Liars

Fra pochi giorni – 27 al Circolo degli Artisti di Roma, 28 all’Interzona di Verona, 29 OGR Musica 90 di Torino –  saranno nuovamente in concerto in Italia i Liars, compagine americana che di sicuro merita un posto tra le più rilevanti emerse dal rock alternativo degli anni Zero. Cinque anni fa ebbi intervistai l’intero gruppo, con largo anticipo sull’uscita del quarto album, per poterlo poi immortalare sulla copertina del Mucchio.

Liars copMai come ieri
Una fresca, piovosa mattina di inizio luglio in una Londra che non sembra granché scossa dall’ennesimo allarme-attentati. Una stanza confortevole in un elegante ma anonimo hotel nella zona di Kensington. Un giornalista italiano in trasferta per un appuntamento-blitz con i Liars, impegnati in una serie di interviste con la stampa internazionale per promuovere il loro quarto album, omonimo, con due mesi di anticipo sull’uscita. Due divani posti ad angolo sui quali siedono, in senso orario, l’altissimo Angus Andrew, che parla con voce tonante e di rado guarda in faccia il suo interlocutore; l’assai meno imponente Aaron Hemphill, dall’eloquio più pacato, al quale sembrano essere assegnate di ufficio le spiegazioni complesse e inattese; Julian Gross, aria più da artista figurativo che da rockstar, per lo più silenzioso ma capace di accendersi se sollecitato in modo particolare dal tema affrontato. Un’ora di chiacchierata intensa e vivace, per tentare di inquadrare quanto più possibile il Liars-pensiero. Sì, valeva la pena di affrontare un Roma-Londra-Roma in sedici ore, con annessi estenuanti controlli all’aeroporto di Stansted e una quantità di contrattempi da esaurimento nervoso.
Il nuovo album è decisamente meno contorto e più accessibile, rispetto ai vostri standard. Come mai un cambiamento così netto?
(AA) È una specie di sfida… ogni volta che lavoriamo a un disco cerchiamo di inventare qualcosa che sia, per noi, nuovo e difficile. In questa occasione ci siamo focalizzati sulle canzoni, su come esse fanno sentire la gente e su come ci siamo sentiti noi quando abbiamo ascoltato le canzoni fondamentali della nostra vita. In precedenza tutto ruotava attorno al suono, al concetto, mentre qui eravamo interessati a strutture abbastanza tradizionali: in fondo, anche questo è stato “sperimentare”…
Comunque è un classico, che ogni vostro disco sia diverso da quello che l’ha preceduto.
(AA) Non ci viene spontaneo realizzare album simili fra loro, benché molti degli artisti che più ammiriamo continuano in effetti a pubblicare dischi che si assomigliano. Magari anche dischi ottimi, ma piuttosto prevedibili. Non riusciamo proprio a concepire che qualcuno possa essere interessato, per la sua intera carriera, ad applicare le stesse formule:  per noi è naturale esplorare idee e modi differenti di far musica, ci piace mantenere sempre vivo il nostro interesse ed evitare il rischio della routine.
Ma qual è il filo conduttore o, se preferite, il “metodo nella vostra follia”?
(AH) Il non sapere dove si finirà, approdando a qualcosa che magari sorprenderà non solo chi ci segue ma anche noi. Il nostro esperimento, insomma, consiste nel non fare calcoli, nel non curarsi di rispettare un ipotetico “stile Liars” o di quello che il pubblico potrebbe attendersi da noi.
E infatti avete sfidato pure i vostri fan, che forse potrebbero essere disorientati da una svolta così netta.
(AA) Mah, sai, in realtà la partita si è giocata tutta con noi stessi, dato che non sappiamo, né pretendiamo di sapere, cosa davvero la gente si aspetta da noi. È il nostro approccio di lavoro: ci sentiamo liberi di esplorare quello che vogliamo, di seguire il nostro istinto.
Avere a che fare con brani “convenzionali” e melodie è stato più semplice o più complicato di come vi aspettavate?
(AH) È stato difficile, molto difficile… L’obiettivo era arrivare a qualcosa che avesse un feeling analogo a quello delle band che sono state più importanti per noi, e pari impatto estetico ed emotivo. Si trattava di suonare le chitarre e cantare senza esercizi concettuali, proponendo i risultati al mondo sperando che fossero apprezzati. La cosa ci ha un po’ intimiditi, ma alla fine ci ha gratificati: sento che abbiamo espanso il nostto raggio di azione creativo e ritengo che avremo meno problemi con questo genere di approccio, con il quale saremo di sicuro più a nostro agio di quanto non sia accaduto durante la lavorazione di quest’album.
Il disco non è stato ancora pubblicato e state già pensando al prossimo?
