Fast Animals And Slow Kids

Ieri sono stato al Circolo degli Artisti, per una bella serata con il marchio La tua fottuta musica alternativa che ha avuto come principali attrazioni Fast Animals And Slow Kids e Gazebo Penguins. Avevo già visto un paio di volte i secondi, e il loro brillante mix di energia, dinamismo e passionalità non mi ha dunque sorpreso. Non mi era invece mai capitato di assistere a un set dei secondi, e benché avessi assaggiato qualcosa di molto eloquente su YouTube devo dire di essere rimasto impressionato tanto dalle qualità musicali della band, quanto dalla sua capacità di coinvolgere sul piano fisico ed emotivo (con il gradito bonus di un’autoironia simpaticamente cazzona). Se capitano dalle vostre parti, non perdeteveli; nel frattempo, ecco la recensione del loro secondo album e la relativa intervista: per la cronaca, l’ultima che abbia realizzato – destinata a rimanere ultima – per la mia rubrica “Fuori dal Mucchio”.

FdM Fast Animals copHybris (Woodworm)
Due anni dopo Cavalli, uscito per la Iceforeveryone di Appino e prodotto dallo stesso frontman degli Zen Circus con l’aiuto di Giulio Favero, per i Fast Animals And Slow Kids sembra giunto il momento di fare (ancor più) sul serio. Disponibile in tre formati (download gratuito, CD marchiato dalla Woodworm, vinile della To Lose La Track), Hybris segna infatti gli ulteriori sviluppi di uno stile che attinge nel miglior emocore così come nell’inesauribile serbatoio del rock alternativo/trasgressivo americano, con l’importante contributo di testi in italiano dove l’espressione del disagio interiore diventa poesia. Rispetto al debutto, il nuovo disco – curato in studio da Andrea Marmorini – vanta un suono meno secco e più denso e policromo (sporadicamente, oltre alle melodie, affiorano violini e fiati), evoluzione che marcia in parallelo a quella di una scrittura ora maggiormente articolata ed efficace: abbastanza per confidare che il quartetto perugino, che fra le sue qualità possiede anche un formidabile impatto live, si affermi su più vasta scala.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.704 del marzo 2013

Fast Animals foto

Album notevole e davvero rock, il secondo del quartetto perugino. Dopo l’incontro con il frontman Aimone Romizi, Hybris sembra ancora più bello.

