Elliott Smith

Il fatto di essere stato terminato dopo la morte – tragica, tragicissima e nient’affatto annunciata – del suo titolare, rende il sesto album di Elliott Smith concettualmente affine allo Streetcore di Joe Strummer di cui si è raccontato ieri. Senza nulla voler togliere a quello dell’ex Clash, il testamento del cantautore del Nebraska è catalogabile dalle parti dei capolavori.

Elliott Smith copFrom A Basement On The Hill (Domino)
Bisogna sempre fare i conti con la retorica, quando si scrive di artisti scomparsi, specie se la scomparsa è avvenuta in circostanze tragiche e lo scomparso era, come gli eroi di gucciniana memoria, “giovane e bello”. E la retorica diviene poi quasi inevitabile quando ci si trova a commentare un’opera postuma, per di più quella che – ritocco più, ritocco meno – avrebbe dovuto vedere la luce con il suo titolare a raccogliere applausi: insomma, il canto del cigno o il testamento spirituale (eccola qui, la retorica…) che crediamo fermamente essere un atto d’amore e non il solito disco magari valido ma raffazzonato, assemblato con materiali d’archivio per soddisfare comprensibili, ma comunque basse, esigenze mercantili. Un’opera come questa, parzialmente incompiuta in quell’orrido 21 ottobre 2003 quando il trentaquattrenne del Nebraska – giovane e bello, d’accordo, ma traviato da alcol e droghe, a ribadire il triste e affascinante cliché che vuole ispirazione e dannazione spesso a braccetto – staccò la spina dal mondo con modi persino più agghiaccianti di quelli scelti da Kurt Cobain (due ferite al petto autoinferte con un’arma da taglio, ad alimentare morbose voci di omicidio).
Probabilmente la realtà è un po’ diversa, come suggerito dalle note di copertina (le registrazioni sono state effettuate in troppi studi e le incisioni “a posteriori” non sono tenute nascoste), ma piace comunque ritenere che From A Basement On The Hill – sofferto seguito dello splendido Figure 8 del 2000 e sesto capitolo di una discografia solistica che trasuda da ogni nota e strofa intensità e dolore – sia proprio come Elliott Smith l’avrebbe voluto: fragile e soffice ma spesso, malinconico eppure in grado di lasciar trapelare sentimenti di gioia e soprattutto – per quanto riguarda la forma musicale – sospeso in un equilibrio magico tra povertà e ricchezza, dove a essere lo-fi sono l’intenzione e i suoni e non anche le architetture strumentali e canore. Architetture che, pur sembrando di primo acchito dimesse e naïf, dimostrano a un ascolto appena più attento di essere invece frutto di scelte accurate, ponendosi a metà strada fra la scarna ruvidezza delle prime tre prove indipendenti e la maggiore complessità degli ultimi due lavori per la DreamWorks: un ibrido la cui ambiguità non è un difetto ma un valore aggiunto, dove la poesia dello sfortunato loser americano emerge prorompente da canzoni – canzoni autentiche, è meglio precisarlo, e non abbozzi più o meno elaborati – ora luminosamente psichedeliche (Coast To Coast, un’apertura di ampio respiro tra melodie sinuose, chitarre ruvide/acide e atmosfere evocative, così come A Passing Feeling o le più cupe Don’t Go Down e Shooting Star) e ora all’insegna di un tenue intimismo che richiama alla mente il maestro Nick Drake (Let’s Get Lost, Strung Out Again, Twilight), ora costruite sugli schemi di un pop un po’ surreale – gli Eels non sono distanti, ma a sorridere compiaciuti dietro le quinte ci sono John, Paul, George e Ringo – che ammalia sia quando è (semi)nudo come in The Last Hour o Memory Lane e sia quando è più articolato come in Pretty (Ugly Before) o nella stupenda A Distorted Reality Is Now A Necessity To Be Free collocata in chiusura di scaletta. Oppure, come in quella gemma di leggerezza e gusto che è la dolcissima A Fond Farewell, dalla quale ci si lascia cullare piacevolmente finché ci si accorge che il testo recita “è solo un affettuoso addio a un amico / che non ha potuto aggiustare le cose”, spargendo altri sinistri presagi attraverso immagini di sballi, vomito, disagio, di morte in genere e di suicidio in particolare… e per quanto Elliott ripeta “this is not my life” non sia hanno dubbi sul fatto che la vita della quale canta è proprio la sua, e l’odioso fardello di inquietudine e rimpianti si fa pesante da sostenere.
Non è però il rammarico, tutt’altro che spento e anzi reso più bruciante dalla profondità e dalla bellezza dell’album, a farci vedere in From A Basement On The Hill – a proposito, un titolo azzeccato: per la cronaca, il seminterrato sulla collina è lo studio Satellite Park di Malibu nel quale si sono svolte molte session – la migliore summa della sensibilità e del talento di un artista tormentato e brillante, abilissimo nel far vibrare le corde della chitarra e del cuore; e questi quindici brani, che nonostante qualche tono accigliato e qualche verso tenebroso non danno affatto l’impressione di un uomo allo sbando e in procinto di compiere un gesto così definitivo, sono dunque la sua consacrazione tra le stelle del cantautorato rock di tutti i tempi. Un angelo dalla faccia sporca, dalle vene infette, dal fegato a pezzi e dall’interiorità in subbuglio che ha adesso trovato pace e dorme, idealmente, su quella collina che tanto fa pensare a Spoon River e a quel Suonatore Jones che a differenza di lui – fanculo, Elliott, perché? – con la vita avrebbe ancora giocato.
Tratto da Mucchio Extra n.17 della primavera 2005

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Categorie: recensioni | Tag: | 4 commenti

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4 pensieri su “Elliott Smith

  1. Quest’anno saranno 10 anni dalla scomparsa di Elliott, hai scritto un abella recensione che spero inviterà le persone ad ascoltare e a leggere l’arte di Elliott.
    Non sarebbe bello pubblicare le traduzioni dei testi ?

    • Grazie!
      Su Elliott era uscito un libro biografico, anni fa, ma mi risulta che abbia (ovviamente) venduto pochissimo. Dubito che qualche editore si metterebbe mai a pubblicare le traduzioni dei testi…

  2. alberto

    http://traducocanzoni.wordpress.com/2013/01/20/traduzione-elliott-smith-figure-8/ qui c’è la traduzione di figure 8 se ti và…..ciao

  3. Alberto GRAZIE!!! Vado subito a leggere

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