Danzig

Mi rendo conto che, viste le caratteristiche del personaggio, l’uso del termine possa sembrare bizzarro, ma per Glenn Danzig ho sempre provato grande simpatia. Ne seguo le gesta praticamente dall’inizio e non dimenticherò mai quando, nel 1980, scrissi alla sua etichetta Plan 9 per informarmi su come acquistare i 45 giri dei Misfits che mi mancavano: un paio di settimane dopo ricevetti i dischi, “for free”, accompagnati da una lettera – da lui vergata con splendida grafia – nella quale mi veniva chiesta, senza impegno, un po’ di promozione. Nei decenni seguenti l’ho “ricompensato” della cortesia con recensioni, articoli e due interviste: questa è la seconda, realizzata ai tempi di Blackacidevil.

Danzig fotoL’angelo ribelle
Glenn Danzig ha voglia di chiacchierare e lo fa con la sua caratteristica voce profonda, punteggiando addirittura il discorso con qualche risata. È una sorpresa, una delle tante, di un’intervista rilassata e piacevole, con il consueto effetto-ritardo nel collegamento telefonico tra l’Europa e Los Angeles ad accentuare l’impressione di essere in contatto con un altro mondo.

* * *

Se pensate di sapere chi è Glenn Danzig, potreste avere ragione ma potreste anche sbagliarvi”: questa la dichiarazione, dal tono a ben vedere sinistro, con la quale si apre il comunicato promozionale del decimo album propriamente detto di un repertorio discografico che l’ombroso cantante americano ha frazionato tra quattro diverse sigle (Misfits, Samhain, Danzig, Glenn Danzig) e che comprende anche un numero ben più rilevante di singoli, EP, mini-LP, lavori dal vivo e antologie di vario genere; un proclama comunque veritiero, visto come Blackacidevil sia stato concepito dall’incestuosa copula tra il Danzig (rock) già conosciuto e un suo gemello non meno perverso, immolatosi anima e corpo alla techno industriale.
In realtà non mi sono allontanato in modo così netto dal classico stile Danzig, almeno sotto il profilo dell’attitudine: non ho fatto altro che unire alcuni elementi tipici dell’hardcore americano con voci filtrate e rumori. Se applicato nel modo corretto, questo procedimento può portare a risultati interessanti. Di sicuro, però, Blackacidevil non è il frutto di un’infatuazione temporanea per un certo genere di suono, ma il risultato di un naturale processo di cambiamento e, se vogliamo, di crescita musicale. Il rock tradizionalmente inteso esiste ormai da molti anni, e credo che non sia errato tentare di aprirgli nuovi orizzonti e proiettarlo verso il futuro. Oltre che la mia, questa è la scommessa di parecchi altri musicisti”.
Tra questi musicisti vanno senz’altro annoverati Ministry e Nine Inch Nails, già da tempo oggetto di profonda stima da parte di Glenn Danzig per la loro capacità di trasferire la rabbia e la sovversione del punk sul piano di una proposta sonora più moderna e articolata. Senza dubbio, però, il cambiamento di indirizzo è dovuto anche alla consapevolezza che gli ultimi album – How The Gods Kill e Danzig IV – avevano portato il torbido “dark-metal doorsiano” dell’artista a livelli di perfezione difficilmente superabili, accentuando di  conseguenza la necessità di nuovi stimoli e nuovi traguardi. “Credo che parecchi brani di Danzig IV – per esempio, Cantspeak o Sadistika – indicassero una precisa direzione, un approfondimento nell’applicazione della tecnologia musicale che avevo anche tentato all’epoca dei Samhain. Una direzione che è esattamente all’opposto del punk-pop da classifica, che è solo un trucco per far soldi addomesticando il concetto di punk. Lo odio, non lo sopporto e spero che muoiano tutti. La mia filosofia è diversa, anche nei pezzi lenti cerco di far trasparire la frustrazione, l’incazzatura e la tensione che in definitiva sono i sentimenti che mi spingono a scrivere”.
Sempre senza peli sulla lingua, il Nostro, pesante come un maglio e affilato come una lama. Anche nei confronti della American Recordings, etichetta adesso abbandonata a favore della Hollywood. “Con la American si erano creati parecchi problemi, sia per quanto riguarda i pagamenti, sia a causa di vincoli contrattuali un po’ troppo rigidi, e così ho deciso di andarmene; alla Hollywood si respira un’aria diversa, siamo più seguiti e i discografici sembrano molto coinvolti. Rispetto a Danzig IV ci sono state anche radicali modifiche nell’organico dalla band, ma ormai non mi preoccupo più del continuo andirivieni di musicisti. Il bassista Josh Lazie e il batterista Joey Castillo sono con me dal 1995, mentre il nuovo chitarrista, Tommy Victor, è entrato da pochi mesi; lo conosco da quando era nei Prong, ma il nostro desiderio di collaborare non aveva finora potuto concretizzarsi per via dei rispettivi impegni con altre persone”.
