Primo Maggio (1998)

Da ormai ventiquattro anni la Festa dei Lavoratori viene celebrata (anche) con un maxi-concerto organizzato a Roma, nella famosissima Piazza San Giovanni. Un evento sempre controverso che sembra fatto apposta per alimentare polemiche: sul cast e sulle manovre “dietro le quinte” per allestirlo, sull’assegnazione degli orari migliori (legati alla diretta TV), sull’ampiezza della platea (ogni anno l’organizzazione dichiarava presenze maggiori, come se la piazza si potesse ampliare e sempre doppie rispetto ai dati della Questura), sulla retorica arringafolle degli interventi parlati, sulla scelta dei presentatori, sul reale interesse dei partecipanti ai temi sociali alla base del raduno. Scherzando ma non troppo c’è chi lo chiama “il Sanremo degli alternativi” e la definizione è – almeno per alcuni aspetti – meno paradossale di quanto si possa credere.
Nel lontanissimo 1998 la direzione artistica del Concertone venne intelligentemente affidata a Mauro Pagani, e questo mi portò – non prima, ovviamente, ma dopo – a coinvolgerlo in un’intervista senza peli sulla lingua tuttora molto interessante: certe cose, si sa, non cambiano. Infine: so che le note positive a favore dei tre presentatori sconvolgeranno più d’uno, ma posso confermare che per quel Primo Maggio erano perfetti. E, poi, ascoltate, o riascoltate nel caso non l’abbiate già fatto, il nuovo singolo di Elio e le Storie Tese: è un’introduzione ideale.

Concerto del Primo Maggio 2009

Il sole nella pioggia
Ha senso, a quasi un mese di distanza dall’avvenimento, occuparsi del maxi-concerto romano del Primo Maggio? Noi riteniamo di sì, a patto che la cronaca sia quantomeno accompagnata da analisi e riflessioni che non sarebbero state possibili “a caldo”. Mai come in questo 1998, infatti l’ormai tradizionale appuntamento di Piazza San Giovanni si è avvicinato così tanto – in termini contenutistici, spettacolari, tecnici e concettuali – a ciò che sempre ci sarebbe piaciuto vedere, e mai come quest’anno ha saputo offrire ai protagonisti e al pubblico quella Festa del Rock (Italiano!) che nelle passate edizioni ci era stata negata in tutto o in parte dall’assenza di un progetto degno di tal nome, da un’organizzazione volenterosa ma non sempre lucida e da scelte di cast che è gentilmente eufemistico definire “discutibili”.
Oltre che per un commento critico e per raccontare una serie di più o meno gustosi retroscena, queste pagine – che vantano come fulcro una intervista “senza peli sulla lingua” al direttore artistico Mauro Pagani – servono anche a sostenere in qualche modo l’auspicio che quest’ultimo Primo Maggio sia stato solo il primo di una lunga serie di incontri musicali (e non solo) all’insegna dell’alta qualità delle proposte, dell’intelligenza (a 360°) nel presentarle e soprattutto della pulizia. Scoprire che la pioggia caduta sulle teste delle centinaia di migliaia di spettatori è servita davvero a purificare la manifestazione ci renderebbe tutti un po’ più felici.

