Black Flag

Dopo il post di argomento “paramusicale” di domenica scorsa, che sta per toccare le novemila letture e che è stato per due giorni in cima alla classifica dei singoli post più cliccati in tutti i blog (italiani) su WordPress, torno a occuparmi di questioni più usuali. Questa volta il recupero riguarda un articolo che nel 1990 firmai con l’amico Pierluigi Bella (se passate da Roma non dimenticate di visitare il suo splendido negozio di dischi, “Soul Food”): è trascorso tantissimo tempo e davvero non ricordo esattamente chi scrisse cosa, ma mi riconosco nello stile (non proprio brillantissimo, lo ammetto) e quindi chi se ne importa. È invece al 100% farina del mio sacco il capitolo introduttivo, dedicato a eventi di stretta attualità. Iniziare la mia seconda vita post-Mucchio occupandomi dei Black Flag non è un caso, considerata l’indole della band californiana e il fatto che il suo inconfondibile logo è tatuato sul mio braccio destro.

 

Black Flag copTheir war
Non si sa come prendere la notizia che l’anno in corso vedrà il ritorno sulle scene dei Black Flag, con un organico comprendente solo due membri storici (Greg Ginn e Ron Reyes): sono state già annunciate varie date e sembra che dalla parziale reunion potrebbe addirittura scaturire un nuovo album. Parallelamente, altri “ex” (Keith Morris, Chuck Dukowski, Bill Stevenson, forse anche Dez Cadena) potrebbero portare in giro più o meno lo stesso repertorio con la sigla Flag e, insomma, tutta la vicenda fa un po’ tristezza: vero che nell’ultima decina di anni c’erano state alcune episodiche ed effimere ricostituzioni, ma un comeback in pianta stabile (?) ventisette anni dopo lo scioglimento sa tanto, al di là di quelli che saranno gli esiti musicali, di… boh. Gruppi del genere, così particolari e cruciali nella loro epoca, non dovrebbero mai assecondare la nostalgia (canaglia) e/o le tentazioni opportunistiche: se si è stati così grandi da aver scritto la Storia, perché correre il (più che concreto) rischio di gettare ombre sul glorioso passato?
Staremo a vedere. Per il momento, c’è da segnalare la più o meno recente uscita di due libri legati al leggendario gruppo californiano. Il primo, I pionieri dell’hardcore punk, è la traduzione italiana della biografia Spray Paint The Walls di Steve Chick, pubblicata dalla Omnibus Press nel 2009: riflettori puntati non solo sulla breve (circa otto anni) epopea della formazione guidata dal chitarrista Greg Ginn, ma anche sul panorama punk e hardcore della West Coast (e oltre) e incidentalmente sulla SST Records, l’etichetta di proprietà dello stesso Ginn. È un bella lettura piena di dati, date e aneddoti, magari solo un po’ troppo “da iniziati”, che nella stampa della Odoya è arricchita da una interessante prefazione di Marco Philopat. È invece assai improbabile che qualcuno confezionerà l’edizione italiana di Barred For Life, marchiato dall’americana PM Press e facilmente reperibile all’estero (anche in formato digitale). L’autore, Stewart Dean Ebersole, ha avuto l’originale idea di viaggiare su e giù per il mondo (Stati Uniti, Europa, Australia…) incontrando, intervistando e soprattutto fotografando musicisti, addetti ai lavori e fan accomunati dall’avere un tatuaggio raffigurante il famoso simbolo con le quattro barre verticali. Nelle 330 pagine del volume ci sono dunque un’infinità di ottime foto in bianco/nero accompagnate da informazioni sui “modelli” e da loro brevi dichiarazioni (ci sono pure io: grande soddisfazione!), un sorta di racconto di tutta l’esperienza e alcune interviste più lunghe a protagonisti quali Keith Morris, Chuck Dukowski, Ron Reyes, Dez Cadena, Kira Roessler e altri; Greg Ginn e Henry Rollins non hanno però raccolto l’invito): il tutto volto a spiegare, vedi sottotitolo, “come il logo iconico dei Black Flag è diventato la stretta di mano segreta del punk rock”. Due testi complementari, insomma, che illustrano al di là di ogni dubbio perché da questa band unica non si può assolutamente prescindere.

