Faust’O (1978-1980)

Nell’ultimo numero del Mucchio Extra (sì, proprio la rivista che ho ideato e diretto per dodici anni e che mi sono fatto scippare come un fesso) avevo varato una rubrica, “C’era una volta in Italia”, il cui obiettivo era proporre approfondimenti agili – circa diecimila caratteri – su momenti specifici della storia del rock nazionale. Come primo tema scelsi gli esordi di Fausto Rossi, in arte (all’epoca) Faust’O, musicista che al di là degli incidenti di percorso ho sempre ammirato e rispettato al 100%. Ripropongo dunque il pezzo in questione, ripulito di un paio di piccole imprecisioni segnalatemi via facebook da Isidax Davide, Joyello Triolo e Gabri Benci, ai quali va il mio ringraziamento. Colgo inoltre l’occasione per ricordare l’imminenza della ristampa, a cura della On Records Japan/Audioglobe, dell’omonimo album del 1983, finora mai edito in CD.

FaustO copLa trilogia, 1978-1980
Strani giorni, quelli della primissima new wave tricolore, per quanto riguarda l’approccio artistico dei suoi esponenti – derivativo e magari ingenuo, ma anche guidato da un sincero desiderio di cambiamento e da sani istinti provocatori – e, forse soprattutto, per come il fenomeno veniva recepito da pubblico e media: a regnare era la confusione e pochi sapevano come inquadrare e maneggiare la materia. Poteva così accadere che, nelle note-stampa di un album di debutto, il suo sconosciutissimo artefice si presentasse con queste parole: “Sono nato a Milano e ho vissuto sempre a Milano. Se i miei testi e la mia musica sono violenti è perché io sono violento: vivo a Milano e non posso fare a meno di esserlo. Penso che probabilmente il mio modo di fare musica sia stato influenzato dai musicisti rock che ascolto: Sparks, Roxy Music, Eno, David Bowie. Quello che mi affascina in loro è la ricerca estetica”. Il personaggio in questione aveva al tempo ventiquattro anni e in realtà, dettaglio comunque ininfluente, non era proprio milanese: nel capoluogo lombardo si era trasferito quand’era piccolissimo dalla natia Sacile, in Friuli. All’anagrafe era registrato come Fausto Rossi, ma lo pseudonimo con cui aveva firmato il suo lavoro – marchiato da un’etichetta di primo piano, la CGD – era senza dubbio ben studiato: Faust’O, con quel vezzoso apostrofo, suggeriva immagini decadenti e ambigue, perfettamente in tema con una formula espressiva intrisa di umori foschi esaltati da un titolo esplicito quale Suicidio. Il Sig. Rossi non amava molto il nome d’arte che si era (o gli avevano?) scelto, ma continuò ad adottarlo fino alla metà degli Ottanta. Da svariati anni è poi un bel po’ critico verso la propria produzione iniziale, che non considera completamente “sua”: per l’accresciuta maturità, ok, e per le manipolazioni più o meno pesanti effettuate su una musica che con tutta probabilità lui avrebbe voluto differente. Eppure, la fama di ampio culto del Nostro è fondata in buona parte sui tre dischi editi fra il 1978 e il 1980. Dischi che evidenziano produzioni lievemente addomesticate in senso “pop”, perché all’epoca era assai improbabile che un giovane potesse muoversi in autonomia: gli studi erano luoghi misteriosi governati da austeri tecnici in camice bianco, gli arrangiatori di professione dettavano legge e i contratti lasciavano esigui margini di manovra. Nonostante i vincoli imposti “dall’alto”, e presumibilmente accettati senza troppi traumi anche per inesperienza e difficoltà a elaborare concrete soluzioni alternative, il carattere di Faust’O riuscì a manifestarsi in modo prorompente in brani dalle tinte livide, corredate di testi spesso disturbanti al confronto con ciò che allora si ascoltava in italia. Contrariamente alla logica, l’esordio ottenne un’incoraggiante visibilità: “un successo di Radio Montecarlo” è la scritta stampata in un angolo del singolo contenente Benvenuti tra i rifiuti e Suicidio, che delle nove canzoni del 33 giri sono le più accattivanti a dispetto di versi come “Quando cade la notte / le vostre donne ridiventano puttane / ricchi, poveri politicanti siete figli della merda / Noi corriamo dentro il buio / riversiamo sperma sulle vostre inibizioni”. Punk? No, almeno a fidarsi di un’intervista apparsa sulle pagine di “Ciao 2001” nell’estate 1978: “I Rolling Stones, gli Who e altri erano i tipici ragazzi di strada e denunciavano un certo stato di cose. Oggi si sta ripetendo lo stesso, solo che il punk è reclamizzato, strumentalizzato. I punk del ‘68 erano un’altra cosa, non si limitavano a dire puttana alla regina. Quindi, quello attuale è un fenomeno che non mi interessa più di tanto”. Cosa si era detto, in precedenza, a proposito della confusione? Ecco.
A onor del vero, in Suicidio di punk ci sono giusto lontani echi. Il suono, levigato ma piuttosto cupo, si avvale delle chitarre del grande Alberto Radius, che si occupa anche della “realizzazione”. La produzione è invece del paroliere/cantante Oscar Avogadro, pure coautore dei testi della grintosa, frenetica Godi (“Piscia sui miti del potere / rinnega la cultura / adesso fai paura / spaventati anche tu”) e della meno torbida e ben più eterea Innocenza, solo pianoforte, mellotron, violino e voce. Più tecnico il primo e più teorico il secondo, volendo “tradurre” gli strani credit di copertina di un’opera di alto livello, nella quale è in effetti facile riscontrare le influenze dichiarate da Faust’O: il David Bowie berlinese della connection con Brian Eno, gli immancabili Roxy Music e i sempre troppo sottovalutati Sparks (l’utilizzo più o meno occasionale del falsetto è al 100% Russell Mael, e in Eccolo qua si cita la loro Thank God It’s Not Christmas). Ci sono inoltre gli Ultravox! di John Foxx, apertamente omaggiati in una Il mio sesso che recupera l’idea e in parte le parole della My Sex della band inglese: decadenza e malessere, atmosfere malsane e teatralità, vita metropolitana e dubbi esistenziali, emarginazione e rabbia fusi in un set di episodi enigmatici e brillanti, composti in periodi diversi ma non penalizzati – anzi, resi più efficaci – da un eclettismo di temi e trame che peraltro trasmette un’autorevole impressione di omogeneità concettuale. Nessuna frattura, insomma, fra le inquiete ruvidezze di Godi, Suicidio, Bastardi e Benvenuti fra i rifiuti, ora avvolgenti e ora incalzanti, le visioni oniriche di Innocenza e C’è un posto caldo e quelle stranianti – e autobiografiche (?) – di Piccolo lord, l’ironia di Eccolo qua e Il mio sesso. Scartarne solo una sarebbe stato un delitto.
