Bruce Springsteen

Ho scritto svariate volte del Boss, ma si è trattato quasi sempre di recensioni (dischi o concerti). Fra i pochi articoli lunghi c’è questa rivisitazione che mischia cronaca, amarcord e sentimento dei giorni lontanissimi di Darkness On The Edge Of Town. L’occasione era l’imminenza dell’uscita della magnifica ristampa (enormemente) estesa di quel leggendario album, festeggiata – inevitabile! – anche con la copertina del Mucchio. La foto utilizzata – che scansionai e ritoccai personalmente – arrivò dal retro del mio vinile “printed in USA” acquistato ai tempi: avevo diciott’anni e, nonostante mi fossi già orientato verso suoni più strani e spigolosi, mi sentivo ancora nato per correre.

cover:coverLa luce nell’oscurità
Una ricerca in Internet a proposito del 2 giugno 1978 non porterà alla luce eventi di grandissima rilevanza storica, di quelli che cambiano il destino dell’umanità. Però la storia è fatta pure di vicende considerate marginali, e secondo alcuni scienziati il battito d’ali di una farfalla è in grado di provocare un uragano dall’altra parte del pianeta… e, dunque, perché non credere che quel venerdì di oltre trentadue anni fa non sia stato in qualche misura cruciale, se non nell’immediato almeno per quanto concerne gli effetti nel medio e lungo termine? In quel giorno “normale”, i negozi degli Stati Uniti ricevevano le prime copie di Darkness On The Edge Of Town, il quarto album di Bruce Springsteen. In realtà la Columbia aveva fissato come data di uscita martedì 6, ma dato che la tournée era ormai già in corso, e che il 3 avrebbe avuto luogo un importante concerto al Nassau Coliseum di New York, la casa discografica volle saggiamente anticipare per quel che era possibile: allora i dischi si vendevano sul serio, e per quello del Boss (e della sua E Street Band) l’attesa era a dir poco spasmodica. Erano infatti trascorsi quasi tre anni da Born To Run, che dopo la tiepida accoglienza riservata tanto a Greeeting From Asbury Park, N.J. quanto a The Wild, The Innocent & The E Street Shuffle aveva proiettato l’Uomo del New Jersey nel firmamento delle stelle, con il raggiungimento del terzo gradino della classifica di “Billboard” e i relativi, riscontri commerciali sottolineati dalle copertine di “Time” e “Newsweek” nella stessa settimana. Merito dell’eccezionalità dell’album, ovvio, e di un’attività dal vivo pressoché senza sosta, ma anche di un articolo uscito nel 1974 sul settimanale bostoniano “The Real Paper” a firma Jon Landau: la frase “ho visto il futuro del rock’n’roll e il suo nome è Bruce Springsteen” aveva suscitato parecchio scalpore e portato Landau nell’entourage del nostro eroe (nelle note di Born To Run è accreditato come coproduttore), dando luogo a dissapori con quel Mike Appel che di Springsteen era dall’inizio di carriera il pigmalione. Il licenziamento di quest’ultimo e l’assunzione del ruolo di manager da parte dello stesso Landau aveva originato una vertenza legale – risoltasi faticosamente con un accordo extragiudiziale – che per un anno aveva tenuto il musicista fuori dagli studi di registrazione. Si spiega (pure) così lo stridente contrasto fra il Boss sorridente e compiaciuto appoggiato al suo fido sassofonista Clarence Clemons sulla copertina in bianco/nero di Born To Run e quello a colori, ma assai meno allegro e più meditabondo, immortalato da Frank Stefanko nel servizio fotografico di Darkness On The Edge Of Town.
In quel famoso 2 giugno, l’Italia pallonara festeggiava la vittoria per 2 a 1 sulla Francia ai Mondiali in Argentina. Non che di Bruce non fregasse nulla a nessuno, ma certo non erano tantissimi a trepidare per l’arrivo dei primi vinili, meglio se di importazione USA. Da noi il treno Born To Run era giunto sulla scia del successo d’oltreoceano (“è stato definito il più grosso fenomeno musicale dopo Bob Dylan”, si leggeva nel ‘76 sulle inserzioni promozionali approntate dalla CBS), ma quanti l’avevano preso si erano scoperti, come i loro fratelli americani, nati per correre… il problema, semmai, era verso dove, dato che si vivevano anni di piombo e il rischio era di finire contro i manganelli di celerini un po’ troppo zelanti. Il richiamo del Sogno in bianco-rosso-blu era però troppo forte per resistergli, specie se a sostenerlo erano inni epici quali Thunder Road, Born To Run o Jungleland. Fortunati davvero quanti lo udirono, il richiamo, considerato i pochi media interessati ad amplificarlo: Carlo Massarini dalle frequenze radio della RAI e l’immancabile “Ciao 2001”, che nel settembre 1975 – puntualissimo – aveva pubblicato un appassionato articolo di Maria Laura Giulietti reduce da un concerto al Bottom Line di New York, intitolato “L’eroe dei grattacieli” (“L”America ha il suo nuovo Dylan, un altro volto di Van Morrison, la volubile ansietà di James Dean e la fragile tenerezza di Chaplin”). “Gong” non pervenuto, altre riviste non ce n’erano e il Mucchio – nato, ricordiamolo, solo nell’ottobre del ‘77 – avrebbe fatto concretamente la sua parte dal 1979 in avanti, cioè dalla copertina del numero 22.
