Claudio Lolli

Stimolato dal curatore della bella pagina facebook intitolata “Claudio Lolli – La leggenda”, recupero con grande piacere un‘intervista al Maestro realizzata dieci anni fa, in occasione dell’uscita del “remake” del capolavoro Ho visto anche degli zingari felici firmato con Il Parto delle Nuvole Pesanti (del quale riporto pure la recensione) nell‘ambito di un ampio articolo sulla canzone di lotta comprendete anche un‘ipotesi di discografia-base e questa intervista alla Banda Bassotti. Uno strumento utile per cogliere almeno in parte lo spirito che guida i passi di uno dei nostri cantautori più ispirati, autentici e senza compromessi.

Lolli copHo visto anche degli zingari felici (Storie di note)
Come dovrebbero ricordare quanti hanno letto il n.8 di Extra, da queste parti consideriamo Ho visto anche degli zingari felici uno dei cinquanta dischi fondamentali del rock italiano di sempre. Nulla di cui stupirsi, visto che il quarto album di Claudio Lolli non è solo un’opera di grande spessore artistico ma anche un titolo cruciale nell’ambito della musica nostrana: con tutta probabilità, il più lucido e intenso nel raccontare in poesia alcune delle (brutte) storie del Belpaese della metà dei ‘70, nell’indicare una nuova via alla canzone d’autore tesa alla diffusione di messaggi politici e di lotta (obiettivo perseguito anche con la scelta, per l’epoca rivoluzionaria, di imporre al 33 giri un prezzo assai più basso della norma) e di affidare il sostegno delle parole a un apparato strumentale ben più ricco e raffinato – ma, nonostante ciò, sobrio – di quelli utilizzati da altri appartenenti alla medesima area espressiva.
Pubblicato dalla EMI nel lontanissimo 1976, il capolavoro dell’artista bolognese è adesso omaggiato da questa rilettura integrale, incisa durante i concerti tenuti assieme al Parto delle Nuvole Pesanti: un incontro di generazioni e attitudini diverse che ha come naturale filo conduttore l’urgenza di portare avanti contenuti di notevole spessore e di tuttora drammatica attualità, visto che dall’Italia (dal mondo?) di allora a quella attuale sono magari cambiati nomi (?) e luoghi ma non, purtroppo, i malcostumi. Il risultato? Un remake non calligrafico, ma nemmeno tanto stravolto rispetto alla prima stesura, dove il canto sempre profondo e suggestivo di Lolli ha perso un po’ in brillantezza guadagnando peraltro in confidenzialità e dove i suoi più giovani accompagnatori hanno mitigato l’abituale propensione al folk a favore di arrangiamenti ora più convulsi e ora di più ampio respiro, impreziositi dagli interventi del chitarrista Paolo Capodacqua e del sassofonista Raul Colosimo. Dalla prova, com’è più che logico, escono vincenti soprattutto i sette episodi, tutti mirabilmente in bilico tra amarezza e voglia di sperare comunque in un’alternativa: la loro magia è immutata, sebbene nei reduci dei giorni in cui termini come collettività e appartenenza avevano un altro sapore (ieri Berlinguer, oggi Fassino: non proprio la stessa cosa), la disillusione ammanta di tristezza l’eventuale nostalgia.
Rimane solo un dubbio, a proposito dell’Ho visto anche degli zingari felici “riveduto e corretto”: se l’operazione discografica – su quella live, invece, nulla da eccepire – fosse davvero necessaria. Pensando ai ventenni che ascolteranno per la prima volta questa pietra miliare, propendiamo per una risposta affermativa. Ma né Lolli né gli ottimi “ragazzi” del Parto si risentiranno, crediamo, nell’apprendere che al rifacimento continuiamo a preferire l’articolo originale.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.531 del 29 aprile 2003