* * *

Cominciamo dagli antefatti, ricordando che questo Primo Maggio – o, almeno, la sua storia “ufficiale” – sembrava proprio essere partito con il piede sbagliato, non solo sotto il profilo meteorologico ma anche e soprattutto per via delle aperte polemiche della vigilia. Se negli anni precedenti la materia del contendere era stata infatti al massimo l’esclusione di Tizio e l’inclusione di Caio, l’asse della controversia si era invece spostato sul programma in toto. Amplificata dai mass-media, un’esternazione di perplessità da parte di Cofferati per l’assenza dei cantautori aveva infatti creato un piccolo vespaio (peraltro utile, come legge del marketing insegna, a richiamare l’attenzione generale sull’evento), ed effetti ancor più tellurici aveva ottenuto – lunedì 27 aprile, in sede di conferenza-stampa di presentazione – il dichiarato dissenso del Direttore di Raidue Freccero nei confronti della selezione di artisti tutt’altro che nazionalpopolare (e quindi, sulla carta, poco televisiva) effettuata da Mauro Pagani.
Ciò che le alte sfere contestavano, insomma, era la presunta pochezza di un cast nel quale figuravano solo gruppi (e qualche solista) “emergenti” autoctoni e tre ospiti stranieri di sicuro noti ma certo non molto carismatici come i giurassici Simple Minds (che avrebbero dovuto appendere le pance al chiodo non più tardi del 1984), Julian Lennon (un “figlio d’arte” con che del padre ha il volto e forse un ventesimo del genio) e Jon Bon Jovi (bravo ma irrimediabilmente coatto e “fuori posto”, come gli Iron Maiden di un lustro orsono). A proposito degli special guests, pur dovendo per forza unirci al coro dei deploranti, non abbiamo granché da dire: si è stati ancora una volta obbligati ad accontentarsi di ciò che passava il convento, visto che il compenso e le spese sono coperte dalle case discografiche interessate alla promozione e non (come nei festival a pagamento) dal prezzo del biglietto e/o dagli sponsor. Ciò che invece ci preme sottolineare è come il difficile soggetto del concerto – “La Nuova Musica Italiana” – abbia avuto uno sviluppo del tutto coerente ed efficace, al di là delle valutazioni immancabilmente divergenti sulla scelta di assegnare il ruolo di “padrini” alla Nuova Compagnia di Canto Popolare (peraltro gemellata con i figliocci e concittadini 99 Posse) e alla riesumata PFM (con il gradito bonus di Mauro Pagani, staccatosi dal gruppo ventidue anni fa e non parte in causa della recente reunion): una scelta che comunque condividiamo, se non altro in virtù dei titoli acquisiti dai due gruppi negli anni ‘70 (ma nel 1999, in presenza di uno scenario analogo, non ci si dimentichi del Banco e magari di Eugenio Finardi). Nulla c’è da obiettare, infatti, sui nomi invitati a rappresentare questa prorompente ondata rock nostrana, non sempre “nuovi” nel senso abituale del termine (andatevi a ripassare, se la memoria è corta, le carriere di Avion Travel, Afterhours o Mau Mau) ma comunque reputati tali dal grosso pubblico: ci sono stati tutti o quasi quelli che dovevano esserci, tenendo conto del peso sul mercato ma soprattutto delle oggettive qualità artistiche, in un abbraccio collettivo di diverse tendenze sonore e diversi approcci al business. Ecco così che il rigore creativo e militante – eppure così popolare – di Almamegretta e 99 Posse non ha creato contrasti stridenti con il rock visionario e imprevedibile di Gianluca Grignani e degli Afterhours, le ricerche etno-folk-rock di Agricantus, Mau Mau e Modena City Ramblers non si sono scontrate con il pop esoticheggiante ed evocativo di Elisa e con quello colto e ricercato degli Avion Travel, le contaminazioni di ritmi ed arrangiamenti dei Subsonica (con o senza Antonella Ruggiero) non hanno fatto a pugni con l’austera e pungente eloquenza verbale di Frankie Hi-NRG o con la pirotecnica vivacità punk dei Prozac +. Anche nel retropalco, almeno per quel che abbiamo avuto modo di constatare, si respirava un’aria diversa dal solito, senza sguardi di sufficienza e intrecci di pettegolezzi: quasi che tutti si fossero resi conto che questo Primo Maggio era una sorta di investitura di ufficialità per un panorama rimasto per troppo tempo sotto terra ed ora finalmente giunto a vedere la luce del giorno… o, per usare una metafora forse più calzante, il sole nella pioggia.
Oltre alle star, però, ci sono piaciute parecchie altre cose: ad esempio, che l’intera manifestazione sia stata trasmessa – seppure in modo non ancora ottimale dal punto di vista sonoro, ma comunque con sensibili miglioramenti rispetto ai consueti standard – dalla sola Raidue, risparmiando in tal modo ridicoli e irritanti ping-pong tra un canale e l’altro; che Radiodue, presente con (quasi) tutte le sue forze in campo – compresi i DJ di “Suoni e Ultrasuoni” sul palco – abbia offerto una cronaca davvero viva e dinamica di quanto accadeva sopra, sotto, dietro e davanti lo stage; che cariatidi come Minà e Mollica siano grazie a Dio rimaste a casa, sostituite da motivatissimi giovani quali il trascinatore Pierluigi Diaco, l’equilibrato Enrico Silvestrin e la frizzante Paula Maugeri (RAI + MTV + Mediaset: per una volta, viva l’ecumenismo): a parte le purtroppo imprescindibili genuflessioni di fronte a certi divi o presunti tali, un terzetto di presentatori perfettamente in linea con lo spirito dell’appuntamento, televisivo come di piazza; che la performance multietnica allestita in poche ore di prove da Mauro Pagani assieme a musicisti africani, asiatici e italiani (tra i quali componenti di Lou Dalfin e Bluvertigo), oltre che estrosa e intensissima, sia stata motivata da urgenze di carattere espressivo e non pubblicitario, visto che non ne esiste alcuna documentazione discografica. Ci è dispiaciuto, invece, che l’importantissimo tema sociale cui l’avvenimento avrebbe dovuto fare da cassa di risonanza – la lotta allo sfruttamento del lavoro minorile nel mondo – sia stato “sostenuto” solo da un pur ampio striscione, e non ci sono piaciute le solite critiche superficiali (positive o negative che fossero), al punto di affermare che chiunque tra gli addetti ai lavori non abbia messo in risalto le sostanziali differenze di questo Primo Maggio da quelli che lo hanno preceduto può essere solo un mistificatore (in malafede) o un emerito imbecille. Che dietro la (bella) facciata del raduno di San Giovanni si nascondano mille interessi di carattere economico e mille strani giochi di potere e immagine è una realtà impossibile da smentire, così come quanto avvenuto qualche settimana fa prova al di là di ogni ragionevole dubbio che i mutamenti delle situazioni non devono necessariamente essere in peggio: a chi di dovere, per il futuro, la responsabilità di mantenere onorevoli almeno quanto quest’anno gli inevitabili compromessi.

