Fred “Sonic” Smith

Ancora un album postumo. Molto postumo, dato che l’uscita seguì la morte del suo (principale) titolare di quattro anni, e anche un bel po’ singolare, considerato che fino ad allora la discografia ufficiale della Sonic’s Rendezvous (Band) si limitava a due brani, uno su un 45 giri e uno in una raccolta di artisti vari. Giunsero poi altri postumi (tra i quali, incredibile!, un cofanetto di sei CD), ma questo – oggi abbastanza raro – fu il primo.

Sonics RV copSweet Nothing (Mack Aborn)
Ci sono volute la morte prematura di Fred “Sonic” Smith e l’intercessione della vedova Patti (sì, quella Patti Smith) perché qualcuno si decidesse a pubblicare – con tutti i crismi dell’ufficialità, e con una registrazione apprezzabile anche sotto il profilo tecnico – un documento dell’esistenza della Sonic’s Rendezvous Band: a parte un paio di album live semi-illegali editi in Francia alla fine degli anni Ottanta, la discografia del supergruppo allestito nella seconda metà dei ‘70 dal suddetto Fred Smith (già chitarra dei leggendari MC5: niente a che spartire, checché ne dicano alcune enciclopedie rock, con l’omonimo bassista dei Television) con la complicità di altri illustri reduci della infuocata Detroit di fine Sixties quali Scott Morgan (ex Rationals), Gary Rasmussen (ex Up) e Scott Asheton (ex Stooges), comprendeva infatti un unico, pur straordinario 45 giri, City Slang, con la stessa canzone proposta su entrambe le facciate (il brano in origine programmato come retro, Electrophonic Tonic, è stato invece riesumato solo da pochi mesi nella raccolta Motor City’s Burning Vol.1, assemblata dalla Alive/Total Energy).
Proprio City Slang, in una torrida versione di oltre otto minuti, chiude nel miglior modo possibile questo Sweet Nothing, fedele trasposizione su supporto digitale di un formidabile concerto dell’aprile di vent’anni orsono: dieci episodi (più una ghost-track strumentale) per quasi un’ora di rock’n’roll energico e rabbioso, dove il classico hard detroitiano di MC5 e Stooges incontra l’ancor più cruda immediatezza del punk concedendosi anche un esplicito omaggio ad ancor più lontane radici (la cover della sempre commovente Heart Of Stone dei Rolling Stones). Il tipico suono da quarantenni nostalgici, privo di qualsivoglia relazione con la tecnologia e i calcoli di mercato? Senza dubbio, come orgogliosamente rimarcato da mirabili esempi di lirico vigore chitarristico quali Dangerous, Hearts, Asteroid B-612, Song L e City Slang. Tutti da suonare ad alto volume, compatendo affettuosamente coloro che, traviati dal mito del (finto) nuovo, rifiutano l’idea che il vero rock non abbia età.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.320 del 23 settembre 1998

 

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