CLAUDIO LOLLI  HO VISTO ANCHE ZINGARI FELICI

Poesia politica
Nonostante segua Claudio Lolli da una trentina d’anni e lo abbia visto più di una volta dal vivo, non lo avevo mai intervistato: il ruolo un po’ laterale da lui ricoperto nei ‘90, ma anche le contingenze sfavorevoli, non avevano infatti creato le basi per un incontro. A renderlo finalmente necessario, seppure solo via telefono, ha ora provveduto l’uscita della versione “riveduta e corretta” della sua pietra miliare Ho visto anche degli zingari felici: ne ho ricavato l’impressione di un uomo saggio, consapevole di come il voler agire con coerenza e serietà sia purtroppo spesso fonte di amarezze ma determinato a proseguire lungo una strada espressiva dotata di spessore artistico e culturale. Questo è quanto mi (ci) ha raccontato a proposito del suo ultimo disco, che della canzone politica e/o di lotta incarna l’approccio più meditato e poetico ma non per questo meno barricadero.
Quando e come si è cominciato a sviluppare il progetto di reincidere Ho visto anche degli zingari felici?
L’idea è venuta un po’ da tutte le persone che mi sono attorno, non solo da me. C’era il desiderio di pubblicare un live, per il quale avevo già una serie di canzoni ben registrate, ma per qualche ragione non ero del tutto convinto… non mi sembrava una cosa speciale. Da qui è poi venuta fuori l’ipotesi di rifare, mantenendo però l’idea del disco dal vivo, gli Zingari felici, che non erano mai stati ripresi integralmente: abbiamo così cercato sonorità un po’ stravolgenti e singolari, e siamo partiti, circa un anno e mezzo fa.
Perché proprio assieme a Il Parto delle Nuvole Pesanti?
Risiedendo tutti a Bologna, ci si conosceva già. La collaborazione è stata caldeggiata dalla mia etichetta Storie di note, e approfondendo il rapporto ci siamo piaciuti: loro erano in grado di darmi ciò che volevo, cioè una rilettura molto emotiva, ritmica… popolaresca, balcanica, etnica… insomma, diversa dall’originale. Anche per cercare, con questa musicalità esasperata fatta di sudore, sangue e polvere da sparo, di toccare un pubblico giovane che forse avrebbe avuto difficoltà a essere coinvolto, almeno all’inizio, da tematiche ideologiche e politiche di un altro momento. Non mi interessava tenere una lezioncina di storia né abbandonarmi a un “come eravamo”.
Ti stupirò, ma io non l’ho trovato poi tanto stravolto: i toni sono più accesi, è vero, ma per il resto mi sembra che ci sia un grande rispetto verso l’album di ventisette anni fa.
Non c’erano intenti filologici: per esempio il sax, che nel primo Zingari è quasi un deuteragonista della mia voce, è stato parecchio asciugato. Capisco, però, la tua osservazione: sotto il profilo delle strutture, delle armonie e dei testi, tutto è rimasto com’era.
Reincidere un intero album non è una faccenda molto consueta, non trovi?
Sì, infatti. Però ero stimolato dalla prospettiva dell’interpretazione dal vivo, e dall’affidarla ad altri musicisti che logicamente avrebbero fatto valere la loro sensibilità puntando a un coinvolgimento fisico e  all’immediatezza. Il perché della riedizione integrale mi sembra ovvio: si tratta di un concept, non era il caso di smembrarlo.
Come si è svolto il processo di revisione insieme al Parto? Hai lasciato mano libera ai ragazzi, oppure sei stato un “regista” inflessibile?
Non riuscirei mai, per carattere, ad avere comportamenti dittatoriali. Comunque, se si chiamano delle persone a suonare la propria musica, si desidera che diano il loro contributo: si cerca di metterle a loro agio, nelle condizioni migliori per valorizzare la loro inventiva e la loro creatività. Però abbiamo lavorato a lungo e con impegno, provando e riprovando, e logicamente non mi astenevo dall’intervenire: non in senso censorio ma interlocutorio.
Loro erano molto ossequiosi?