Una vecchia storia, quella dell’instabilità del gruppo accompagnatore. Vecchia almeno come l’aura “satanica” che da sempre viene percepita attorno alla figura di Glenn Danzig, il cui impatto è involontariamente (?) accentuato da certe atmosfere e certi titoli. “Sono abituato a essere frainteso. Non si potrà mai far capire qualcosa a chi non vuole capirla, e dunque certi commenti non mi interessano affatto. Io so perfettamente, tanto per scendere nello specifico, che il testo di Sacrifice è incentrato sul dare di più di quello che abitualmente si fa, e quindi sul sacrificio nudo e crudo che in un certo senso ti uccide giorno dopo giorno. Satana non c’entra nulla. E poi, se ci pensi, il primo sacrificio ufficialmente documentato dalla storia si trova nelle pagine della Bibbia”.
Il gioco dell’ambiguità, insomma, permane. E ad alimentarlo contribuiscono altri elementi, quali la scelta di inserire nella scaletta di Blackacidevil un brillante e originalissimo remake di Hand Of Doom dei maestri dell’hard rock demoniaco, i Black Sabbath. “Capita di rado che io interpreti brani di qualcun altro, però amavo e amo tuttora i Black Sabbath dei primi quattro album e mi piaceva l’idea di trasformare Hand Of Doom in una canzone diversa, spostarla su un’altra dimensione. Sono soddisfatto del risultato, e anche Ozzy Osbourne, con il quale sono stato in tour fino a poche settimane fa, l’ha apprezzata molto. I concerti sono andati bene, è stato divertente girare assieme a un altro gruppo; nei miei tour sono quasi sempre da solo, parecchi colleghi hanno paura del nostro pubblico e qualcuno addirittura di me”.
Scontata, a questo punto, una domanda sulla recente riunione dei Misfits, alla quale Glenn – benché leader indiscusso dello storico ensemble – non ha preso parte. Altrettanto prevedibile, comunque, la risposta. “Perchè, c’è stata forse una reunion? Siamo seri, i Misfits senza di me non potrebbero mai essere i Misfits e nella nuova formazione c’è un solo componente del nucleo originario, è una cosa che non ha senso. Mi era stato chiesto di contribuire al progetto, ma sebbene non rinneghi il mio passato reputo i Misfits un capitolo chiuso. Ci tengo anche a precisare che non sono coinvolto nella realizzazione del box commemorativo della band, quello a forma di bara; anzi, a dir la verità il modo in cui è stato concepito non mi piace affatto”.
Più che logico, per un uomo che preferisce guardare avanti invece che alle spalle, e che oltretutto non ha davvero tempo per coltivare eventuali nostalgie. Basti pensare che alle attività di musicista e di editore di fumetti, si è di recente aggiunta quella di attore cinematografico. “Nel corso degli anni avevo ricevuto parecchie proposte, ma le sceneggiature mi erano sempre sembrate deboli. Con Prophecy II, invece, è stato diverso, mi piacciono sia il film che il mio ruolo: sono uno degli angeli ribelli che affiancano Christopher Walken nella lotta contro Dio, un Dio che minaccia l’umanità scatenando una guerra in Paradiso. La musica rimane il mio principale interesse, e visto anche gli impegni sempre crescenti con la mia casa editrice, la Verotik, non so se avrò la possibilità di dedicarmi ancora al cinema. Stiamo crescendo mese dopo mese, pubblichiamo parecchi albi (in Italia, purtroppo, sono reperibili solo di importazione, NdI), e la faccenda ha ormai smesso di essere solo un hobby”.
Glenn Danzig si congeda educatamente, lasciando sui nostri appunti una domanda sulla partecipazione a Blackacidevil di Jerry Cantrell degli Alice In Chains (suona la chitarra in tre episodi) e un altro paio di quesiti peraltro di secondaria importanza. È atteso dall’altra parte di quella Los Angeles che detesta ma dalla quale non riesce a staccarsi per il frenetico accavallarsi degli impegni professionali. “Pensa che la mia valigia è ancora chiusa” – dice ridendo – “tra una cosa e l’altra, non ho trovato un quarto d’ora per disfarla”. Buon lavoro, Glenn. E fra le tue prossime tappe, per favore, cerca di inserire anche qualche concerto in Italia.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.235 del 10 dicembre 1996

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Categorie: interviste | Tag: , | 6 commenti

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6 pensieri su “Danzig

  1. Ho sempre venerato Glenn Danzig, in tutte le sue forme: dai Misfits, passando per i Samhain e finendo con gli omonimi Danzig, eppure bisogna riconoscere che di artisti così arroganti, presuntuosi e caratterialmente difficili come Glenn ce ne sono davvero pochi. Ad ogni modo cosa ne pensa dell’ultimo ‘Deth Red Sabaoth’? A me non è affatto dispiaciuto, rispetto alla pochezza dei predecessori mi è parso di gran lunga migliore.

  2. Blog davvero interessante, peccato non sia ancora disponibile la versione mobile. Almeno io non l’ho trovata, infatti per leggere questo articolo sul mio telefono ci messo mezz’ora. Perlomento era interessante e ben scritto.

  3. Su Android si vede benissimo.

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