(AH) Il nostro giardino sta crescendo e bisogna coltivarlo a dovere. Avendo poi avuto la conferma che il terreno è fertile e i semi di qualità, ci sembra logico proseguire nella stessa direzione.
Ma davvero le vostre fonti, “ideali” più che stilistiche, sono state soprattutto Cure, Siouxsie & The Banshees e Orchestral Manouevres In The Dark?
(AA) Sì. Credo sia un background comune a molti colleghi della nostra generazione, anche se magari taluni non lo ammettono e citare come loro influenze band più di nicchia. Da giovani è normale essere affascinati da una musica che arriva allo stomaco più che al cervello: pezzi come quelli dei Cure o degli Smiths, così melodrammatici, avevano e hanno tutte le carte in regola per impressionare.
(AH) È una questione di ideali romantici nei quali abbiamo creduto un po’ tutti prima che il cinismo dato dalla maturità prendesse più o meno il sopravvento. Certe canzoni sono la colonna sonora perfetta per quelle sensazioni: dal timore di essere inadeguati ai dubbi esistenziali, ma anche il cameratismo con i coetanei e i primi amori.
Finora, per i vostri album, avevate scelto titoli insoliti e visionari, mentre ora avete optato per un banalissimo Liars. Checché se ne possa superficialmente pensare, questa è la scelta più “concettuale”… no?
(AA) Ebbene, sì. Prima i titoli fornivano un sacco di informazioni utili a inquadrare i dischi, o quantomeno a inculcare un certo tipo di suggestione nelle menti di chi avrebbe potuto ascoltarli. Qui volevamo che la musica parlasse da sola, e quindi l’abbiamo “spiegata” il meno possibile: il titolo più adatto, pertanto, era… nessun titolo. Ma non ci siamo mica arrivati subito, eh: prima ci siamo dovuti scervellare un bel po’.
Compositivamente parlando, Liars è parecchio eclettico. Non credete che questa disomogeneità potrebbe pensare a una mancanza di coerenza, a una vostra incertezza sul come operare?
(AA) Ma tanto se lo sono sempre domandato tutti, “cosa stanno facendo, questi pazzi?”. Scherzi a parte, diversamente dalle band i cui membri agiscono come fossero uno solo, nei Liars convivono il mio orientamento e quello di Aaron: due strade parallele che in passato ci siamo impegnati a conciliare in progetti sonori che fossero rappresentativi di entrambe. Per questo disco, che non è un concept, abbiamo evitato di dare un senso all’insieme delle canzoni, con il solo obiettivo di inserire in scaletta i migliori brani disponibili. Credo che Liars mostri in modo più chiaro i nostri orientamenti individuali.
Però nelle note firmate tutto “Liars”, e dunque non si capisce qual è la direzione di ciascuno.
(JG) Forse questo è l’aspetto più interessante della faccenda, no? In ogni caso, al di là dei singoli contributi, la nostra coesione di gruppo è molto forte, e quello che trapela all’esterno è sempre il risultato di un lavoro collettivo. Pensaci, non abbiamo nemmeno ruoli standardizzati di chitarrista, di cantante, di batterista.
(AH) Peraltro, a noi fa piacere riscontrare le reazioni alla nostra musica, sapere cosa pensa la gente. Che la voce di Angus è fighissima e che la mia fa schifo, oppure che la chitarra assomiglia a quella degli ZZ Top sono tutti dati utili da elaborare. Quando componiamo, alle nostre spalle svolazza il fantasma di tutto quello che ci è stato detto: non lo percepiamo con i sensi, non ci condiziona a livello consapevole, ma c’è. E più dischi faremo e più lui sarà presente dietro di noi.
A grandi linee, quanto le canzoni definitive si discostano dall’idea originaria che viene sottoposta al trattamento della band?
(AH) In quest’album, di sicuro, più di prima. Tra noi non sono mai esistiti problemi di “proprietà”, di “non toccate il mio pezzo”: anzi, è stato sempre divertente e stimolante vedere cosa succedeva loro quando li si provava tutti assieme.
(AA) Lavorando in maggior misura separatamente, come abbiamo fatto per Liars, era inevitabile che si prendesse una piega un po’ diversa. Ad esempio, alcune delle chitarre che Aaron ha inciso per conto suo a Los Angeles sono poi rimaste nel disco finale. Ho sempre avversato l’idea dei demo da reincidere “meglio” per il disco dopo essere entrati in un vero studio, sono un tentativo faticoso e spesso vano di riprodurre la magia del momento, che si manifesta quando meno te l’aspetti e che, se non viene colta, tende a non riapparire: per quanto ci è possibile, abbiamo invece cercato e cercheremo sempre più di conservare e preservare quanto emerso dalle nostre “prove”.
Come trovate l’equilibrio tra improvvisazione e forma-canzone che, a ben vedere, caratterizza comunque il vostro stile?