Black Flag logo

La leggenda
È vero: “Velvet” non ama dedieare articoli retrospettivi a gruppi non più in attività, preferendo impiegare i suoi (esigui) spazi per trattazioni inerenti ad artisti sulla cresta dell’onda‚ o quantomeno attuali. Nel caso dei Black Flag, però, è indispensabile fare un’eccezione, per almeno due buone ragioni: innanzitutto, perché la compagine californiana ha avuto un’importanza fondamentale nella storia dell’underground americano più estremista, tracciando una strada – musicale, etica, persino strategica – tuttora fra le più frequentate e degne di indagine e attenzione, specie in questi tempi di giusta “riscoperta” del punk storico e delle sue filosofie; in secondo luogo, perché le numerose filiazioni dell’ensemble – etichetta SST, è chiaro, compresa – continuano a far sentire la propria voce, perpetuando in mille forme diverse l’eco di una leggenda che non sembra essere destinata ad attenuarsi.
Black Flag non è solo una delle prime formazioni hardcore della Costa Ovest, non è semplicemente il simbolo più autorevole di una visione sonora e di vita assai radicata nell’ambito del rock contemporaneo: è, anche e soprattutto, il perfetto esempio di gruppo aperto a ogni possibile sollecitazione, capace di evolversi nello stile espressivo pur rimanendo fedele a un’ideologia di base tanto “sentita” nello spirito quanto problematica da predicare a causa della sua scomodità, della sua forza ribelle, del suo impegno sociale. Paladini delle libertà individuali e della giustizia oontro ogni genere di emarginazione, di abuso di potere, di violenza, i Black Flag hanno sostenuto una vera e propria guerra, oombattendo con la rabbia strumentale, canora e lirica le prepotenze dello Stato, della polizia e dei falsi moralismi, nonché quelle più ristrette – ma non meno gravi, perché esercitate durante i concerti, veri momenti di incontro fra musicisti e pubblico, fra profeti e discepoli – dei responsabili del servizio d’ordine dei luoghi dove erano soliti esibirsi. E attaccando provocatoriamente persino il generale trend punk, concedendosi il vezzo dei capelli lunghi…
In un’epoca in cui la Los Angeles cosiddetta benpensante si scagliava contro il punk, mistificando attraverso i mezzi d’informazione il significato del movimento, i Black Flag sono stati contemporaneamente i contestatori più esagitati e i bersagli preferiti del “regime”: memorabili sono rimasti gli ampi spiegamenti polizieschi a ogni loro show (una volta, al Whisky, intervennero addirittura gli elicotteri), ai quali hanno fatto seguito le messe al bando dai club californiani prima e da quelli del resto degli States poi. L’affermazione degli organizzatori, dopo ogni gig, era sempre “never again!”, ma l’ensemble non desisteva e provocatoriamente affiggeva all’ingresso dei locali un cartello con la soritta “Punks free! All others $4.0” (“i punk gratis, tutti gli altri quattro dollari”). Al di là degli aspetti più pittoreschi, però, la grandezza del complesso sta nell’essersi reso interprete della profonda insoddisfazione di un’ampia fascia di giovani americani stanchi di conformismi mentali, dipendenze di ogni tipo, alcool, droghe, TV e lavaggi del cervello; e un brano come Rise Above‚ esemplare risposta al lamento apatico dei Sex Pistols di Pretty Vacant‚ la dice lunga sull’indole sovversiva ma ottimista di Greg Ginn e oompagni. Conta pooo che il tempo abbia poi dimostrato l’illusorietà di gran parte di quegli ideali: conta, invece, che qualcuno abbia avuto il coraggio di urlare, e che molti abbiano ascoltato quell’urlo e si siano uniti a esso con i propri. Con effetti, come sappiamo, detonanti.
I Black Flag non erano la solita congrega di kids nichilisti armati solo del proprio entusiasmo distruttivo: il loro leader, il chitarrista Greg Ginn, aveva avuto fin da ragazzo parecchie esperienze nel business, ed era dunque in grado di fronteggiare ogni sorta di situazione, comprese le velleità di speculazione di promoter e discografici. Per questo, fin dall’inizio della sua lunga e fortunata carriera, il gruppo ha optato per un’attività totalmente autogestita, fondando una label, la SST, destinata con il tempo ad accrescere sempre più il proprio raggio d’azione e a divenire una delle più titolate e prolifiche esponenti del panorama indie americano. A cavallo fra anni Settanta e Ottanta, però, il quadro globale si presentava tutt’altro che incoraggiante: mercato assai poco ricettivo, difficoltà economiche e frequenti visite della polizia in cerca di indizi compromettenti (a Torrence, un’inoursione per una vana ricerca di droga e armi ebbe come unico esito la distruzione pressoché totale della sede); basta pensare che, nonostante le vendite eccellenti di Damaged, il primo album della band, la SST ha cominciato a sollevarsi dalla sua traballante condizione solo grazie all’enorme successo commerciale degli Hüsker Dü. Oltre che fulcro dell’etichetta e abile manager di se stesso, Greg Ginn si è anche imposto a livello musicale, mettendo in mostra creatività e tecnica nell’uso energico e turbolento della sua sei corde, accompagnato da una presenza scenica spettacolare e da un dinamismo frenetico; dietro, la voglia di esorcizzare i propri malesseri tramite una loro esternazione furiosa e viscerale, senza perdere completamente di vista quell’elemento fun che da sempre è requisito imprescindibile del miglior r’n’r, anche di quello più serio. Il tutto destreggiandosi fra sonerità nient’affatto statiche, soggette a ripetute rivoluzioni ma in ogni occasione in netto anticipo sui tempi: dall’hardcore ante litteram del primo periodo alle successive aperture all’hard, al dark-metal, al rumorismo, all’apparente caos, i Black Flag hanno agito all’insegna del rinnovamento nella continuità, cambiando spesso pelle per evitare la trappola della routine ma restando comunque legati a un progetto artistice personale e riconoscibile. E assestandosi su standard qualitativi mai meno che soddisfacenti

