Johnny Cash

Il primo postumo di Johnny Cash arrivò nei negozi due mesi dopo la morte del suo titolare, esattamente come lui l’aveva concepito: il ricchissimo box quintuplo, insomma, non avrebbe dovuto essere un disco “alla memoria”, bensì l’ennesimo capitolo di una vita (non solo) artistica semplicemente straordinaria. Purtroppo non è andata così, ma l’epitaffio discografico è stato, quantomeno, all’altezza della situazione.

Cash copUnhearthed (American)
Si esamina l’oggetto in sé ed è davvero difficile non rimanerne fortemente impressionati: una scatola di cartoncino foderata in similstoffa, con poche scritte serigrafate e una striscia di piccole fotografie sul davanti, al cui interno sono infilati due elegantissimi volumetti nel medesimo stile estetico, uno contenente cinque (!) CD e l’altro un’imponente raccolta di esaurientissime note esplicative. Il tutto, va da sé, rigorosamente in nero, in omaggio a chi era man in black molto prima degli Stranglers e di un paio di filmetti d’azione pieni di effetti speciali; e anche in segno di rispetto per questo immenso musicista che nello scorso settembre, dopo lunga ma fiera lotta con i malanni impostigli dall’età e dal solito destino bastardo, se n’è andato dolorosamente dall’altra parte, lasciando come eredità una straordinaria carriera il cui solo “effetto speciale” – tanto per rimanere in tema – è la sua inconfondibile, splendida voce bassa, capace di ammantare di fascinoso magnetismo ogni parola e ogni tema affrontato, da quelli meno spessi a quelli universali.
È cosa ben nota che l’ultima fase di attività di Johnny Cash, dal 1994 alla Fine, si è svolta sotto l’egida della American Recordings e naturalmente in clima di stretta collaborazione con il produttore Rick Rubin: un decennio che, non fosse bastato tutto ciò che era venuto prima, ha imposto l’artista americano anche presso il pubblico giovanile, che non non ha potuto non innamorarsi di questo “vecchietto” – ma ragazzo nello spirito – che oltre a scrivere di suo pugno canzoni magnifiche si divertiva a reinterpretare in un’originalissima chiave folk estratti dai repertori di gente come Glenn Danzig, Soundgarden o Trent Reznor, a dimostrare che spesso le barriere stilistiche esistono solo nella mente di chi vuole crearle (ascoltare per credere, Thirteen, proprio di Danzig: potrebbe essere a tutti gli effetti, nel suono così come nel testo, un pezzo di Cash). Una scelta, quella delle cover alternate ai brani autografi, alla quale il Nostro (eroe) è rimasto fedele per la sua intera permanenza alla corte American, concretizzatasi in quattro album di quasi sempre rara bellezza intitolati American Recordings (1994), Unchained (1996), Solitary Man (2000) e The Man Comes Around (2002); un quinto dovrebbe uscire entro quest’anno grazie al solito Rubin, impegnato in un lavoro certosino con i nastri in precedenza incisi volto a rispettare quelle che probabilmente sarebbero state le decisioni dell’Uomo in Nero in materia di scaletta. Decisioni tutt’altro che facili, visto che per ciascuno dei suoi ultimi album Cash era solito registrare dai quaranta ai settanta episodi per poter poi attingere dal serbatoio non “i più belli” (ammesso che sia possibile stilare graduatorie del genere) ma quelli che sembravano legarsi meglio gli uni agli altri.
A tale mare magnum di session “perdute” rende oggi ampiamente seppur sempre parzialmente giustizia questo Unhearted, progetto non speculativo in quanto seguito personalmente e approvato da Cash: settantanove tracce, delle quali sessantaquattro inedite divise nei primi quattro CD e le altre quindici già conosciute collocate in quell’ultimo dischetto che è con tutta probabilità il “best of” più best che si potesse concepire. Iniziando da questo, chi avesse ascoltato poco o nulla della produzione anni ‘90 del Maestro rimarrà strabiliato dalle versioni cash-izzate della già citata Thirteen, di Rusty Cage dei Soundgarden, di Hurt dei Nine Inch Nails, di Solitary Man di Neil Diamond, di One degli U2 o di The Mercy Seat di Nick Cave, oltre a qualche non meno vibrante originale come Delia’s Gone o The Man Comes Around, che è comunque bello risentire l’una dietro l’altra. È però logico che tutti gli altri, per i quali la “tetralogia American” è una sorta di monumento, si lanceranno subito sul resto del ricchissimo programma, composto in massima parte da remake più o meno oscuri: citando in ordine sparso e a memoria, e quindi senza pretese di indicare momenti di spicco (che sarebbero comunque soggettivi), una Redemption Song di Bob Marley in duetto con Joe Strummer, una Father And Son di Cat Stevens e una Cindy – un traditional – che vedono alle seconde voci rispettivamente Fiona Apple e Nick Cave, una Pocahontas e una Heart Of Gold di Neil Young che avranno di sicuro fatto piangere di commozione il buon vecchio Neil, e tutti i gospel e le canzoni da chiesa proposti in nuda veste voce/chitarra e allineati nel quarto compact, quello dei brani che Cash ha selezionato dal vecchio “Hymn Book” di sua madre: saranno anche meno vivaci rispetto alla media delle altre tracce (sempre scarne, benché in generale più arrangiate e a tratti quasi rock), ma esalano da ogni nota quantità industriali di sentimenti puri.
Ci sarebbe molto altro da dire, naturalmente, ma non è il caso: un po’ per non annoiare, un po’ perché lo spazio a disposizione sta per terminare e un po’ perché spiegare a parole la magia di Johnny Cash non è proprio una cosa semplicissima. Quindi, cercando di evitare ogni retorica, ci si limiterà a ribadire il valore assoluto di questo scrigno – è il termine giusto – di gemme preziose, per valutare il quale proprio non si può fare a meno di strappare tutte le stelle disponibili dal nostro cielo di carta.
Tratto da Mucchio Extra n.13 della primavera 2004

 

Annunci
Categorie: recensioni | Tag: | Lascia un commento

Navigazione articolo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Blog su WordPress.com.

L'ultima Thule

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

8th of May

wild cats walk longer

Withnail e io

Il blog di Carlo Bordone

juveniledelinquentmusic

Hi NRG ROCK'N'ROLL!!!!!!!!!!!!!!!

BABYSNAKES di Massimo Del Papa

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

PELLEeCALAMAIO di Gianni Gardon

Parole in libertà: pensieri sparsi su ciò che mi ronza per la testa e ciò che mi gira attorno.

Nudespoonseuphoria's Blog

100 cover versions and a kitchen sink drama

Venerato Maestro Oppure

Il primo blog di Eddy Cilìa

BASTONATE

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: