Cheap Wine

Ieri sera, rinunciando a vedere il secondo tempo della finale di Champions League, ho preso la macchina e mi sono mosso alla volta di Frosinone, dove – alla Cantina Mediterraneo, un bel locale con alle spalle una lunga storia di musica e cultura – si esibivano i Cheap Wine. Seguo la band di Pesaro dai tempi ormai lontani del suo primo disco, dovrei aver recensito tutta la sua (vasta) produzione, ma non avevo mai assistito a un suo concerto: per ragioni difficili da comprendere, il quartetto non riesce a suonare spesso al centro-sud, e non volevo perdere questa rara occasione. La performance di due ore, sanguigna e sudata come si conviene, mi ha spinto a recuperare la recensione di Moving, uno dei capitoli migliori della discografia, e l’intervista ad esso collegata: risalgono entrambe a quasi nove anni fa, ma rimangono tuttora attualissime.

Cheap Wine copDifficile, davvero difficile, non subire il fascino dei Cheap Wine. Per tanti motivi, tutti validissimi: si autoproducono in modo professionale, si danno molto da fare per promuovere al meglio la loro musica in Italia e all’estero ma non cercano di imporre la loro presenza, se ne strasbattono di non essere trendy, non leccano culi… e, soprattutto, suonano alla grande, come ben pochi hanno fatto prima – almeno nell’ambito dello stile che da sempre frequentano, quello del rock di scuola americana – nella nostra Penisola. Sì, i Cheap Wine sono proprio un gruppo magnifico, anche se non pretendono di inventare qualcosa di nuovo e si accontentano – alla loro maniera, comunque, e con il sostegno di una qualità di scrittura da fare invidia ai maestri del genere – il solco di una tradizione gloriosa dove il folk, la psichedelia, il punk e il blues si abbracciano con sempre irrefrenabile passione, ora lasciandosi andare in impetuosi amplessi e ora indugiando in morbide carezze. Il tutto omaggiando quei Dream Syndicate e quei Green On Red dei quali l’ensemble composto da Marco Diamantini (voce, armonica, chitarra ritmica), Michele Diamantini (chitarra solista e cori), Alessandro Grazioli (basso) e Francesco Zanotti (batteria) rimane uno dei più dotati eredi, sebbene le esperienze raccolte negli anni e la naturale ricerca di una propria identità lo abbiano progressivamente allontanato dai due modelli… che però sono lì, a sorridere compiaciuti e a benedire i loro figlioli mediterranei come accade ad esempio nella cadenzata Snakes (che cita in qualche modo Dan Stuart persino nel titolo) o nell’estatica City Lights (dove Marco è Steve Wynn e Michele Karl Precoda, e che provino a negarlo se ci riescono).
Sorta di concept dedicato al tema del viaggio, tra strade urbane bagnate dalla pioggia e blue highways illuminate dalla luna, Moving è un intenso, splendido album di roots’n’roll in perfetto equilibrio tra evocatività e irruenza, tra dolcezza e cattiveria, tra entusiasmo e malinconia; un disco che potrebbe tranquillamente essere il parto di una band californiana o texana o in ogni caso statunitense, e che nessuno riterrebbe mai nato tra la Pesaro dove i Nostri abitano e l’Ancona dove ha sede lo studio in cui è stato registrato. Miracoli di una musica che ormai inizia ad appartenere anche all’Italia – perché colonizzazione e globalizzazione non significano per fortuna solo McDonald’s e finti talk show – e che nelle mani giuste sa come far esplodere la sua travolgente, sanguigna poesia; e non è davvero semplice, da noi così come in Europa, trovare mani più giuste di quelle dei quattro marchigiani, come implicitamente confermato dal fatto che i precedenti lavori dei Cheap Wine – il mini Pictures pubblicato nel 1997 dalla Toast e gli album A Better Place, Ruby Shade e Crime Stories, editi in regime di autarchia nel 1998, nel 2000 e nel 2002 – hanno tutti goduto di programmazione radiofonica e raccolto lusinghieri consensi dall’altro versante dell’Atlantico.
Autoprodotto come i suoi ultimi tre predecessori con il marchio Cheap Wine Records, Moving è la definitiva conferma dello spessore di un gruppo italiano per sbaglio. Nutriste dubbi sul nostro giudizio, fidatevi delle vibrazioni e delle emozioni trasmesse da questi quasi settanta minuti di eclettiche cavalcate chitarristiche più o meno equamente divisi tra assalti tanto ruvidi quanto melodici e ballate dove dominano le atmosfere ombrose; con l’impeccabile cover personalizzata di One More Cup Of Coffee di Bob Dylan a mo’ di ciliegina sulla torta, a sottolineare che i ragazzi rispettano i mostri sacri ma non temono, con umiltà, di confrontarsi con loro.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.592 del 21 settembre 2004

