Iggy Pop

Iggy Pop è da decenni il mio artista di riferimento o, per meglio dire, la mia icona: sono quindi felice di avere assistito a parecchi suoi concerti (il primo nel 1979), e sono entusiasta del fatto che la mia bizzarra professione mi abbia consentito di parlarci più volte, di persona e al telefono. Questa intervista risale a quattro anni fa ed è l’ultima della (piccola) serie: riproporla, assieme alla recensione del disco che mi ha fornito l’occasione di realizzarla, è soprattutto un piacere.

Iggy Pop copPréliminaires (Virgin/EMI)
È noto che nel mondo musicale succede ed è sempre successo di tutto, e allora perché stupirsi o scandalizzarsi se Iggy Pop – uno che, nella sua ormai ultraquarantennale carriera, non si è certo negato deviazioni di vario genere – ha deciso di realizzare un album che quasi nulla concede al r’n’r? Che vanta come fonte di ispirazione primaria la lettura de La possibilità di un’isola di Michel Houllebecq? Che contiene due brani in francese, tra i quali una rilettura della Les feuilles mortes di Joseph Kosma e Jacques Prévert che è stata interpretata fra gli altri da Edith Piaf e Yves Montand? E che, come altra cover, propone How Insensitive di Jobim, presente anche nel songbook di Frank Sinatra? Ok, detta così viene da pensare a un improvviso rincoglionimento senile, o allo sfizio di chi, dopo aver fatto la storia e la leggenda della “nostra” musica ed essere più volte defunto e risorto (valga come esempio anche la reunion degli Stooges), vuole concedersi un’ennesima sfida… perché cosa mai gliene può fregare, a Iggy Pop, degli eventuali rimbrotti di chi lo vede come un immutabile monumento, o di pubblicare un disco che potrebbe (condizionale d’obbligo) deludere le aspettative di vendita dell’etichetta?
E poi… Più che cosa abbia fatto James Newell Osterberg da Detroit, classe 1947, in fondo, conta come lo abbia fatto, e in tal senso Préliminaires è una magnifica sorpresa: un album per certi aspetti da crooner, che evita però la grandeur orchestrale a favore di arrangiamenti spesso scarni che omaggiano il jazz primordiale di New Orleans (King Of The Dogs), il blues (He’s Dead/She’s Alive, She’s A Business), il “pop” nobile e notturno (I Want To Go To The Beach, Je sais que tu sais, Spanish Coast, Party Time) e il reading carico di suggestioni (A Machine For Loving), onorando la classicità ma non disdegnando – occasionalmente – il misurato ricorso a un’elettronica comunque umanizzata. Il tutto intonato con voce profonda e calda, e lasciando spazio al rock crudo e sanguigno solo nell’emblematica Nice To Be Dead. L’Iguana, però, non è morta: ha solo cambiato pelle.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.658 del maggio 2009

Iggy Pop fotoQuindicesimo album di studio propriamente detto di una carriera solistica inaugurata con The Idiot nel 1977, Préliminaires mostra un volto finora (quasi) inedito del front-man degli Stooges, al quale gli anni compiuti da poco – sessantadue – non hanno evidentemente tolto la voglia di osare e reinventarsi. Non vuole più essere il nostro cane ma il nostro crooner, e ci va benissimo così.