Mauro Pagani: l’intervista
Musicista, produttore e mille altre cose, Mauro Pagani è uno dei personaggi più seri e significativi degli ultimi venticinque anni di rock (e oltre) italiano: dalla militanza nella prima Premiata Forneria Marconi alle varie collaborazioni con Demetrio Stratos e Fabrizio De André, dalle ricerche nel campo della world music (ben prima che questa diventasse una moda) alle colonne sonore, il polistrumentista e cantante era senz’altro il più autorevole tra i possibili candidati allo scomodo ruolo di Direttore Musicale del Primo Maggio. È proprio in questa veste che lo abbiamo intervistato, chiedendogli lumi sui meccanismi e sugli intrighi che governano la manifestazione.
Come hai ottenuto questa direzione artistica?
Penso che la nomina sia dovuta alla mia amicizia con Fabrizio De André, che aveva fatto il mio nome a Riccardo Corato, il produttore del concerto. C’era la necessità di mettere un po’ d’ordine in un caos dovuto alle pressioni dei discografici per inserire chiunque, alla televisione che voleva dire la sua, al delirio tecnico derivante dai troppi ospiti… però sono sicuro che mi hanno scelto anche perché speravano che riuscissi a convincere Fabrizio a venire.
Essendo un musicista, immagino che ti sia preoccupato per prima cosa delle questioni tecniche.
Esatto. Accertato che non era possibile ottenere due palchi, non per problemi di spazio ma per la dichiarata indisponibilità della RAI a raddoppiare attrezzature e personale, ho convinto l’organizzazione a realizzare un palco girevole, in modo da ridurre al minimo i tempi morti ed evitare di attrezzare lo stage davanti al pubblico. Quello di San Giovanni è un grande concerto atipico, reso complicatissimo dalle esigenze di ogni artista e dalla presenza della TV.
Fino a che punto la RAI interviene sul concerto?
La verità è che la TV, schiava com’è degli indici d’ascolto, è diventata incapace di essere semplice spettatrice e tende per sua cultura a “televisivizzare” qualsiasi cosa, come ben dimostra il Festival di Sanremo. Alla RAI non volevano accettare l’idea di lasciare al Primo Maggio la possibilità di essere sé stesso, cioé una rassegna musicale con alle spalle un significato politico e non solo un evento televisivo: proponevano Fiorello come presentatore e quando parlavano di “invitare degli altri, invitare dei diversi” si riferivano ai Cugini di Campagna. Per loro il partire con gli Almamegretta in prima serata era una bestemmia, avrebbero voluto qualcuno che cantava “O sole mio”. Per fortuna tutta la Network (la società che gestisce il concerto, NdI) ha fatto quadrato e difeso le decisioni prese: è stato un atto coraggioso, considerato che la TV funge comunque da “orologio” di quanto accade a San Giovanni e serve come merce di scambio per trattare con le case discografiche la disponibilità dei loro artisti.
Sei in qualche modo responsabile dell’idea della trasmissione TV su un’unica rete?
No, assolutamente. Non so perché abbiano cambiato sistema, forse hanno capito che quello vecchio era troppo macchinoso. Anche così, comunque, i problemi non sono mancati, visto che si è trattato di sconvolgere il palinsesto di una rete per circa sette ore, con tutte le sue necessità giornalistiche e pubblicitarie. Forse tutte queste complicazioni spiegano anche perché ci sia stato negato un collegamento con i C.S.I., che avevano già preso accordi per esibirsi a Reggio Emilia e che quindi non potevano essere presenti fisicamente a Roma come pure avremmo desiderato.
Come ti sei mosso, invece, sotto il profilo delle scelte artistiche?