La storia
Formatisi nel 1976 a Hermosa Beach con il neme Panic, i Black Flag erano dediti a un punk rock rozzo e abrasivo, sviluppato in composizioni brevissime e devastanti a dispetto di una pratica con gli strumenti piuttosto approssimativa: basti pensare a White Minority, già da allora nelle scalette dell’ensemble. Occorrevano circa due anni prima che la band iniziasse a calcare i principali palchi di Los Angeles e debuttasse su vinile con il 7”EP Nervous Breakdown‚ registrato nel gennaie 1978 ma pubblicato parecchi mesi più tardi. Nel frattempo l’organico – che nel corso degli anni conoscerà frequenti trasformazioni, con il solo Ginn come elemento fisso – si era assestato con il chitarrista al fianco del cantante Keith Morris, del bassista Chuck Dukowski e del batterista Roberto “Robo” Valverde, ma l’improvvisa dipartita di Morris (andato a fondare i Circle Jerks) costringeva a mettersi alla ricerca di un sostituto: il problema era temporaneamente risolto con l’assunzione di Johnny Goldstein (1978), di Ron Reyes, alias Chavo Pederast (1979/1980) e de1l’ex Red Kross Dez Cadena (198l), poi passato alla seconda chitarra con l’arrivo di Henry Rollins (vero nome, Henry Garfield), proveniente dagli S.O.A. di Washington D.C. (“Mi piace Los Angeles, anche se qui tutti si drogano e io non bevo, non fumo e non faccio uso di stupefacenti”‚ commentò il nuovo frontman).
Durante questa concitata fase, il gruppo si era trasferito a Torrance e aveva incrementato la propria fama con alcune ottime prove a 45 giri e con partecipazioni a parecchie raccolte di punk californiano: storica quella a The Decline Of Western Civilization, vero manifesto della locale “lost generation”, uscita parallelamente all’omonimo film-documentario di Penelope Spheeris cui fungeva da colonna sonora. “La rivista Slash era lo specchio decadente della musica di Hollywood nel ‘77/’78. Non c’erano buone band in quel periodo, solo con la nascita dei ‘beach punk’ (attivi, appunto, nell’area delle spiagge attorno a L.A., NdR) si è assistito a qualche concerto valido”. Dalle parole di Greg Ginn – che peraltro non ci sentiamo affatto di condividere – si desume come i Black Flag non si sentissero parte di una scena, così come hanno sempre ritenuto riduttiva la definizione “punk” affibbiata alla loro proposta. Alla vigilia della pubblicazione dell’attesissimo primo album Damaged, nuove complicazioni giungevano a ostacolare la definitiva consacrazione dell’ensemble: la Unicorn/MCA, che aveva firmato un accordo per la distribuzione, si rifiutava di rispettare l’impegno assunto a causa del contenuto troppo oltraggioso del disco. Ne derivava una disputa legale dalla quale i Black Flag uscivano sconfitti (si ritiene solo a causa della bravura degli avvocati della ricca controparte, in un Paese dove i “lawyers” contano moltissimo), ritrovandosi con la prima tiratura di venticinquemila copie da commercializzare in proprio con il marchio della major in copertina e un bilancio prosciugato dalle impreviste spese processuali. Inoltre, sempre per via del loro approccio iconoclasta, Greg e Chuck venivano incriminati e condannati ad alcuni mesi di reclusione, oltre che temporaneamente interdetti dal proseguire la loro attività discografica. Dopo la scarcerazione, Ginn si trovava a dover ricostituire l’organico potendo contare sull’appoggio del solo Henry Rollins, giacché Dukowski preferiva dedicarsi ai suoi SWA e Cadena era già impegnato con i DC3; in My War del 1984 era lo stesso chitarrista (sotto pseudonimo) a suonare le parti di basso, mentre dietro i tamburi sedeva l’ottimo Bill Stevenson, ex Descendents. L’autunno dello stesso anno vedeva l’uscita quasi in concomitanza di altri due 33 giri, Family Man e Slip It In, incisi da una line-up finalmente stabile (grazie al reclutamento della bassista Kira Roessler) con uno stile musicale devoto ai Seventies – Black Sabbath e Hawkwind i riferimenti più espliciti – oltre che al punk. Gli album, ora, si susseguivano con impressionante rapidità: Slip It In e il mini-LP The Process Of Weeding Out evidenziavano ulteriori contaminazioni, prima fra tutte quella con il jazz. Intanto, Greg Ginn si cimentava alla consolle con i Painted Willie, fra i primi americani a recuperare matrici hard/progressive dei ‘70, e avviava collaborazioni con October Faction e Tom Troccoli’s Dog; Bill Stevenson, dal suo canto, proseguiva parallelamente la carriera con i riformati Descendents.
Un violento dissidio fra le due teste pensanti Ginn e Rollins decretava, dopo il lunghissimo tour del 1986, la fine dell’avventura, e lasciava i suoi protagonisti liberi di intraprendere nuove avventure. Dei Black Flag restano un prezioso tesoro di vinili. E un mito intramontabile sul quale sventola bandiera nera.

