Stiv Bators

Considerato quello che è successo dopo il mio post di ieri sui Doors “di Ray Manzarek” (è di poche ore fa la notizia della morte del tastierista), e benché sia consapevole che il calcolo delle probabilità è nettamente a mio favore, non rischio di uccidere altri musicisti e recupero dall’archivio il “coccodrillo” che scrissi per il decennale della scomparsa di Stiv Bators. Un grande, grandissimo r’n’r animal.

Bators fotoEsattamente dieci anni fa, investito da un’auto pirata nella Parigi dove aveva da qualche tempo eletto residenza, moriva Stiv Bators. Una fine certo ingloriosa per uno dei più grandi animali da palcoscenico di sempre, ispirato dal monumento Iggy Pop – del quale aveva però appena due anni in meno: era infatti nato a Youngstown, in Ohio, il 22 ottobre del 1949 – e autore di più di una pagina di rilievo nella grande saga del rock’n’roll. Era inarrestabile, Stiv: non lo fermò una frattura, tanto che sullo stage salì persino – senza alcun problema per il dinamismo dello spettacolo – sopra una sedia a rotelle, e non lo fermò la pallottola sparatogli per ragioni ignote da uno spettatore (che lo sfiorò soltanto, ma certo dovette fargli un po’ paura). E non lo fermò, almeno non subito, neppure la macchina che in quella tragica notte del 3 giugno 1990 lo travolse mentre rientrava a casa: non c’erano danni apparenti e lui pensò di dormirci su. Non si svegliò più, stroncato dalle lesioni interne.
L’ho anche conosciuto di persona, Stiv Bators, nel gennaio del 1985: durante l’intervista, nella sua camera d’albergo, aprì una valigetta contenente il più ricco campionario di sostanze stupefacenti che a tutt’oggi mi sia capitato sotto gli occhi. E mi parlò a lungo, più di quanto all’epoca fu pubblicato sulle pagine di questa stessa rivista, della sua vita vissuta pericolosamente tra una città e l’altra, un concerto e l’altro, un disco e l’altro, una band e l’altra. Già, perché la carriera del cantante americano non si è svolta all’insegna della routine, ma si è invece frammentata in una serie di esperienze ora durevoli e ora fulminee ma sempre contraddistinte da un impegno e una passione davvero poco comuni. La prima di queste fu addirittura un lampo: una manciata di mesi nei Rocket From The Tombs, mitica formazione di Cleveland di metà ‘70 – in bilico tra proto-punk e sperimentazione – che avrebbe di lì a poco generato Pere Ubu e Dead Boys. Proprio ai Ragazzi Morti, che avevano ottenuto una rapida ma effimera notorietà con il trasferimento “strategico” a New York e il susseguente contratto con la Sire, Bators deve la conquista del suo posto nella storia del rock: due soli “veri” album, Young Loud And Snotty (1977) e We Have Come For Your Children (1978) – ai quali in seguito si aggiungeranno svariati postumi confezionati con materiale d’archivio – e almeno un brano-cardine della generazione punk, Sonic Reducer (già nelle scalette dei Rocket From The Tombs).
I Dead Boys avevano tutte le carte in regola per essere gli eredi degli Stooges: non solo per il suono ruvido e nervoso, ma anche per i foschi episodi di droga e assortite violenze di cui fu costellata la loro avventura, che si concluse – salvo sporadiche reunion – all’inizio degli anni ‘80. Stupì quindi non poco, appena qualche mese dopo, imbattersi in un Bators che sotto l’egida della Bomp di Los Angeles tentava di farsi strada nel campo del power pop: con onore e vigore, come testimoniato dall’album Disconnected del 1980 (in cui spicca una bella cover di I Had Too Much To Dream Last Night degli Electric Prunes) e dal paio di singoli che gli fecero da corollario. E al power pop, con toni però più punk, furono legati pure i Wanderers, costituiti in Inghilterra sul finire del 1980 con tre quarti dell’ultimo nucleo degli Sham 69 (escluso, ovviamente, il vocalist Jimmy Pursey) e titolari di un unico 33 giri sovra-arrangiato e deludente, Only Lovers Left Alive (Polydor 1981).
L’atto conclusivo della vicenda di Bators fu anche, seppur non meno ricco di ostacoli dei precedenti, il più stabile: i Lords Of The New Church, sorta di supergruppo fondato dal Nostro assieme al chitarrista Brian James (Damned), al bassista Dave Treganna (Sham 69, Wanderers) e al batterista Nicky Turner (Barracudas), debuttarono infatti su disco nel 1982 ed erano ancora almeno formalmente attivi quando il loro frontman fu travolto (è proprio il caso di dirlo) dal destino nel modo stupido descritto qualche riga più sopra. Di loro, autori di un robusto punk’n’roll screziato di soluzioni new wave, restano tre album di livello alterno (ottimo l’esordio senza titolo del 1982, così così Is Nothing Sacred? del 1983, più che buono The Method To Our Madness del 1984) editi dalla IRS di Miles Copeland, alcuni live e un’antologia (Killer Lords, IRS 1985) contenente qualche perla fino ad allora apparsa solo su singolo: ad esempio, l’esilarante cover di Like A Virgin di Madonna (nella quale echeggiano alcuni rutti) il cui 12”EP esibisce in copertina una foto di Bators in abito da sposa con rosa in bocca, gambe aperte e un coglione – sì, avete letto bene – a far capolino dagli slip.
Chi volesse fare la conoscenza con questo grande e sfortunato eroe del rock’n’roll malato e perdente farebbe bene a mettersi alla ricerca, nell’ordine, di Young, Loud And Snotty dei Dead Boys (è stato anche ristampato in cd con l’aggiunta di alcune bonus track; in caso di difficoltà, ripiegare sul forse più reperibile Night Of The Living Dead Boys, Bomp 1981), sulla prima prova dei Lords Of The New Church (quella con New Church, Russian Roulette, Holy War, Open Your Eyes e Li’l Boys Play With Dolls, nel cui testo sono brillantemente citati tutti o quasi i brani dei New York Dolls) e infine di Disconnected. Il meglio, insomma, dei tre volti di un rocker D.O.C. da rimpiangere. Che, se avesse avuto la possibilità di invecchiare, sarebbe comunque stato capace, all’occorrenza, di mordere. A sangue.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.403 del 27 giugno 2000

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Categorie: articoli | Tag: | 1 commento

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Un pensiero su “Stiv Bators

  1. savic

    Grande, grandissimo Stiv Bators, forse tra i “big” il meno considerato, ma il più eclettico. Partendo dalla furia dei dead boys, solo un musicista molto preparato poteva tirare un classico power pop come disconnected. gli anni 60 li conosceva assai bene. ottimi anche i lords, l’unica sua band che non mi convince sono i wanderers. per uno che ha fatto una vita borderline è stata una morte del cazzo.

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