Elizabeth Anka Vajagic

Chissà che fine ha fatto, Elizabeth Anka Vajagic: non pubblica dischi da addittura otto anni e l’ultimo – il suo secondo – è un EP con tre pezzi (peraltro della durata totale di ben trentacinque minuti). Il suo unico album è dunque questo folgorante (benché tenebroso) esordio datato 2004, che rimane tuttora splendido. Ne tiro fuori dal cassetto la recensione d’epoca a mo’ di rito propiziatorio, perché Elizabeth conceda finalmente il bis.

Vajagic copStand With The Stillness Of This Day  (Constellation)
Si vede il marchio Constellation ed è logico pensare subito al post-rock, a musiche rigorosamente strumentali, alla scena di Montreal che tanto ha acceso e accende le fantasie – un po’ morbose, va detto – di giovani e meno giovani cultori di rock alternativo. Poi, però, arrivano gli oltre otto minuti di With Hopes Lost, con il suo titolo così drammaticamente esplicativo, e si realizza che le supposizioni erano del tutto errate: se anche tra i musicisti coinvolti figurano componenti di Godspeed You Black Emperor, Silver Mt. Zion e altri talenti locali, e se anche la copertina apribile con libretto è la solita meraviglia nelle consolidate tradizioni dell’etichetta canadese, Elizabeth Anka Vajagic è infatti un’altra cosa. Una di quelle che, se colpiscono al cuore, gli lasciano un segno profondo, ammesso e non concesso che non lo strappino via e lo portino altrove, più o meno in quelle stesse terre battute non senza disagio interiore dai Black Heart Procession o da quell’altro maestro di folk-noir chiamato Steve Von Till. I paragoni, comunque, reggono solo fino a un certo punto, perché la Vajagic – di origine croata, giovane, esordiente – possiede un proprio mondo personale. Un mondo cupo, pieno di struggenti malinconie e di silenzi carichi di sentimento, che si mostra senza mai rivelarsi del tutto tra musiche per lo più eteree dove la chitarra è saltuariamente accompagnata da altri strumenti (qualche tastiera, un violoncello, un harmonium e solo in due dei sette episodi il basso e la batteria) e dove il canto grave assume spesso i connotati di un lamento antico, teso a evocare lo spirito del blues rurale tra fruscii lontani di spettri condannati all’eterna inquietudine.
Non è un disco facile, Stand With The Stillness Of This Day, tutt’altro. È, invece, un viaggio lento, pacato e a tratti persino un po’ disturbante fra storie che nulla hanno a che spartire con la modernità, fra atmosfere in odore di misticismo laico, fra suoni che graffiano con delicatezza ma che sanno ugualmente come far uscire il sangue, fra immagini in sintonia – più concettuale che estetica – con quelle di un Nick Cave o un Johnny Cash. Storie intensissime – ma i testi non si potevano in qualche modo inserire nella confezione? – che questa straordinaria cantautrice narra con un approccio che lega ambiguamente assieme la fragilità di una Hope Sandoval con la perversione di una Diamanda Galas. E storie non agevoli da penetrare, specie per quanti si fermeranno alla loro superficie fatta di trame troppo rade e arrangiamenti troppo poco dinamici… Ma gli altri, quelli che per predisposizione e/o sensibilità particolare riusciranno ad andare sotto, da Elizabeth Anka Vajagic non potranno liberararsi mai più, e ne saranno dolorosamente felici.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.568 del 2 marzo 2004

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