* * *

Le definizioni lasciano spesso il tempo che trovano, ma l’emocore è di sicuro la vostra ispirazione principale. Tu come la vedi?
Di emocore ce n’è a palate, inutile negarlo. Siamo stati tutti “ragazzini del panc”, io lo sono ancora, e in quanto tali prima o poi ci siamo scontrati con con il frangente “emo”, quello bellissimo anni ‘90 alla Braid o Cap’n’jazz e quello italiano che abbiamo vissuto in diretta: Sprinzi, Minnie’s, Miles Apart, LaQuiete. Fra l’altro, non a caso, a produrci il nuovo disco è stato proprio il chitarrista di questi ultimi, Andrea Marmorini.
Rispetto al primo album sembrate aver guadagnato in densità e ricchezza.
Era l’obiettivo primario. Seriamente, nell’ultimo anno non abbiamo fatto altro che provare per giungere a un suono personale, completo, che non sfigurasse dal vivo e ancor meno in fase di registrazione. Per noi, se un suono convince “live” convincerà anche in studio, e per questo abbiamo provato mille chitarre diverse, mille bassi diversi, mille amplificatori diversi combinandoli diversamente fra loro e via così. È stato un lavoro incredibile ma ne è valsa davvero la pena: il disco è come lo volevamo, e credo che per un musicista questa sia una delle vere gioie della vita.
I testi, in italiano, sono un altro punto di forza. Quanto pesano nel contesto generale del vostro discorso, e cosa vi interessa maggiormente esprimere?
In realtà non abbiamo un “discorso”, di conseguenza le nostre parole non hanno peso. Cioè, quello che scrivo conta ovviamente per me, ma è anche giusto che per l’ascoltatore le stesse parole abbiano il valore che lui e solo lui gli attribuisce. Della serie: “ti racconto una cosa, tu cercane la morale, se non trovi nulla senti quanto sono fighe le linee dei fiati”. Mi piace molto il disco alla Verdena delle “parole inventate perché in realtà la voce è solo melodia”, benché io lo rielabori in “le parole esistono e hanno senso ma questo è soggettivo, quindi sentiti libero come una farfalla”. Diciamo che Hybris e i testi di Hybris sono più degli ascoltatori che nostri.
Quali pensi siano le vostre doti più significative, e in cosa, invece, ritenete che dovreste crescere?
Ci crediamo, ci crediamo tanto e ci impegniamo ancora di più affinché tutto riesca al meglio. Ci vogliamo bene e credo fermamente che siamo il gruppo che si diverte di più al mondo. Per gli aspetti negativi, seppure attualmente più soddisfatti del solito, pecchiamo ancora in qualità musicale: c’è veramente troppo lavoro da fare, forse in questo senso non si raggiungerà mai una fine.
Che rapporto ha il vostro approccio sonoro con titolo e copertina del nuovo album?
Il disco ci pareva davvero “epico”, e quindi volevamo trasmettere questa sensazione. Hybris è un termine molto epico, visto che in greco significa “tracotanza” nel senso di oltraggio nei confronti degli dei: Ulisse peccò di hybris sfidando Poseidone, noi l’abbiamo fatto producendo un album così pomposo dopo il giovanilistico Cavalli. L’artwork è invece frutto di più intenzioni: ricadere in un surrealismo spicciolo determinato dagli stessi protagonisti del disco (ogni piccolo oggetto della copertina richiama il testo di uno specifico brano), rendere omaggio a qualche gruppo che ci ha segnato come Propagandhi e Neutral Milk Hotel, avere un artwork epico tanto quanto le canzoni.
Quali prospettive pensate ci siano, per voi?
Forse nessuna band ha prospettive, in Italia. Anzi, credo che nessuna band a parte i “colossi della musica” abbia mai avuto prospettive. Qui a Perugia si dice “la cima è aguzza e il culo non ce lo posi”: saggezza popolare che apprezzo parecchio e ritengo veritiera. In compenso ho tante speranze: che riusciremo a riempire qualsiasi posto, cessi compresi, in cui suoneremo, che il nostro “pubblico” sarà sempre più consapevole e sempre più vicino a noi, che la musica riuscirà a soddisfare la mia giovinezza senza rendermi schiavo per il resto della vita costringendomi a essere lo specchio di me da ragazzino, che ci potrò campare finché vorrò o almeno finché non mi renderò conto di non avere più nulla da raccontare.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.705 dell’aprile 2013

 

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Categorie: interviste, recensioni | Tag: | 1 commento

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Un pensiero su “Fast Animals And Slow Kids

  1. UnAlfonsoQualunque

    Mi auguro che la mancanza di prospettive non sia sinonimo di mancanza di ambizione. Mia madre quand’ ero piccolo rimproverava gli adulti che mi dicevano la verità sui fatti, sull’ Italia, su come gira il mondo ecc perchè dice tutt’ ora che questi mi avrebbero fatto crescere da disilluso, arrendevole e senza sogni.

    Mi chiedo anche, chissà se i cosiddetti colossi della musica non avessero prospettive quando cominciarono a suonare.

    Al circolo quella sera c’ ero anche io e ho visto un altro gruppo bravo disinvolto ed energico di cui tutti recensiscono bene che forse non arriverà al successo per colpa di quei circuiti chiusi che hanno creato gli ideatori del MAINSTREAM del sotto bosco.

    Conto sul passaparola (viral) che non sbaglia mai, per il resto, forse le risposte non contano.

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