Una faccenda complicata, perché i prescelti avrebbero pensato che la cosa comunque gli competeva e che quindi io non avevo fatto nulla di speciale se non accorgermi dei loro meriti, mentre avrei dovuto spiegare a tutti gli altri le ragioni di un’esclusione che non avrebbero comunque accettato di buon grado. In più, pativo anche l’handicap delle edizioni precedenti, cioé l’arruffata disponibilità della Network ad accettare di tutto e a piegarsi a una serie di giochi di dare-avere. All’inizio, adottando una tattica quasi terroristica, ho annunciato di voler dimezzare le presenze, sperando – come poi è successo – di limitarle al 60/70% rispetto all’anno scorso: questo non solo per via dei cambi-palco, ma anche per far sì che ogni partecipante potesse proporre due o tre brani e non solo il classico pezzo “in promozione” che fa tanto Sanremo e Festivalbar. Come principi di base ho cercato di evitare il pop, non per razzismo verso il genere ma perché chi suona pop ha comunque tantissime occasioni di apparire, mentre il Primo Maggio – che non è uguale al “Festivalbar”, checché ne dicano nemici e cinici tromboni venduti come Luzzatto Fegiz – dovrebbe essere il concerto degli altri, di quelli che faticano a trovare spazi fuori dal circuito specializzato. Poi ho stabilito di privilegiare le band, e non solo perché i primi due mesi sono stato martellato di offerte di giovani solisti di area più o meno cantautorale: i gruppi sanno proteggersi meglio dal condizionamento voluto o inconscio della case discografiche, sono più persone che tengono vivo un lavoro e che seminano ciascuna nell’animo dell’altra. Sono come un laboratorio, e quindi di norma portano proposte più elaborate. Credo sinceramente che questi musicisti meritassero una esposizione più ufficiale.
Non credo che questo modus operandi ti abbia reso molto popolare.
Lo so, ma che posso farci? C’era da portare avanti una linea e l’ho fatto fino in fondo, c’era da scegliere e ho scelto. Il brutto è stato dover dire di no ad alcuni amici per i quali la partecipazione poteva essere importante, come Massimo Bubola: ci conosciamo da anni, abbiamo lavorato assieme, ma per questioni di coerenza con il progetto ho preferito invitare gli Almamegretta, i Subsonica o gli Afterhours.
Oltre a essere stato pregato, sei stato anche oggetto di tentativi di corruzione?
No, questo no. L’unica volta che mi hanno offerto dei soldi è stato qualche anno fa, quando facevo parte della giuria dei giovani per un Sanremo. Comunque ho subito meno pressioni di quanto mi aspettavo, forse per la mia fama di scorbutico o perché ho scoperto da tempo che quando dici sempre quello pensi la gente ha più difficoltà a romperti le palle.
Alla fine le palle te le hanno rotte quelli che dovevano essere dalla tua parte: la RAI, Cofferati che voleva i cantautori…
La polemica dei cantautori è nata finta: Cofferati ha avuto paura che la carenza di “grandi nomi” avrebbe potuto tener lontano il pubblico, e quindi in buona fede ha ritenuto quasi di dire di non “mollare” il Primo Maggio perché comunque era qualcosa di più di un concerto. In realtà San Giovanni, al di là del fatto che ci sia chi vuole parteciparvi per forti motivazioni personali e chi è meno toccato dalle implicazioni non strettamente artistiche, è un maxi-evento musicale con passaggio televisivo, e la ragione per la quale ne stiamo parlando è perché porta con sé scazzi, alterchi, discussioni. Se fosse solo la festa dei sindacati in piazza, nessuno se ne preoccuperebbe più di tanto, al massimo ne leggeresti qualche recensione sui quotidiani.
Pensi di aver seminato qualcosa di importante per il futuro?
Spero di sì. E spero che il direttore artistico del prossimo anno si renda conto del fatto che si è stabilito un nuovo principio che almeno ha reso i partecipanti più tutelati dal punto di vista tecnico e organizzativo.
Dai per scontato che non sarai di nuovo tu.
Poiché sono stati tutti molto contenti, a parte forse Freccero, mi hanno già chiesto se mi interessava replicare. Io ne sono molto onorato e orgoglioso, ma ho un po’ paura di essere istituzionalizzato come “quello del 1° Maggio”. Però se optassi per il sì inizierei a lavorarci già da settembre, in modo da essere certo di avere ospiti stranieri davvero eccezionali e non dover accettare quel poco o tanto che alla fine è arrivato, complici anche le lungaggini burocratiche del mondo discografico. Inoltre cercherei di aprire prospettive televisive a livello europeo, e magari di riservare una mezz’oretta a cinque o sei “nuovissimi” particolarmente promettenti.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.307 del 26 maggio 1998