Le prime volte sì. Subito dopo, e ne sono lieto, hanno perso il loro atteggiamento deferente. Era della partita anche il mio chitarrista abituale, Paolo Capodacqua, e alla fine ci siamo integrati divenendo, almeno per questo progetto, una vera e propria band, con la nostra dialettica interna e il giusto spazio per i singoli elementi.
Che il progetto ti sia venuto in mente proprio di questi tempi è una coincidenza o c’è invece una causa specifica?
Mi sono sentito legittimato soprattutto dall’aver rivisto piazze piene di gente. Ho pensato che molti ragazzi avrebbero potuto essere attirati da questa storia di due generazioni precedenti che ha comunque qualche vaga attinenza con la loro contemporaneità.
Insomma, è un’operazione che ha anche obiettivi culturali.
Beh, sì: nel suo piccolo, l’ambizione sarebbe quella.
Che tipo di analogie riscontri fra questo momento storico e quello che, a metà ‘70, ha generato gli Zingari?
Giustamente le differenze sono numerosissime, e quindi non vale nemmeno la pena di rimarcarle. Ci può essere forse la considerazione che una generazione ha scoperto una verità purtroppo molto semplice e comune – quella dell’ingiustizia e dello scandalo – e non sembra fortunatamente disposta a subirla né a valutarla con indifferenza, ritenendola anzi un dato importante della sua vita. Da qui la volontà di porsi fisicamente nella storia, in una piazza, per manifestare il suo dissenso e costruire una critica e un’opposizione.
Pur con tutti distinguo del caso, reputi Ho visto anche degli zingari felici un album di canzoni di lotta?
In definitiva il mio tentativo è sempre stato quello di scrivere qualcosa che avesse valenza politica, nel senso di critica dell’esistente più che di parola d’ordine. Ho sempre ritenuto che tale concetto, per acquisire forza, debba essere espresso in modo non dico “alto” ma elaborato, e per questo non ho mai composto inni nel senso classico del termine. Non trovo improprio, in ogni caso, che sia classificato così: tra la politica e la poesia non dovrebbero esserci differenze. Di solito le canzoni di lotta vantano un messaggio abbastanza semplice, che sappia subito convogliare l’attenzione di chi ascolta, mentre io lavoravo più sul dubbio, sulla critica, sul problematico.
Nel tuo percorso, Ho visto anche degli zingari felici è stato un disco di svolta, contenutistica e stilistica. Cosa ti era successo?
Innanzitutto, in quegli anni è accaduto qualcosa di importante al di fuori, nella nostra società, e non solo dentro di me. E forse poi avevo esaurito le riflessioni sull’adolescenza e sulla linea d’ombra sviluppate nei miei primi tre album, ed ero stanco della forma abbastanza rigida – quattro o cinque strofe, con tre o quattro ritornelli – assunta dalle mie canzoni. Non che li rinneghi, amo tuttora moltissimo una buona parte di quei brani, ma avevo bisogno di intelaiature più libere e di qualcuno che suonasse con me. Il soliloquio cominciava a darmi un po’ d’ansia.
Avevi qualche tipo di modello ideale al quale ispirarti?
No, francamente no. Mi attirava molto l’idea del “concept”, all’epoca sfruttatissima all’estero seppure in un ambito musicale diverso, ma per il resto non ho frenato andare l’ispirazione e mi sono divertito a creare queste “riprese” e queste melodie tra un pezzo e l’altro, costruendo così una specie di narrazione. Ho potuto utilizzare una gran quantità di trame strumentali che altrimenti sarebbero rimaste nel cassetto, come tessere di un mosaico che nella sua completezza acquisiva un significato interessante.
Con l’album sei stato anche un sostenitore del “prezzo politico”: alla Emi come presero la tua pretesa che il 33 giri fosse commercializzato a sole 3.500 lire, circa il 25% in meno del normale listino?
