenziali. Superando anche (più o meno) indenni lo shock di trovarsi a poco più di vent’anni star planetarie, quando il terzo album Dookie lì strappò via dalle cantine di Berkeley per lanciarli nell’etere e nelle arene come portabandiera del corporate punk.
Forse sarebbe inutile dire, ma a scanso di equivoci sempre in agguato lo facciamo lo stesso, che 21st Century Breakdown non è rivoluzionario, non indica possibile nuove strade, non pretende di essere nulla più di quello che è: un bell’album di r’n’r, con solide basi nel passato, che racconta il presente dei suoi artefici. Un album che, come il precedente, segue lo schema del concept – attenendosi al comunicato-stampa, “la storia di una giovane coppia, Christian e Gloria, che si muove attraverso la confusione e le promesse del nuovo secolo” – e si destreggia con ispirazione vivace, mestiere e astuzia tra irruenze e asprezze punk, scoppiettanti fantasie di impronta power pop, melodie avvolgenti e malinconiche nelle quali si rilevano aromi quasi alla Kinks. Un progetto ambizioso, nessun dubbio in merito: nella durata di quasi settanta minuti, nel numero di tracce (ben diciotto), nella produzione accuratissima di un Butch Vig che ha comunque rispettato (e a tratti esaltato) la natura rock del gruppo favorendo al contempo l’amalgama delle numerose sfumature di un songwriting adulto ed eclettico nonostante l’ambito tutto sommato ristretto nel quale vuole (o “deve”?) spaziare. E il quadro che ne scaturisce, al di là di scetticismi spesso fondati sul pregiudizio, è quello di una band credibile, la cui unica “colpa” è saper scrivere e interpretare canzoni transgenerazionali di rara efficacia, che pur non essendo magari del tutto genuine – un tot di “calcoli” saranno di sicuro stati fatti – riescono a sembrare tali e quindi poche chiacchiere: o i Green Day sono veri, e pertanto meritano come minimo rispetto, oppure sono talmente bravi a fingere di esserlo da strappare ugualmente applausi a scena aperta… e che invidiosetti, vecchi tromboni e indie-snob vadano a prenderselo (simpaticamente, eh) là dove non batte il sole, in fila indiana come i lemming del videogame.
Si potrebbe aggiungere parecchio altro, su questo disco: a proposito dei testi, che non vantano la letterarietà di Dylan e Cohen ma denotano una discreto talento nel parlare in modo semplice ed evocativo oltre che nel dipingere un policromo affresco d’insieme; degli arrangiamenti raffinati che fanno capolino in un impianto costituito come da tradizione su vigore ritmico e chitarra distorta; della voce del frontman, che acchiappa sia quando è urlata, sia quando si distende in trame aggraziate; soprattutto, della voglia di divertirsi che traspare dall’approccio di questi ragazzi che marciano ormai verso i quarant’anni e che non cercano di nasconderlo indossando forzatamente maschere da teenager, mostrandosi anzi per quello che sono. 21st Century Breakdown non è epocale, non sposta di un micron l’asse dell’epopea della “nostra” musica e forse i suoi picchi a livello compositivo non valgono quelli di American Idiot, ma non importa: il suo r’n’r vigoroso e melodico risuona alto dallo stereo disturbando i vicini cosiddetti benpensanti, e sparato nell’iPod mentre si cammina per strada annusando la primavera mette addosso un irrefrenabile, magnifico senso di (stupida) euforia.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.659 del giugno 2009

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Categorie: recensioni | Tag: | 4 commenti

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4 pensieri su “Green Day

  1. daniele landi

    hai “rimediato” ieri sera all’ippodromo? io si (ero a digiuno come te): niente male!

  2. giannig77

    ammetto che i Green Day con l’accoppiata American Idiot e poi questo album da te recensito avessero fatto un salto di qualità a livello di maturità e di arrangiamenti (prima di arrivare a una discutibile trilogia). Ma… per me i Green Day migliori restano quelli di Dookie e del successivo album “gemello”

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