Qualche mese prima dell’uscita di Darkness, alla popolarità italiana (?) di Springsteen aveva però giovato una singolare contingenza. Qualcuno si era infatti accorto che Because The Night di Patti Smith, artista amata dall’intellighenzia critica così come dal popolo meno bue, era cofirmata dalla Sacerdotessa del rock (sic) e dal Boss. Il pezzo, singolo apripista del fortunato Easter (e, fra l’altro, unico vero hit mai ottenuto dalla poetessa/cantante), aveva goduto di notevole diffusione nell’etere, e lo “strano” sodalizio compositivo aveva destato qualche sorpresa. Per noi provinciali dell’impero r’n’r i due, benché abitassero a pochi chilometri di distanza, erano universi separati e distinti: quello di una musica sì fresca e vitale, ma comunque di stretta derivazione “classic rock”, e quello della trasgressione della nuova onda sviluppatasi negli ambienti malsani attorno al CBGB’s e al Max’s Kansas City. Uno figlio di Bob Dylan e l’altro dei Velvet Underground, per capirci meglio… contaminazioni che, in quei giorni di rigide prese di posizione (“antico” vs “moderno”), un po’ disorientavano. Qualche giustificazione, in ogni caso, c’era: qui in periferia, quando i viaggi erano roba da ricchi, i giornali stranieri si trovavano solo in una manciata di edicole delle grandi città e Internet era pura fantascienza, cosa potevamo mai saperne che le “scene” erano molto più vicine di quanto si ritenesse, e che Bruce e Patti erano in fondo quasi due facce della stessa medaglia? Fu quasi uno shock, alla fine del 1978, trovarsi in mano il n. 2 di “New Wave Rock” – bel mensile americano che durò purtroppo un battito di ciglia – la cui copertina li ritraeva assieme dal vivo: un fotomontaggio, ok, ma non una great r’n’r swindle poiché i due il palco lo avevano diviso per davvero, anche quello angusto del CBGB’s, dopo che il tecnico del suono e collaboratore di entrambi Jimmy Iovine aveva chiesto al primo se per caso avesse avuto una canzone per la seconda… e lui, da sempre un mostro di prolificità oltre che di generosità, le aveva donato lo scheletro di quella Because The Night che lei poi avrebbe adattato secondo la propria più aggressiva indole.
Per quanto assurdo possa sembrare, Because The Night era uno… scarto, uno dei tantissimi pezzi più o meno abbozzati/compiuti che Springsteen aveva scritto per Darkness On The Edge Of Town e prima ancora per The Promise, l’album “perduto” che nelle intenzioni avrebbe dovuto fungere da raccordo fra Born To Run e, appunto, Darkness. Pezzi che aveva quasi sempre pure fissato su nastro, come provini o come stesure “definitive”, andando così via via a costituire quegli archivi – il Santo Graal di qualsiasi fan di stretta osservanza – nei quali periodicamente attinge. Un forziere ricco di gemme del quale ai tempi ben poco si conosceva e che in parte rimane ancora segreto, se è vero che la scaletta dell’ormai imminente edizione celebrativa di Darkness ha gettato nello sconforto (misto a gioia, però) quegli esegeti dell’opera springsteeniana che del percorso del loro idolo erano convinti di sapere tutto.
Torniamo allora a quel 1978 e a quella copertina a sfondo chiaro sulla quale un Bruce decisamente dimesso incarna magnificamente il concetto dell’oscurità, per lo più interiore, che incombe. Per noi estimatori, Darkness era quei dieci brani e basta, senza nemmeno una b-side perché i tre singoli da esso estratti – nell’ordine: Prove It All Night, Badlands e The Promised Land – non contevano inediti. Però, cristo!, quei dieci brani erano (e sono) il massimo della vita. La speranza e il romanticismo hanno lasciato il posto ad amarezze e disincanto ma non a tentazioni di resa: la corsa può continuare ma bisogna stare attenti a ostacoli e trappole. Tale spinta emotiva si riflette nei testi, non a caso divenuti argomento di lunghi trattati, e nelle musiche. Ricco e al contempo asciutto, il disco mette in mostra un equilibrio – di arrangiamenti e di scelta dei pezzi, e pazienza per le dolorosissime esclusioni – che è frutto di un lavoro maniacale iniziato con le prove (dall’estate 1976 alla primavera del 1977), proseguito con il rodaggio e il test in concerto di parecchi episodi e concretizzato in due session di incisione: una (giugno-novembre ‘77) agli Atlantic Studios di New York e l’altra (novembre 1977-aprile 1978) ai Record Plant, sempre nella Grande Mela. Sul sospirato vinile – c’era l’idea del doppio lp, ma si desistette; non lo si fece due anni più tardi per The River – finivano appena quarantatré minuti, ma semplicemente perfetti nell’allineare non solo performance strumentali e canore tecnicamente