* * *

Iggy Pop vive a Miami ma ama la Francia, come dimostrano i mille agganci alla cultura locale che costellano Préliminaires, il suo ultimo e per molti versi sorprendente lavoro; un sentimento reciproco, che dura dagli anni 70 – prima dell’esplosione del punk, nessuno venerava gli Stooges più dei rocker transalpini – e che trova ennesima conferma nel fatto che il nuovo disco abbia visto la luce sotto l’egida della divisione francese della Virgin/EMI. Insomma, nessuna meraviglia che la conferenza stampa di presentazione dell’album sia stata organizzata in quel di Parigi, e che la persona che un paio di settimane dopo mi mette in contatto telefonico con il musicista americano – per quella che, almeno così mi hanno detto, è stata l’unica intervista “a due” da lui concessa a una rivista italiana – sfoggi un inequivocabile accento parigino.
Per quanto con Iggy abbia parlato più volte, la sua voce calda e profonda fa sempre una certa impressione, tanto quanto i suoi modi gentilissimi e il suo eloquio forbito e articolato. Caratteristiche, queste, che possono magari stridere con la sua reputazione di padrino del punk e selvaggio animale da palcoscenico ma che risultano invece in piena sintonia con i contenuti e le atmosfere di Préliminaires, in cui il rock è una (più o meno) lontana eco, le canzoni vantano in massima parte toni avvolgenti e crepuscolari e le ambizioni letterarie sono dichiarate persino in una nota all’interno della copertina: “questa musica è stata ispirata da Le possibilità di un’isola, il romanzo di Michel Houellebecq”, vi si legge, “dal quale ho tratto intenso piacere, e dalle mie esperienze analoghe“. Banale, ma inevitabile, cominciare proprio da qui.
Ogni progetto ha un punto di partenza. Da quale scintilla è scaturito un lavoro così atipico, al confonto con il resto della tua produzione?
Al principio c’era solo una canzone, I Want To Go To The Beach. Quando Erik Lieshout mi ha proposto di comporre le musiche per Last Words, un documentario su Michel Houellebecq e sul film tratto da La possibilità di un’isola, mi si è spalancato davanti un mondo che evidentemente avevo dentro di me senza saperlo. In realtà non ho scritto la colonna sonora del documentario quanto piuttosto quella del libro, che avevo letto tempo prima e che mi aveva parecchio impressionato, non solo per la singolarità della trama e la qualità della prosa ma anche per le numerose affinità riscontrate tra il protagonista e me. Da qui a capire che gli stessi sentimenti avrebbero potuto essere sviluppati in un mio disco il passo è stato breve.
Quindi, l’idea di “cambiare stile” era a monte: sapevi perfettamente in quale direzione volevi muoverti.
Magari “perfettamente” è eccessivo ma, sì, Préliminaires ha alle spalle un progetto preciso. L’ispirazione esisteva ben prima di cominciare a realizzarlo, e l’ho considerata da subito una gran bella opportunità di esprimermi in maniera per me insolita.
In effetti, l’unico tuo album in qualche modo accostabile a quest’ultimo è Avenue B, del 1999.
Sì, benché in quel caso tutto derivava da un mio momento di riflessioni esistenziali non proprio positive: più che un concetto, dietro Avenue B c’era un mio bisogno istintivo di catarsi, di esorcizzare il disagio che, per varie ragioni, stavo vivendo.
Ricordo però benissimo che, dieci anni fa, dichiaravi le stesse cose che ti sento affermare oggi a proposito del tuo essere stanco del r’n’r e del suo frastuono… salvo poi uscirtene con dischi rumorosi come Beat Em Up, Skull Ring e The Weirdness. Adesso possiamo essere certi che tu sia sul serio “too old to rock’n’roll”, seppure non ancora “too young to die”?
Ero convinto di quello che dicevo, ma evidentemente mi ero lasciato un po’ prendere la mano dalle contingenze ed ero stato troppo categorico. Ora, più lucidamente, direi che avverto la “stanchezza” di cui sopra ma che non penso di essere, in assoluto, troppo vecchio per il r’n’r.
Come si risolve, allora, la dicotomia? Préliminaires potrebbe essere solo una “deviazione” dalla rotta e non il definitivo addio all’Iggy Pop che abbiamo sempre conosciuto?
Ho intenzione, almeno finché il fisico reggerà, di continuare a proporre il r’n’r dal vivo, nonché di contribuire a dischi e brani rock di altri artisti… ma, sinceramente, non credo di avere più la spinta che occorre per concepire un intero album rock. Ovviamente potrei farlo con il pilota automatico, ma non sarebbe onesto, sincero… e comunque il risultato non sarebbe mai all’altezza delle cose migliori da me pubblicate. Non saprei bene come spiegarlo, ma ritengo che in questo periodo della mia vita sia meglio che la mia creatività assecondi gli input del cervello invece di quelli dell’istinto.
Préliminaires è stato presentato come un disco “jazz”, ma ci trovo anche moltissimo blues. Intendevi in qualche modo celebrare le radici della black music e quindi anche del rock’n’roll?
Più che celebrare, ho espresso con la massima spontaneità il mio amore per un approccio musicale che amo e ho sempre amato, forse più di ogni altro genere.
È stato divertente indossare i panni del crooner?
Oh, sì! Mi sono trovato perfettamente a mio agio nel cantare in maniera così intima e confidenziale. Analizzando la musica che di questi tempi va per la maggiore, ci si imbatte da un lato in artisti come Bono o Michael Stipe, profeti di una sorta di positivismo rock con marcate implicazioni politiche e sociali, e dall’altro in tendenze come rap o metal, il cui scopo sembra spesso essere – perché, suppongo, a desiderarlo sono i loro stessi seguaci – insultare, umiliare e provocare mal di testa (ride di gusto, lasciando intendere che l’asserzione vada interpretata con ironia, NdR). L’intento dominante, cioè, è colpire con forza, lanciando messaggi espliciti ed enfatici. Con Préliminaires, invece, mi sono collocato in un altro spazio, quello della musica che si può provar piacere di ascoltare quando si è soli o anche in compagnia, e persino quando si è a cena: non musica di sottofondo ma musica non invasiva, che cattura l’attenzione in modo non irruente bensì insinuante. E che, a mio avviso, fa sentire bene.
In scaletta c’è un solo pezzo dotato di una discreta asprezza rock, e si intitola Nice To Be Dead: l’obiettivo era scherzare sull’Iggy che non c’è più?