I dischi
Citazioni d’obbligo, innanzitutto, per The First Four Years (1983) e Damaged (1981), che documentano in modo più che esauriente la prima produzione, la più vicina all’allora nascente hardcore (del quale, come già detto, i Black Flag possono essere considerati fra gli iniziatori). The First Four Years raccoglie tutti i brani dei singoli (tre 7” e un l2”) precedenti al debutto a 33 giri, più due episodi tratti da raccolte dell’epoca: ci sono dunque, fra i tanti, la mitica Wasted (firmata da Ginn e Morris e ripresa dai Circle Jerks), le splendide White Minority e Jealous Again, la famosissima Six Pack (la primo “hit”‚ se così si può dire) e la terrificante cover di Louie Louie; Damaged, invece, è uno dei piu grandi classici del punk a stelle e strisce, forte di un sound maturo e articolato – è l’unico LP della band con la line-up a cinque, basata sul duellare chitarristico di Ginn e Cadena oltre che sull’irruente voce di Rollins, un vero “rock’n’roll animal” dell’hardcore – e di una serie strepitosa di episodi, dall’inno Rise Above a Gimme Gimme Gimme, dalle due versioni della title track (una più “convenzionale”, l’altra allucinata anticipatrice di sviluppi futuri) a Thirsty And Miserable‚ da Police Story alla fragorosa TV Party. Abbandonato in parte il genere originario a favore di sonorità sempre dure e corrosive ma ispirativamente più eterogenee, i Black Flag confezionavano numerosi album di livello non omogeneo, con due o tre brani eccelsi per ciascuno: fa eccezione Slip It In del 1984, che col senno di poi dev’essere valutato come una pietra miliare di hard contaminato, stilisticamente affine ma assai superiore alla maggior parte delle odierne realizzazioni in tale ambito. Doveroso segnalare il mini-LP The Process Of Weeding Out (1985), ambiguamente evocativo con le sue quattro suite strumentali, e In My Head (1985), il capitolo più tradizionalmente rock – con la sua struttura di “raccolta di canzoni” – della saga dell’ensemble. Impossibile, infine, non ricordare Live ‘84 (1984) e Who’s Got The 10 1/2? (1986), testimonianze fedeli – purtroppo solo sonore, ma esistono anche due videocassette con concerti del 1984 e del 1985 – della furiosa veemenza delle esibizioni del gruppo, veri happening all’insegna della rabbia, delle tensioni finalmente non represse, della libertà di lasciar esplodere la propria indole improvvisativa.
Tratto da Velvet n.21 del giugno 1990

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Categorie: articoli | Tag: | 7 commenti

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7 pensieri su “Black Flag

  1. Gianluca Maccari

    Caro federico ti ho sempre seguito dai tempi di shock.. la tua decisione di uscire dal mucchio mi sconcerta… rimarrai su internet o farai un tuo giornale? Con affetto…

  2. savic

    Le reunion dei (black) flag, sono patetiche, peccato sporcare una storia cosi. American Indie faceva una bella fotografia della loro storia. Un misto di perseveranza, passione e ottusità. ma hanno aperto delle vie importante.
    Personalmente ho sempre preferito la fase punk hardcore, la seconda parte della carriera non mi ha mai entusiasmato.
    Dal vivo dovevano essere una cosa pazzesca, con risse sempre dietro l’angolo. Hanno suonato pure a Milano se non erro.

  3. savic

    Racconta racconta…

  4. Orgio


    appena uscita (Ron Reyes alla voce). Cosa ne dici?

    • Orgio


      E questa è la seconda. Mi sembra molto meglio dell’altra, già di per sé non disprezzabile, ma si attende con ansia il giudizio dell’Esperto!

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