Pochi mesi, e il nome Faust’O si ritrova su un 45 giri con due inediti uscito per la Ascolto di Caterina Caselli: la scoppiettante, enfatica Anche Zimmermann prende spunto da Bob Dylan (che sarebbe Zimmerman con una sola “n”: refuso) per scagliarsi sarcasticamente contro le star del rock ritenute tronfie, stanche e superate, mentre la minimale Kleenex, perversamente antiradiofonica, è un magnifico manifesto di disagio e disillusione a partire dall’incipit sussurrato e poco comprensibile (“Un pacchetto di kleenex / e maiali in lamè / dentro la suite di un Hilton / è tutto quello che c”è / sempre impegnato con gente più vecchia di me / vecchie ragazze coi seni scoperti perché”). Solo la seconda sarà ripresa (con un nuovo arrangiamento, non più curato da Paolo Tofani degli Area) in Poco zucchero (Ascolto, 1979), coprodotto da Radius e Faust’O: gli anni Ottanta sono alle porte e la formula è più elettronica, benché ben amalgamata con rock, glam corrotto, arie minacciose. Si passa da sfacciate citazioni bowieane (In tua assenza: avrebbe potuto essere in Suicidio) al ta-pum danzereccio di Cosa rimane, dalla frivolezza pop di Vincent Price (a quattro mani con Avogadro) a quella più ammiccante del singolo Oh! Oh! Oh!, sorta di “bossanova mutante” che conoscerà discrete fortune, e un oltraggio (Massimo Boldi la farà sua per un demenziale pseudo-rap). Nella scaletta, oltre alla tesa e quasi declamata Attori malinconici, le lente ed evocative Il lungo addio e Funerale a Praga, che assieme alla summenzionata perla Kleenex sono i momenti più intensi di un album per vari aspetti interlocutorio ma non deludente, soprattutto per merito di testi nel complesso meno aggressivi ma sempre ricchi di poesia.
Risulta più coeso e riuscito J’accuse… amore mio (Ascolto, 1980), seguito in studio da Mauro Paoluzzi: dieci tracce che confermano accentuandole le inclinazioni alla wave ipnotica, qua e là glaciale e a tratti dissonante, con linee canore talvolta alla David Byrne e complessi intarsi di basso, batteria, chitarre, synth e sax. Impossibile non essere conquistati dalla delicata e al contempo struggente Hotel Plaza, dal citazionismo divertito di Disaster (“Talking Heads and that’s a fact / Human League Ultravox! / Nouvelle vague o Uomo Vogue / cosa importa cosa importa”), dalle frenesie funk che contraddistinguono la maggioranza dei pezzi (azzeccate, in particolare, Piccole anime e Non mi pettino mai): palesi la voglia di rock acceso e lo sforzo di abbracciare una dimensione internazionale (qua e là affiorano non a caso termini inglesi, francesi e tedeschi), senza soffocare il piacere delle provocazioni, dei riferimenti culturali a 360 gradi, di una ricerca estetica non fine a se stessa ma funzionale al messaggio. Tentativi di esorcizzare attraverso la musica un’insoddisfazione profonda che da lì a poco troverà sfogo in un 33 giri sperimentale (l’autoprodotto Out Now, 1982), nell’altro capolavoro post-new wave Faust’O (1983 nonostante il 1982 in copertina, unico frutto del sodalizio con la Ricordi) e poi nel mini-lp Love Story (Target, 1985), non disprezzabile raccolta di composizioni interamente in inglese che precederà un allontanamento dalle scene di ben sette anni. Quando nel 1992 ritornerà, sempre per la Target, con un disco (significativamente) battezzato Cambiano le cose, Faust’O prenderà le distanze dai propri trascorsi decidendo di firmarlo con il suo vero nome. Rinato ma non pacificato e tutt’altro che sazio di sfide, come il prosieguo di carriera dimostrerà in modo inequivocabile.

