Chris Eckman

Altro post breve (ma un po’ più lungo di quello di ieri) dedicato a un altro frontman di gruppo parecchio conosciuto alle prese con un album solistico di area folk. Questa volta i riflettori illuminano il leader dei magnifici Walkabouts e in particolare un suo lavoro che merita di essere scoperto. O riscoperto.

Eckman copThe Black Field (Glitterhouse)
Si chiude in un modo che proprio non ci si aspetterebbe, il vero esordio da solista – il precedente A Janela, edito sempre dalla Glitterhouse nel 2000, era disponibile solo via mailorder – del cantante, chitarrista e leader dei Walkabouts: con una cover più lenta ed eterea, che del modello conserva solo l’incidere ipnotico, di Why Can’t I Touch It?, oscura b-side datata 1979 dei Buzzcocks di Pete Shelley (per chi non lo sapesse, gli ideatori del punk-pop più ispirato e geniale che abbia mai conosciuto la gloria del vinile). Una gemma? Senz’altro. Prima di questi splendidi sette minuti, però, ce ne sono altri quarantuno non meno intensi e densi di suggestioni, all’insegna di quel folk sospeso e ammantato di ombre che è marchio di fabbrica non solo della band-madre di Eckman ma anche, per esempio, di Mark Lanegan: un folk che, pur prediligendo trame acustiche o semiacustiche, è talvolta efficacemente “sporcato” di elettronica, senza che ciò strida con l’essenza di un suono che rimane profondamente legato alla terra, alla natura, al ricordo e più in generale a quel concetto di purezza oggi troppo spesso calpestato in nome della malizia commerciale o della semplice mancanza di gusto.
Si respira sincerità, nei nove episodi di The Black Field. E amore, lo stesso sentimento che in chiave nel complesso meno rarefatta e leggiadra si sprigiona dalla musica dei Walkabouts. Nessuna meraviglia, dunque, che anche quando cammina da solo Chris Eckman sappia rapire i cuori, narrando con il suo canto caldo e profondo storie ricche di sfumature e dettagli come il quadro raffigurato in copertina, capaci di regalare momenti di limpidissima poesia (una strofa come “an eye for an eye leaves the whole world blind / ain’t gonna pass their torch this time” non può lasciare indifferenti) e di trasportare in un mondo vellutato e onirico dove è bello smarrirsi. Certo, sebbene i brani vantino un discreto eclettismo di arrangiamento (piano e dobro, mandolino e violino, glockenspiel e pedal steel, samples e voce femminile…) è possibile che le atmosfere diano un’impressione di relativa staticità, e questo è forse l’unico limite di un disco comunque dotato di notevoli risorse ammaliatrici. Gli estimatori del songwriting roots malinconico ma non depresso vi si accostino quindi con fiducia, senza curarsi di quanti, superficiali o poveri di spirito, rinfacceranno magari a Eckman di scrivere sempre la stessa canzone.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.565 del 10 febbraio 2004

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