Cheap Wine foto

Anno dopo anno, i Cheap Wine sono arrivati con Moving al quinto capitolo di un’avventura discografica all’insegna della più fiera autarchia, nonché di quel “classico” rock a stelle e strisce del quale sono autorevolissimi esponenti non solo entro i nostri confini. Ne abbiamo parlato con Marco Diamantini, voce, chitarra ritmica e armonica della band pesarese, che divide anche con il fratello Michele – chitarra solista e produzione – gli onori del songwriting.

* * *

Nel vostro percorso non noto decise evoluzioni stilistiche, quanto piuttosto un perfezionamento a livello compositivo di un sound definibile come “classico”. Ritieni sia un’impressione corretta, e in generale siete più attenti alle canzoni o al suono?
A entrambe le componenti, che d’altronde non sono scindibili. Il nostro intento è quello di scrivere canzoni di qualità, ma una canzone, per essere di alto livello, ha bisogno anche di un suono appropriato. Abbiamo un approccio molto istintivo che prevale nella fase compositiva e di arrangiamento, mentre in studio, al momento di registrare e missare, subentra una grande attenzione al suono. La canzone resta il centro del nostro percorso musicale e non ci siamo mai preoccupati di essere in linea con le tendenze, le mode o le sonorità del momento: ci interessa di più esprimere il sound che sentiamo interiormente. La tua definizione di “classico” è condivisibile. Il sound di moda, una volta che la moda svanisce, invecchia di colpo, mentre il sound classico resta sempre attuale.
Tutti i vostri album sono autoprodotti anche sul piano artistico. Avete mai pensato a un produttore straniero?
Non è mai stato un nostro desiderio, abbiamo idee molto chiare su quello che vogliamo ottenere. La produzione di Moving è stata affidata a Michele e siamo davvero molto soddisfatti del risultato.
Il nuovo album è ancora una volta un concept: dopo il crimine, un altro tema usuale per il rock’n’roll americano, il viaggio. Quali sono state le vostre principali influenze liriche e musicali?
Le ispirazioni sono di carattere musicale, letterario e cinematografico e assecondano una tendenza personale innata. Musicalmente, potrei dire semplicemente cinquant’anni di rock. Le letture che si possono citare come esempi vanno da Kerouac ad Hemingway, da Bukovski a Chatwin, per finire a certe suggestioni noir legate a Jim Thompson. Ma non dimenticherei grandi classici come la Divina Commedia o l’Odissea: in fondo le prime “visioni” legate al viaggio le abbiamo avute sui banchi di scuola. Nel cinema, impossibile non riferirsi al capostipite Easy Rider, a opere significative come Zabriskie Point, Badlands, Five Easy Pieces, Kalifornia, Natural Born Killers e al filone “road movies”.
Oltre al significato fisico, per voi “viaggio” è anche altro. Chiarito che le droghe non c’entrano, cosa associate idealmente all’idea di viaggio?
Significa voltare le spalle a qualcosa che non fa parte di noi, ribellarsi all’immobilismo della mente e del corpo che soffoca la naturale tendenza dell’essere umano alla curiosità, alla scoperta, al sogno. Moving si riferisce al viaggio come ribellione, proclamazione d’indipendenza. Come cammino verso la conoscenza della propria anima, delle proprie aspirazioni e del proprio rapporto con il mondo.
Nella scaletta c’è una sola cover, One More Cup Of Coffee di Bob Dylan. Perché questo pezzo, oltretutto non facile, e con che tipo di approccio ne avete affrontato l’interpretazione?
È una canzone splendida e affascinante. Sapevamo di accostarci a un brano molto impegnativo, ma l’abbiamo sentito subito nelle nostre corde e non abbiamo avuto dubbi. Inoltre, il testo è in sintonia con il tema dell’album.
Rimanete un credibilissimo anello di congiunzione tra Green On Red e Dream Syndicate. Mi pare che su questi paragoni vi divertiate anche fare dell’autoironia – il brano più Green On Red di Moving, ad esempio, si chiama Snakes – ma sarei curioso di sapere se magari vi infastidiscono anche un po’…
Non ci seccano, ma crediamo che questo continuo accostamento al Paisley sia fuori luogo. Amiamo tantissimo Steve Wynn e Dan Stuart ma la loro influenza su di noi non è superiore a quella di decine di altri artisti.
Avete raccolto consensi anche nella patria del vostro rock, gli Stati Uniti. C’è qualcosa di concreto che potrebbe accadere o sta accadendo a livello di uscite discografiche o concerti al di là dell’oceano?
Per il momento nulla di serio, anche se numerose radio americane stanno mostrando di apprezzare molto la nostra musica.
Ormai siete in giro da quasi dieci anni. Che bilancio fareste della vostra avventura, e quali sono state le vostre maggiori soddisfazioni e – se ci sono – i vostri più grandi rimpianti?
La più grande soddisfazione è quella di aver fatto tutto da soli e di aver fatto solo quello che ci piaceva, seguendo esclusivamente la nostra attitudine, ignorando le mode, le “leggi” del mercato commerciale, le false lusinghe di alcuni discografici. Siamo molto orgogliosi della nostra storia di indipendenza vera, dei nostri cinque dischi e di essere riusciti a portare avanti un discorso musicale che in Italia sembrava impossibile. Abbiamo un pubblico molto affezionato di estimatori sinceri. Siamo felici dell’armonia che regna nella band, di avere conosciuto tante belle persone e di aver guadagnato tanti amici suonando in giro per l’Italia. Rimpianti? Beh, qualcuno dice che se fossimo nati in America…
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.593 del 28 settembre 2004