impeccabili, ma anche nell’evocare palpitazioni e suggestioni. C’è un mondo intero in ciascuna di queste dieci tracce che ancor oggi suonano magnifiche e nient’affatto datate: la vibrante, potente Badlands e il sanguigno, drammatico sabba R&B di Adam Raised A Cain non sono roba per i deboli di cuore, ed è per stemperarne gli echi che a seguirle è la quasi elegiaca Something In The Night. È invece la più sommessa e morbida Racing In The Steet a chiudere la prima facciata, ma dopo che la straordinaria Candy’s Room – neppure tre minuti in crescendo, con occasionali, vaghi sprazzi filo-loureediani – ha riacceso gli animi. In apertura di secondo lato, The Promised Land – qualche assonanza con il quasi coevo Jackson Browne, specie in avvio – segna il ritorno all’epica (e se qualcuno pensa “retorica”, peggio per lui), mentre il commovente folk-rock di Factory e l’intensissima Streets Of Fire – ballad giocata sull’alternanza di “vuoti” e “pieni” – conducono dapprima alla vivacità r’n’r di Prove It All Night e poi alla chiusura mesta ma non deprimente – il furore c’è, e si sente – di Darkness On The Edge Of Town. Fosse morto immediatamente dopo l’ultimo mixaggio, con un album così il Boss sarebbe lo stesso un inossidabile mito.
Con la successiva tournée, rimasta all’interno dei confini nordamericani, Bruce Springsteen e la sua magica E Street Band – li conoscono tutti, ok, ma non si può non nominarli: Steve Van Zandt alla chitarra, Roy Bittan al piano, Danny Federici all’organo, Clarence Clemons al sax, Garry Tallent al basso, Max Weinberg alla batteria – riaffermavano la loro reputazione di inarrestabili macchine da rock’n’roll, con un frontman ancor più duttile e efficace con le corde oltre che con l’ugola. A testimoniarlo, oltre ai vari “recuperi” ufficiali, una valanga di bootleg sui quali i fan europei e soprattutto italiani hanno molto fantasticato e lo splendido Access All Areas, libro fotografico di quella Lynn Goldsmith che all’epoca era, si perdoni la battuta un po’ sciocca, la donna del Boss. Per toccare con mano l’enorme consistenza della leggenda, le platee del Vecchio Continente avrebbero dovuto attendere i concerti di The River, nella primavera del 1981: mancando una tappa italiana – la “prima” si sarebbe svolta solo dopo Born In The U.S.A., il 21 giugno 1985, a Milano – gli appassionati della Penisola si rendevano protagonisti, l’11 aprile 1981, di un’autentica invasione di Zurigo, per un’esibizione scolpita indelebilmente nelle loro memorie. Bruce Springsteen e la E Street Band esistevano davvero e non erano come li si era immaginati, ma addirittura meglio. E molto, nel processo di consolidamento dell’amore per il gruppo e il suo leader, hanno pesato le canzoni di Darkness On The Edge Of Town: non per tutti “il più bell’album” di Bruce, ma probabilmente quello che sintetizza nel modo più idoneo la grandezza dell’autore e del rocker.
Sarebbero accadute tantissime cose, nei tre decenni a venire: fra queste, il bisogno di solitudine di Nebraska, i fraintendimenti del concitato periodo di Born In The U.S.A., gli spettri di The Ghost Of Tom Joad, lo shock dell’11 settembre e la reazione di The Rising, l’omaggio a Pete Seeger, la discussa “svolta leggera” – volendo semplificare al massimo – degli ultimi lavori. Ma tutti noi che “subiamo” lo straordinario carisma del piccolo, grande Uomo del Jersey, è sempre a Darkness che torniamo: spegniamo la luce, abbassiamo la puntina o spingiamo il tasto “play”… e rinnoviamo l’incantesimo di un’oscurità che, sì, mai è stata tanto luminosa. Anche se nel frattempo non si è fermata al limite della città ma, in mille modi diversi, l’ha purtroppo messa a ferro e fuoco.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.675 dell’ottobre 2010

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Categorie: articoli | Tag: | 3 commenti

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3 pensieri su “Bruce Springsteen

  1. massimo

    Purtroppo ho chiuso il negozio di cd-dvd-vinile pure io.

  2. Gian Luigi Bona

    Che tempi quei tempi !!!
    Quando usciva un disco era un vero avvenimento. Io mi ricordo dove e quando ho comperato tutti i dischi importanti. Ne parlavi con gli amici. Lo vivevi veramente.
    Darkness l’ho comperato proprio perchè Patti Smith aveva fatto Because The Night. Mi ricordo che ero appena tornato dalla visita militare, entro nel negozio di dischi (allora a Vercelli c’erano almeno quattro negozi di dischi, oggi nessuno) e per 8.000 lire compero questo tesoro.
    Che ricordi !!!

  3. Carmine

    Che artista che è Bruce! Gran bell’articolo, ho questo numero del Mucchio ed è sempre un piacere rileggerli. Il Boss più che un cantante è un amico: c’è sempre qualche pensiero,emozione,sensazione che lui ha cantato già. Un vero amico!

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