È stato scritto in modo estremamente semplice, solo chitarra acustica e voce, usando accordi aperti che creavano un effetto onirico. È stato il produttore, Hal Cragin, a suggerirmi di arrangiarlo con più energia, e sono contento di avergli dato retta: la fisicità è notevolmente aumentata ma il mood originario è rimasto. Del resto era il caso di inserire almeno un brano rock, se non altro per non far disperare troppo tutti i fan del “solito” Iggy Pop.
Ecco: ti sei posto il problema di come l’album sarà accolto da chi, in te, ha sempre cercato – e trovato – altre sonorità?
Sì e naturalmente me ne importa, ma non tanto da perderci il sonno. Ho fatto ciò che mi sentivo di fare e sono convinto che i miei “veri” fan comprenderanno e quantomeno rispetteranno – al di là dell’effettivo apprezzamento – la mia scelta. Préliminaires è al 100 per cento un album di Iggy Pop, e oltretutto un album che nasce da sentimenti e motivazioni interiori molto forti.
C’è un episodio specifico che ritieni più idoneo a inquadrare il feeling generale del disco? Insomma, che consiglieresti come “introduzione”?
La mia favorita è Spanish Coast, ma non sarebbe corretto indicarla come particolarmente rappresentativa: le canzoni sono parecchio diverse l’una dall’altra, ognuna ha caratteristiche proprie. Nemmeno King Of The Dogs, che abbiamo scelto come singolo a causa della sua vivacità, è esplicativa dell’intero Préliminaires, al quale peraltro non mi pare che difetti la coerenza d’insieme.
A parte la tua voce, il filo conduttore potrebbe essere nelle atmosfere fumose e un po’ cupe.
Senz’altro. Direi che è una combinazione tra il mio umore personale del periodo in cui ho composto questi pezzi e le suggestioni del romanzo di Houellebecq. Non bisogna dimenticare che tutto è nato dall’offerta di comporre le musiche per quel famoso documentario su di lui.
Sintetizzando all’estremo, i temi principali attorno ai quali ruota La possibilità di un’isola sono la morte, il sesso e la fine della razza umana. Quale dei tre ti ha colpito maggiormente?
Beh, il sesso è una delle cose che, almeno così dicono, mi riesce meglio (ridacchia, NdR), ma la prima volta ho subito moltissimo il fascino della morte che vi aleggia. Si tratta comunque di un libro davvero complesso, che a ogni rilettura rivela nuovi elementi e spunti di grande spessore.
Sul tuo sito Internet c’è una sorta di trailer nel quale dichiari che Préliminaires si rivolge in prevalenza al pubblico francese. Ti va di chiarire meglio il concetto?
Il mio legame affettivo con la Francia è ormai più che trentennale, e devo dire che lì mi sono sempre sentito apprezzato e capito più che in altri posti. Accertato che alla Virgin America non sembravano granché interessati a quanto avevo in mente, ho pensato di proporre il progetto alla consorella francese affinché ne sostenesse la diffusione su scala mondiale. Ho trovato grande entusiasmo e, alla fine, Préliminaires è diventato un disco forse ancor più “francese” di com’era stato pensato inizialmente.
È anche per questo che canti Autumn Leaves nella versione transalpina, cioè Les feuilles mortes?
No, il problema è stato di carattere pratico: la cifra richiesta dalla società di edizioni musicali detentrice dei diritti sul testo di Autumn Leaves era troppo alta per le possibilità di investimento della casa di produzione del documentario, e così ho ripiegato su Les feuilles mortes… che, poi, è l’originale, con le parole di Prévert.
Anni fa ti dichiaravi indeciso, a livello di preferenza, tra gli Stati Uniti dove sei nato e l’Europa che ti ha “adottato”. Sei sempre a metà fra le sponde dell’Atlantico, oppure senti di esserti avvicinato a quella del Vecchio Continente?
Beh, non si può negare che lì in Europa abbiate tradizioni culturali più solide, oltre che maggior rispetto e amore per le cose belle: ci tenete, insomma, a conservare e valorizzare quello che avete. In America, invece, si è scatenata una sorta di corsa alla distruzione, e molto di quello che negli scorsi decenni ci rendeva fieri si è progressivamente imbarbarito e volgarizzato. L’elezione di Obama potrebbe tradursi in un cambiamento importante, ma occorrerà tempo e il processo di sicuro non sarà facile.
La copertina del CD e il libretto della sua edizione limitata in seimila esemplari numerati sono dell’illustratrice iraniana Marjane Satrapi, nota soprattutto per il film Persepolis.
Adoro i suoi disegni! Il mio doppiaggio del personaggio di Zio Anouche per la versione inglese della pellicola ha creato un rapporto, e dunque mi è parso scontato rivolgermi a lei. Collaboreremo ancora assieme, per il prossimo futuro abbiamo già in programma qualcosa.
E sempre rispetto al futuro, cosa mi dici di The Passenger, il biopic su di te – con Elijah Wood come protagonista – del quale si parla già da alcuni anni?
Non credo si farà, e certamente non si farà con il mio coinvolgimento. Quando mi prospettarono la cosa non ne fui granché convinto, e così non diedi la mia disponibilità. In seguito, però, pensai che potesse essere divertente, ma quando dissi “ok, se volete ci sono” la situazione si era un po’ arenata. Adesso non so bene cosa accadrà, ma comunque la faccenda non mi interessa più.
Concedimi un piccolo passo indietro, a proposito della reunion degli Stooges. Ho sempre pensato che tu avessi voluto metterla in atto non solo per te stesso ma anche per regalare ai fratelli Asheton la gloria che loro, al paragone con te, non avevano mai avuto. Perché, ok, gli Stooges venivano identificati con Iggy Pop, ma Iggy Pop non sarebbe mai diventato “lui” senza gli Stooges.
È un’osservazione corretta: penso che sul piano emotivo, la mia molla iniziale sia stata proprio quella. Una volta avviata, però, l’esperienza si è rivelata utilissima anche per me: non avrei mai neppure sognato un successo di quella portata, né mai avrei immaginato che una reunion a più di trent’anni di distanza avrebbe potuto funzionare in quella maniera e riscuotere simili consensi.
Quest’estate The Stooges compirà quarant’anni. Che sensazione ti dà essere ancora così in forma e “carico”?
Ah, mi sento proprio fortunato. In verità, quando da ragazzo sono entrato nel mondo della musica, ero abbastanza convinto che ci sarei rimasto, e che sarebbe stato il lavoro della mia vita: sulla carta non sembrava una previsione molto realistica, eppure è andata proprio così.