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Categorie: interviste, recensioni | Tag: , | 6 commenti

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6 pensieri su “Cheap Wine

  1. Eliseno

    Per me sono il miglior gruppo italiano ed è un peccato che non abbiano mai goduto della giusta visibilità. Anche sul Mucchio sono raramente uscita dalla nicchia di fuori dal mucchio, nonostante la tua attenzione
    Lo dico naturalmente senza alcun intento polemico

    • Per uno degli ultimi numeri del Mucchio volevo organizzare un pezzo lungo, con riflessioni e interviste, sulle band italiane devote al rock filoamericano: Cheap Wine, Sacri Cuori e via discorrendo. Inutile dire che l’Illuminata Direzione non l’ha considerato perché poco cool, da vecchi eccetera. Certo, se avessi detto “lo faccio e basta”, come ho fatto con i Numero6, non me l’avrebbero impedito, ma come forse avrai intuito mi ero rotto le palle di dover “discutere” su quello che secondo me andava fatto con qualcuno che non era in grado di capire.

  2. bibi

    fatto benissimo: la libertà di espressioni inanzitutto (specie se trattasi di recensire i miei amatissimi Cheap!)

  3. stefano campodonico

    Ci sono cose che proprio non capisco.
    Una ventina di giorni fa hanno suonato a Genova, concerto decisamente bello, tirato, con le chitarre in grande evidenza come al solito. Beh, saremo stati in 25-30. Se ci fosse stata la risposta del pubblico sarebbe stato grandioso. Ah, il concerto era gratis!

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