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Categorie: articoli, interviste | Tag: | 10 commenti

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10 pensieri su “Primo Maggio (1998)

  1. easter

    quell’anno c’era anche robert plant.
    prima di suonare i maiden dovettero aspettare una partita della nazionale, trasmessa anche sul maxischermo di piazza s. giovanni.
    bruce dickinson si mise a guardare il match.
    hai capito che roba?

    • Orgio

      E sì che nel 1993 non c’erano né Europei né Mondiali né Olimpiadi…
      Bela Italia…

  2. Orgio

    Davvero gli Iron Maiden hanno suonato al Primo Maggio? Ok che sono una band indubbiamente working class, ma spero comunque che fosse durante il periodo Blaze Bayley! 🙂

    • No, c’era ancora Dickinson. Era il 1993.

      • Orgio

        Scelta indubbiamente poco opportuna dal punto di vista musicale, ma, in un certo senso, i Maiden sono “nazionalpopolari” in Italia (e lo dico da fan), quindi ci poteva stare, nella logica perversa del Primo Maggio (talmente perversa che c’era gente che ha fischiato Chuck Berry! No, dico, CHUCK BERRY!)

      • Ma infatti ci stava. All’organizzazione importa solo avere uno-due nomi “grossi”, chi siano è irrilevante.

  3. easter

    sì, una tribuna vip c’è, la si vede anche nelle riprese a volte.
    ci sono stato anche io nel backstage 3 o 4 volte.
    la cosa che ricordo di più è piero pelù con pantaloni attillati e tanga in trasparenza.
    e io che lo pensavo macho 🙂

  4. Matteo

    ..si…ok, ormai lo sappiamo tutti cos’è il concerto del 1° Maggio!!!…però…mi è capitato di passare in questi giorni in Piazza e di vedere l’allestimento. Ebbene…c’è una tribuna!?!?!!?…cos’è ???…una tribuna “VIP”???…io sarò anche un’idealista, sarò anche ingenuo…però alla Camusso, che come leader “nuovo” si vende…chiedo…”ma tra breve anche alle manifestazioni per un solo e semplice lavoro…ci sarà…la zona VIP”???

    • Sono alcuni anni che non vado in Piazza e quindi non so bene… però un’area riservata, oltre al backstage, c’è sempre stata. Non ricordo tribune, ma forse ricordo male.

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