Ricordando Ron: “Al di là delle sue qualità di chitarrista e dell’influenza che il suo stile ha esercitato su tantissimi altri, Ron era una persona gentile e alla mano. E, devo ammettere, uno che amava divertirsi molto più, ad esempio, di me: una differenza di approccio alla vita cui bene o male si possono ricondurre i problemi che, in passato, avevano guastato i nostri rapporti. La sua prematura scomparsa mi sembra davvero assurda, oltre che ingiusta. Come musicista era dotato di un talento straordinario, unico, e come uomo possedeva un notevole senso dell’umorismo”. Con queste parole Iggy ha ricordato per noi Ron Asheton, il chitarrista degli Stooges che lo scorso 6 gennaio è stato trovato morto nella sua Detroit. Peccato che l’intervista abbia avuto luogo prima che iniziassero a diffondersi voci sulla prosecuzione dell’attività del gruppo con James Williamson come suo sostituto: sarebbe stato interessante chiedere lumi su un’operazione che – se andasse in porto – sarebbe veramente di cattivo gusto, quantomeno in tempi così stretti.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.660/661 del luglio/agosto 2009

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Categorie: interviste, recensioni | Tag: | 2 commenti

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2 pensieri su “Iggy Pop

  1. savic

    considero gli stooges ( insieme ai velvet) la band più importante di sempre. eppure vederlo cosi agghindato alla serge gainsbourg, oltre alla patetica reunion degli stooges senza ron asheton ( la reunion della reunion) mi fa veramente tristezza. brrrrrrr

  2. TecnoAlien

    Grande Iggy. Ebbi la fortuna di vederlo dal vivo in portentoso concerto al Big di Torino, una ventina di anni fa. Era appena uscito Cold Metal.
    Il suo disco che preferisco, in assoluto, rimane The Idiot; del resto come dimenticare pezzi come Mass Production o Dum Dum Boys…

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