(AH) Non abbiamo mai voluto essere degli improvvisatori, ma credo che siamo sempre stati piuttosto bravi nel costruire strutture di canzoni usando come base gli errori e le mille casualità tipiche del suonare in libertà, magari enfatizzandoli. Forse “il segreto” dei Liars sta qui.
Sarei curioso di sapere come si inserisce, nel vostro lavoro, la figura del produttore. Anche per Liars vi siete avvalsi della collaborazione di un professionista molto stimato, Gareth Jones.
(AA) È un vecchio amico di Daniel Miller della Mute e con lui siamo riusciti a instaurare una relazione molto proficua… analoga a quella con lo stesso Daniel, le cui opinioni sono da noi tenute nella massima considerazione. Il confronto con Gareth è gratificante, vista anche la sua esperienza con artisti di grande fama e talento, e ci è molto utile: il nostro approccio alle registrazioni non è ordinato e professionale, mentre lui è bravissimo a sistemare tutti i casini e suggerirci cosa sia più giusto fare in caso di dubbi. Dubbi che sono inevitabili, perché dopo aver composto, inciso e riascoltato centinaia di volte gli stessi brani, la nostra lucidità di valutazione viene meno.
Nel disco ci sono brani-chiave, o in ogni caso brani ai quali attribuite per qualsiasi motivo un valore superiore agli altri?
(AA) Ritengo particolarmente significativi Cycle Time e Freak Out. Uno è mio e l’altro di Aaron, ed entrambi sintetizzano molto bene con quale spirito abbiamo affrontato la canzone “tradizionale”. Anche se poi, al loro interno, puoi trovare tutte le cose che amiamo fin dall’inizio.
In generale, ci sono state evoluzioni anche sotto il profilo dei testi?
(AA) Penso che siamo stati più diretti. Volevamo canzoni “comunicative” e le strutture musicali di quest’album ci predisponevano a liriche che le riflettessero. Con le parole abbiamo sempre cercato di evocare un feeling e non di dire esplicitamente a chi ascolta quale tipo di feeling avrebbe dovuto provare: non abbiamo dunque rinnegato il principio di lavorare con le atmosfere, ma in un certo senso credo che, sul piano del songwriting, i testi di Liars abbiano qualche piccola pretesa in più.
(JG) Quella delle liriche è una faccenda complessa: dato che per noi hanno un peso anche come parte dell’insieme musicale, diventano proprietà del gruppo e non solo di chi le ha composte. Dunque, un eccesso di enfasi sui contenuti – soprattutto se autobiografici – potrebbe risultare bizzarra, se non ridicola. È normale che Leonard Cohen, per fare un nome, si racconti in un certo modo, ma non lo è per noi; questo, comunque, non significa che i nostri testi debbano automaticamente mancare di spessore.
Sapete che Liars vi darà più problemi dei precedenti, per proporlo in concerto?
(AA) Ce ne siamo accorti subito e infatti abbiamo reclutato un quarto elemento, perché sarebbe stato impossibile eseguire correttamente in tre queste canzoni. Lui si chiama Jarrett Silberman, è un nostro amico di Los Angeles, ed è con noi dall’inizio del tour che abbiamo appena intrapreso. È bello avere di nuovo qualcun altro sul palco, perché il suono acquista in potenza e sfumature.
In chiusura, mi piacerebbe capire com’è andata la storia di Berlino: Vi eravate trasferiti lì e da come ne parlavate pareva fosse per sempre, e invece…
(AA) A Berlino abbiamo inciso due album e, seppure non stabilmente, ci abbiamo trascorso quasi tre anni. È stato un periodo intenso e proficuo, ma alla fine abbiamo preferito riallacciare i rapporti con l’America e soprattutto Los Angeles, la città di Aaron e Julian: mettendola in modo filosofico, potremmo dire che dalla fase dell’alienazione siamo passati favore di quella della rimembranza, del recupero di radici che sono anche familiari e di amicizie. È stata una nostra esigenza, non abbiamo nulla da rimproverare all’Europa.
E a voi stessi, per il DVD allegato a Drum’s Not Dead? C’è chi ha parlato di pretenziosità.
(JG) Non l’abbiamo mai vista così. Volevamo offrire qualcosa di più a chi acquistava l’album, qualcosa nella quale esprimevamo noi stessi in una maniera differente dall’abituale. Avevamo la possibilità di farlo, e quindi… perché no? Ci piaceva anche il giochino destabilizzante della confezione, il “dov’è il CD?”. È solo un ulteriore tentativo, per di più senza imporre una maggiorazione di spesa, di comunicare.
(AA) Che poi, ormai, il concetto di pretenziosità andrebbe rivisto, in relazione al mondo discografico: cosa c’è di più arrogante, oggi come oggi, del porre in vendita un supporto con la stessa musica che si può ottenere – di fatto, gratis – con il download?