 * * *

Piccola postilla: Fa tristezza constatare come la discografia manchi di riguardo nei confronti di queste pagine tutto sommato gloriose. Stampati per la prima volta in CD (in tiratura minima) una quindicina di anni fa, Suicidio e Poco zucchero sono ora accoppiati in un compact economico dalla confezione spartana, mentre J’accuse… – anch’esso pubblicato nei 90 – non è stato recuperato. Cinque suoi brani sono però contenuti in una discutibile antologia della Warner (Le più belle canzoni di Faust’O, 2006); Anche Zimmermann, infine, è reperibile nella raccolta L’anthologia – Punk e Post-Punk, 1977-1980 (Cramps Music, 2010).
Tratto da Mucchio Extra n.38 dell‘Estate 2012

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12 pensieri su “Faust’O (1978-1980)

  1. Cantautore a dir poco fantastico. Anche la carriera recente è da ascoltare.

  2. Non mi capita mai di fare commenti sui blog che leggo, ma in questo caso faccio un’eccezione, perch il blog merita davvero e voglio scriverlo a chiare lettere.

  3. federico, quel festivalbar non si può vedere. il brano Oh! Oh! Oh! figurava come partecipante al festivalbar, ma fu boicottato ( diciamo che forse nei juke-box non si trovava), forse Avocadro avrebbe preferito Vincent Price. il brano Kleenex nellla versione 45 giri subì una censura interna…la bigotta Caselli…pensare che non volle nemmeno L’erba per il testo (santo il nostro cazzo isterico e affamato, santo anche il denaro nelle nostre vene) specie per il denaro nelle nostre vene intepretato come un inno all’eroina. riguardo il mitico Faust’o 1982 ( nell’83 fu solo distribuito) per ora è tutto fermo.

    • Grazie delle ulteriori informazioni! Ma in che senso quel Festivalbar “non si può vedere”?

      • ” a quella più ammiccante del singolo Oh! Oh! Oh!, sorta di “bossanova mutante” che conoscerà discrete fortune (sarà persino interpretata, da un Faust’O scalzo, al Festivalbar) ” faust’o scalzo partecipò ad alcune trasmissioni televisive (popcorn, disco ring, orecchioccchio, azzurro ’83, fetivalinverno pistoia,) sempre con brani dall’album faust’o, quasi sempre ch’an cha cha, all’orecchioccchio presentò anche Alien e Stracci alle Fiamme (ho messo i video su youtube di queste due). il festival bar ai tempi si svolgeva in un unica serata all’arena di Verona ( in settembre) Faust’O non ci andò. andò all’Arena nel 1983 nell’ambito di uno spettacolo intitolato Rockstar ( sui retroscena di quell’evento Joyello ne avrebbe delle belle da raccontare), comunque Fausto era abbastanza scazzato dall’idea di interpretare in playback per l’ennesima volta ch’an cha cha, si presentò con un kimono nero, e con una busta in mano, sali sul pinao forte e si mise a mangiare invece che scimmiotttare una canzone. PS strano come nel ’83 i Righeira spopolarono con un brano in pseudo spagnolo…
        http://imageshack.us/photo/my-images/153/saluto.jpg/
        http://imageshack.us/photo/my-images/607/prendelamela.jpg/
        http://imageshack.us/photo/my-images/854/faustorockstar.jpg/

        PS ho i video 😉

      • Grande, correggo. Grazie di tutto.

  4. Anonimo

    Pero’ questa federico…ha scippato il mucchio a macse, extra a te e gira ancora a piede libero!

  5. Gian Luigi Bona

    Mi ricordo quando comprai Suicidio. Mi piaceva da impazzire, non riuscivo a credere che qualcuno in Italia si sarebbe inserito con originalità nel solco dei miei amati Bowie, Roxy Music, Lou Reed e (i sempre sottovalutati come giustamente dici tu) Sparls.
    Ancora di più ho amato i seguenti J’accuse, Amore Mio e Poco Zucchero.
    Sono dischi che mi emozionano ancora oggi.

  6. Cristina

    Buonasera. La ringrazio per aver riproposto questo articolo, purtroppo per me non ho avuto modo di leggerlo quando è uscito. A proposito in quale anno l’ha pubblicato sul mucchio extra? Glielo chiedo perché posseggo i numeri della rivista dal 2008 al 2010 e mi sembra di non aver mai scorto questo pezzo.
    Ho conosciuto Faust’o per caso sulle pagine della tanto vituperata rivista ” Rolling Stone” se non sbaglio in un numero del 2007 o 2006. Mi sono subito documentata ma il materiale disponibile originale è davvero pochissimo e a prezzi disonesti. Così ho ripiegato sull’antologia da lei citata della Warner che se non altro ha il merito di essere reperibile e di far conoscere a grandi linee un artista di questo calibro.

    • È uscito sul n.39, inverno 2013 (pubblicato a fine 2012).
      La raccolta Warner è, purtroppo, solo un’introduzione, ma meglio di niente. Come ho sottolineato, è comunque uno scandalo che questi tre dischi non siano disponibili. Tieni d’occhio, da qui a breve, la ristampa del quarto album… è uno dei più belli in assoluto e nessuno dei suoi pezzi è compreso nell’antologia di cui sopra.

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