Warren Zevon (2003)

Ci sono vari modi per affrontare una morte annunciata, e dieci anni fa Warren Zevon ne ha scelto uno “ottimo”: realizzando un album. All’epoca lo recensii su Extra, commettendo però un piccolo errore del quale mi sono accorto solo adesso, in sede di revisione: fidandomi di una fonte imprecisa, avevo scritto che l’artista americano non aveva purtroppo fatto in tempo a vederlo nei negozi. Scoprire che le cose erano andate diversamente ha per un attimo reso meno spesso il velo di malinconia.

Zevon copThe Wind (Artemis-Ryko)
Come tutti sanno, Warren Zevon ci ha lasciati lo scorso 7 settembre per il solito tumore: una morte ampiamente annunciata che il cinquantaseienne musicista americano ha tentato finché ha potuto di esorcizzare, lavorando assiduamente a quello che sapeva sarebbe stato – i miracoli, purtroppo, sono merce rara – il suo testamento artistico e umano. Non era certo facile racchiudere in un solo album il senso di una carriera e di un’esistenza vissute fra alti e bassi ma sempre sinceramente, però lui ci ha provato; e invece di utilizzarle per togliersi qualche sfizio, o per stare vicino ai suoi cari, ha preferito spendere le sue ultime settimane realizzando un disco. Questo disco, che non sarà la sua pietra miliare assoluta – è comunque quasi all’altezza dell’Excitable Boy del 1978 e del Sentimental Hygiene concepito nel 1987 con l’accompagnamento degli amici R.E.M. – ma che incarna alla perfezione l’estro e lo spirito di un uomo poliedrico, la cui passione per il tipico rock a stelle e strisce, per la letteratura e per le storie cinematografiche ha trovato sviluppo in decine di canzoni intense, coinvolgenti a più livelli (ora fisico, ora emotivo, ora persino intellettuale) e spesso all’insegna di un’ironia particolare, a tratti sconfinante nel cinismo. Un’ironia e un cinismo che caratterizzavano anche la sfera personale, come dimostrato dalla risposta fulminante da lui data d’istinto a un David Letterman che, durante un’intervista in TV, gli augurava di vivere ancora abbastanza per poter terminare l’album: “male che vada, si farà un ep”.
Conoscendo Warren Zevon, pur nella consapevolezza dell’imminenza della tragedia, nulla in The Wind può suonare retorico o tantomeno patetico: né la rilettura, canonica ma splendida, della dylaniana Knocking On Heaven’s Door, né il “talvolta mi chiedo cosa porterà il domani” nell’avvolgente Dirty Life And Times d’apertura, né il “tienimi per un po’ nel tuo cuore” che chiude la scaletta al termine dell’eterea Keep Me In Your Heart, né la strofa “Ho bisogno di averti vicina / starai con me fino alla fine? / Quando non c’è rimasto nulla / Eccetto tu ed io e il vento” dalla quale è stato tratto il titolo del disco. Colpisce, al contrario, la sua capacità di non affondare nella depressione, dove sarebbe stato umanissimo farlo, e di continuare a sventolare in alto la bandiera del rock’n’roll, senza peraltro soffocare quella malinconia e quell’amarezza di fondo che hanno permeato la sua musica anche in tempi di – relativa: sulla sua vita si sono sempre allungate molte ombre, a partire da quella della bottiglia – serenità. Warren Zevon, insomma, con la sua penna più ispirata, il suo fardello di sentimenti, i suoi fantasmi e le sue (ebbene, sì) speranze, nonché parecchi illustri amici che hanno voluto essergli a fianco in quest’ultimo viaggio: da Ry Cooder a David Lindley, da Bruce Springsteen a Joe Walsh, da Tom Petty a Emmylou Harris, da T-Bone Burnett a Billy Bob Thornton, da Mike Campbell al mentore Jackson Browne, senza dimenticare Jorge Calderón e Jim Keltner. Presenze affettuose e discrete, che non rubano mai la scena al protagonista ma lo aiutano a impreziosire brani dagli inconfondibili aromi westcoastiani, ora vivaci e moderatamente grintosi (Disorder In The House, Numb As A Statue, The Rest Of The Night, Rub Me Raw) e ora – e sono questi i momenti più toccanti – delicati ed evocativi: le dolcissime She’s Too Good For Me, El amor de mi vida e Please Stay, la più cupa e bluesata Prison Grove, la convincente Knocking On Heaven’s Door cui si è già accennato.
C’è di che intristirsi, nessuno lo nega, ma il vecchio Warren non sarebbe contento di vedere troppi musi lunghi. Magari si commuoverebbe per un po’ accorgendosi di quanto era ed è amato, ma dopo qualche istante batterebbe il tempo per far suonare la band, proprio come il simbolico Johnny da lui reso immortale in un pezzo di tanti anni fa. Ed è per questo motivo che, a dispetto delle diversità – anagrafiche, caratteriali, di approccio, di stile espressivo – ci viene spontaneo paragonarlo a Joey Ramone, un altro che il pensiero del cancro cercava di esorcizzarlo chiudendosi in studio di registrazione e incidendo per il suo addio discografico cose come “non preoccupatevi per me” e “che mondo meraviglioso”. Riposa in pace, Warren (cantavi I’ll Sleep When I’m Dead, ricordi?). Oppure, continua lassù – perché la porta te l’hanno aperta, non c’è dubbio, anche se dopo aver esaminato la tua pratica ti avranno spedito in Purgatorio – a roderti il fegato devastato dall’alcol. E grazie per questo The Wind, con il quale hai scongiurato il pur minimo rischio che potessimo non salutarti come meritavi.
Tratto da Mucchio Extra n.12 dell’inverno 2004

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Categorie: recensioni | Tag: | 1 commento

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Un pensiero su “Warren Zevon (2003)

  1. Anonimo

    Un’ironia e un cinismo che caratterizzavano anche la sfera personale, come dimostrato dalla risposta fulminante da lui data d’istinto a un David Letterman che, durante un’intervista in TV, gli augurava di vivere ancora abbastanza per poter terminare l’album: “male che vada, si farà un ep”

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