Joe Strummer

Una morte tutt’altro che annunciata, quella di Joe Strummer. E un album, Streetcore, che il suo titolare non è riuscito a terminare. Insomma, in questo caso a essere postuma è non solo la pubblicazione ma anche (solo in parte, ovvio) la realizzazione. Posto che i capolavori dell’ex leader dei Clash sono altri, ci piace ricordare che quello qui preso in esame non è un disco “di serie B”.

Strummer copStreetcore (Hellcat/Epitaph)
L’ultima cosa che vorremmo, che di sicuro non sarebbe gradita neppure ai titolari del disco in oggetto, è che il giudizio su Streetcore fosse in qualche modo condizionato dalla scomparsa, lo scorso 22 dicembre, dell’ex leader dei Clash: i sentimenti di affetto e commozione, per quanto forti, non devono pesare sulle valutazioni qualitative, anche se l’artista che li evoca ha lasciato all’improvviso questo mondo al quale aveva già dato il massimo – diciamo The Clash, London Calling, Sandinista e Combat Rock: chi ritiene che non sia abbastanza si faccia ricoverare al più presto, è un pericolo per sè e la società – e al quale poteva ancora dare, con la schiettezza e l’umiltà che gli sono sempre state compagne.
Sgombrato il campo da eventuali equivoci, possiamo affermare con gioia  che Streetcore è un buon album, pur se completato post mortem e senza alcuni brani che Joe avrebbe voluto inserirvi perché non c’è stato il tempo di inciderli: un buon album in assoluto e non solo al paragone con i due in precedenza realizzati assieme ai Mescaleros, che con tutto il rispetto erano proprio poca cosa. E ciò perché, nonostante le circostanze avrebbero dovuto renderlo frammentario e raffazzonato, ha tutta l’aria di essere il prodotto di una vera band e di un musicista che, superato lo shock della rentrée, aveva forse trovato la chiave per una nuova fase di carriera che non fosse sepolta sotto un passato grandioso ma per molti versi opprimente. Nella sua succinta scaletta, dieci tracce per un totale di quarantuno minuti, ci sono infatti varie gemme: la deliziosa ballata country-folk Long Shadow scritta per Johnny Cash e la splendida cover di Redemption Song di Bob Marley, entrambe registrate a Los Angeles con il contributo di Rick Rubin; il policromo e incisivo reggae Get Down Moses e la sommessa e avvolgente (e un po’ sovrarrangiata, ma tant’è) Ramshackle Day Parade, in salsa world; l’altro country, Silver And Gold (rilettura di Before I Grow Too Old, un pezzo di Bobby Charles risalente al 1952), e l’evocativa (anche nel testo) Burnin’ Streets, fino al vivace singolo Coma Girl, clashiana non solo per l’inconfondibile e bellissima voce. Non altrettanto riusciti, invece, il semi-strumentale Midnight Jam, probabile riempitivo, e Arms Aloft e All In A Day, paradossalmente i due episodi dove più sono marcati quegli accenti punk’n’roll dei quali Joe era maestro. Senza la tragedia, insomma, staremmo scrivendo di uno Strummer rinato. Non ci è possibile farlo, ma con il groppo ancora in gola proviamo a consolarci riconoscendo in Streetcore un più che onorevole epitaffio.
Tratto da Il MucchioSelvaggio n.548 del 30 settembre 2003

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Categorie: recensioni | Tag: | 2 commenti

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2 pensieri su “Joe Strummer

  1. Amo tantissimo questo disco, forse non sarà perfetto, probabilmente Strummer non lo avrebbe fatto uscire così, ma l’ho sempre sentito davvero “accorato”, molto più dei due precedenti che mi sembrano un po’ fuori fuoco, quasi fatti con poca convinzione. Redemption song ha davvero un’anima che sembra venir fuori dalle casse ogni volta, Coma Girl sembra quasi un pezzo “di quei giorni lì, quelli del fuoco vivo” e le canzoni “country” riuscite come se fosse sempre stato avvezzo al genere. Davvero un saluto con onore

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