NEW YORK, NEW YORK
Anche se ora si sono stabiliti a Los Angeles, i Liars rimangono una band newyorkese, imbevuta nello “spirito” di quella metropoli unica al mondo. Figli degli stessi umori sono i quattro album qui segnalati, che vantano con quelli di Angus e compagni evidenti affinità di suono e di approccio: più o meno un gioco, ovviamente, poiché avremmo potuto proporne altri, ma è comunque un interessante percorso in quattro tappe, una per decennio, tra rock, canzone e sperimentazione nella Grande Mela.
Velvet UndergroundWhite Light White Heat (Verve, 1968). Il secondo lp, l’ultimo con John Cale al fianco di Lou Reed, il più “punk” e “rumorista” della discografia.
SuicideSuicide (Red Star, 1977). Il leggendario debutto di Alan Vega e Martin Rev: ossessività e ferocia, ma anche melodie deviate, all’insegna del minimalismo synth/voce.
Sonic YouthEvol (Sst, 1986). Al terzo vero album, la Gioventù Sonica inizia seriamente a colorare di pop il suo conturbante noise. E lo fa alla grande, tracciando la strada per il proprio futuro.
Cop Shoot CopAsk Questions Later (Big Cat, 1993). Il punk-metal, ma con due bassi e senza chitarra, sposa l’industrial e molto altro. Autentico crossover, e della miglior qualità.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.638 del settembre 2007

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Categorie: interviste | Tag: , | 1 commento

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Un pensiero su “Liars

  1. Matteo

    …che dici Federi’ del concerto di stasera???…per me…sono talmente grandi e liberi…che sono tra i pochi a cui concedo quell’elettronica…ehm…”ballareccia”…ma anche…perché…il “mondo si cambia…sempre dall’interno”!!!…

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