Inizialmente non molto bene, ma poi capirono che era una buona idea. Per loro divenne un’idea “furba”, ma per me non si trattava affatto di un trucco per vendere più copie: mi sembrava un atto giusto e anche molto semplice. Da un lato volevo evitare che l’album costasse più o meno a seconda dei negozi, e dall’altro abbiamo voluto inaugurare una politica di contenimento del prezzo che era comunque un prezzo equo, rapportato a un prodotto di qualità: non voleva essere una svendita, ma un cercare di andare incontro alle esigenze dei potenziali acquirenti.
Erano anni in cui si diffondeva la pericolosissima teoria che la musica, in quanto cultura, dovesse essere gratuita, con casini ai concerti da parte degli autoriduttori che sfondavano i cancelli.
Per fortuna quell’equivoco è stato superato: anche nei centri sociali, dove giro spesso, c’è rispetto per la professione del musicista e nessuno afferma che l’artista debba esibirsi senza compenso. Si è capito che se i musicisti non ricavassero da vivere dalla loro attività, probabilmente non suonerebbero più.
Se dovessi scrivere oggi un altro Ho visto anche degli zingari felici, come potrebbe essere?
È una domanda troppo difficile… Io compongo di continuo, e anche se negli ultimi quindici anni ho realizzato poche cose e quasi invisibili non ho certo smesso di produrre. Ora come ora non ho neppure uno schema teorico del mio prossimo album: ci sono parecchi pezzi sparsi e non ti nego che mi piacerebbe riuscire ad avere un’intuizione complessiva come quella di ventisette anni fa, ma forse oggi sarebbe impossibile, per me.
Dopo quel disco, che ebbe un notevole successo, abbandonasti la EMI per legarti a un’etichetta alternativa, seppure “satellite” di una major: un’altra scelta controcorrente.
…ma coerente con la mia indole. Della Ultima Spiaggia mi attiravano le persone che la gestivano, il fatto che capissero davvero i discorsi che volevo portare avanti: una cosa che, lo dico senza malizia, alla EMI era proprio impossibile. Disoccupate le strade dai sogni, del 1977, avrà i suoi difetti, ma credo sia un album che in qualche modo è rimasto.
Conclusasi l’esperienza Ultima Spiaggia sei poi ritornato alla EMI, per la quale hai realizzato altri tre dischi. Dopo è iniziata la tua fase di semi-invisibilità. Cosa è accaduto?
Alla EMI insistettero molto per avermi nuovamente con loro, e accettai l’offerta: allora quella del musicista era la mia unica occupazione, e il contratto era decisamente vantaggioso. Le cose, però, non sono andate benissimo, e a metà ‘80 ho avuto la netta percezione che nel mondo della musica “ufficiale” non ci fosse più spazio per me. Ricordo che portai in EMI un pezzo che avevo appena composto, Keaton, e che il dirigente con il quale lo stavo ascoltando mi mise praticamente alla porta quando apprese che durava otto minuti e mezzo. Il bello è che due anni dopo, quando Francesco Guccini lo ha interpretato in Signora Bovary, la stessa persona parlava di capolavoro.
Il trovarti “fuori dal giro” ti ha buttato molto giù?
Io non mi butto giù facilmente, anche perché non ho troppi dubbi sulla qualità di ciò che scrivo: magari non sono un bravo cantante e di sicuro non so gestire la mia carriera, ma non mi sono depresso. Così ho tirato fuori dal cassetto la mia laurea e mi sono messo a fare l’insegnante. E ho continuato a pubblicare canzoni, per chi mi ha permesso di farlo.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.534 del 20 maggio 2003

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Categorie: interviste, recensioni | Tag: | 4 commenti

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4 pensieri su “Claudio Lolli

  1. paolo stradi

    Poche storie, questo è il miglior disco italiano di SEMPRE: musica e parole a livelli stratosferici!

  2. dievel

    Grazie Fede! più veloce del raggio del murchadna!

  3. marianna

    Ecco il proosimo regalo da chiedere o acquisto da fare, della versione originale. Nel ’76 nascevo e da allora cresco anche grazie agli ‘zingari felici’ di Lolli!

  4. Pingback: Claudio Lolli | L'ultima Thule

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