Jennifer Gentle

Una decina di giorni fa mi è capitato di recensire Universal Daughters, il notevole, atipico esordio del nuovo progetto allestito da Marco Fasolo con la partecipazione di molti illustri ospiti stranieri. Facendolo, ho realizzato che da oltre cinque anni la band-madre non pubblica un nuovo, vero album (non va infatti contato il Concentric edito nel 2010 dalla A Silent Place, da inserire nella discografia “laterale”), ovvero da The Midnight Room. Ho così ricordato che nell’imminenza della sua uscita mi ero recato in Polesine per incontrare Marco: una trasferta fulminea ma parecchio intensa, dalla quale tornai con un po’ di ritardo rispetto al previsto (persi il treno perché Beatrice Antolini calcolò male il tempo necessario per portarmi alla stazione: poco r’n’r, lo so, ma andò proprio così), ma con un bel bagaglio di aneddoti e soprattutto con l’intervista ora riproposta qui.

Jennifer Gentle foto

Tutti i colori del buio
La questione “artisti rock italiani che incidono per etichette straniere” è, a ben vedere, un po’ ambigua: non si può negare, certo, che varie band nostrane pubblichino più o meno regolarmente i loro dischi all’estero, ma è anche vero che, nella quasi totalità dei casi, tali operazioni siano sostenute da micro-label “di nicchia” e non da strutture concretamente inserite nel mercato internazionale. Felicissima eccezione alla regola sono i Jennifer Gentle, da tre anni e due album legati a quella Sub Pop che, dopo essersi assicurata un posto nella Storia all’epoca del grunge, dall’inizio del nuovo decennio si è affermata come marchio-simbolo del pop-rock contemporaneo più eclettico e stimolante: il 19 giugno arriverà infatti nei negozi di tutto il mondo The Midnight Room, quarto capitolo propriamente detto dell’ensemble – ne esistono altri tre “paralleli”, uno dei quali assieme a Kawabata Makoto degli Acid Mothers Temple – e secondo per la compagnia americana, evidentemente soddisfatta dell’accoglienza di critica e pubblico (novemila le copie vendute) riservata al Valende del 2005. La singolarità della vicenda e lo spessore del nuovo lavoro ci hanno dunque persuasi a evitare la desolazione da “catena di montaggio” del promo-day o la relativa freddezza di un’intervista telefonica: meglio indagare nel modo migliore possibile, cioè salendo su un treno per Rovigo e trascorrendo alcune ore nel suo ambiente naturale con Marco Fasolo, il leader dei Jennifer Gentle. Abbiamo così visitato la spettrale casa-studio di Cavarzere dove The Midnight Room è stato concepito e inciso in pressoché totale autoesilio, e il villino addirittura più isolato in cui il nostro ospite sta allestendo la sua nuova bottega di artigiano/stregone delle sette note, con strumenti e apparecchiature vintage affastellati un po’ ovunque; abbiamo parlato con Marco Damiani, l’amico-manager che lo segue da sempre, con Andrea Garbo, l’esperto chitarrista del gruppo di quattro elementi da poco assemblato per i concerti, e con Beatrice Antolini, la fidanzata anche lei musicista con un’intrigante vocazione all’eccentrico (ascoltare Big Saloon, il suo CD uscito lo scorso anno per la Madcap Collective, e verificare quanto spiccate siano le affinità di coppia: due cuori e una capanna stregata); ci siamo meravigliati apprendendo che Marco – sorriso aperto, aria appena svanita, una lieve somiglianza con Jeff Buckley non evidenziata dalle foto – ha solo ventisei anni e non i “più di trenta” (seppur portati benissimo) che sarebbe scontato attribuirgli esaminandone la carriera, e abbiamo avuto il piacere di scoprire un ragazzo dotato di un talento al 100 % genuino, posseduto dal sacro fuoco creativo e conscio dei propri mezzi ma anche umile e con i piedi saldi a terra… benché la sua mente e il suo spirito volino alti disegnando traiettorie sonore ardite, fantasiose, a volte indecifrabili.

* * *

Cominciamo dall’inizio: Jennifer Gentle si nasce o si diventa?
Tutte e due le cose. La prima spinta mi è arrivata da alcuni vinili di mio padre: Neil Young, Led Zeppelin, Pink Floyd, i Beatles dei quali una sera mi diede la cassetta di 62/66 assieme a quella della colonna sonora di Amadeus. Alla musica “suonata” sono approdato con naturalezza, perché desideroso di esprimermi in quella forma: la mia prima esperienza sono stati i Carcers, avevo quindici anni e gli altri già diciannove/venti, passavamo dal pezzo ultradilato quasi acustico a cose più fragorose e noiseggianti… esploravamo senza grande coscienza, ma stare a contatto con ragazzi più grandi mi ha fatto maturare. Così a diciassette anni ho lasciato gli studi, che con l’eccezione delle materie artistiche mi annoiavano profondamente, e mi sono trasferito a Berlino a lavorare in una gelateria italiana. L’ho fatto per nove mesi, sedici ore al giorno per sei giorni su sette, guadagnando piuttosto bene e non avendo in pratica spese, e così al mio ritorno avevo un po’ di soldi da investire: ho comprato una batteria, un basso, ho inciso qualche provino. Poi sono andato per un mese in vacanza a San Francisco e appena rientrato ho messo su la band. Da lì è nato I Am You Are, esordio autoprodotto dei Jennifer Gentle, cui è seguito Funny Creatures Lane. Il nome è tratto dal testo di Lucifer Sam dei Pink Floyd: suona bene, è il nome di una donna – strega, per di più – mentre noi eravamo tutti maschi e quindi possiede un fascino ambiguo.
E poi avete trovato l’America. Come si fa a firmare con la Sub Pop?
Ci ha scritto un loro manager dicendo di avere acquistato a Seattle, per curiosità, il CD con i primi due album uscito per una piccola etichetta australiana, e di averlo trovato bello e interessante. Dopo una settimana un’altra mail ci comunicava che anche il boss Jonathan Poneman lo aveva apprezzato, e così ci hanno offerto un contratto per un disco e opzione per un altro.
Cosa comportava, l’accordo?
Totale libertà artistica e un budget dignitoso – 3.000 euro, aumentati a 5.000 per il secondo – per le registrazioni. Il vero investimento, al di là dei soldi, è però stato sulla promozione: oltre alle numerosissime interviste, anche dieci alla settimana a ridosso dell’uscita di Valende, ci hanno organizzato un tour di un mese e mezzo in furgone con autista, trentanove tappe negli Stati Uniti e tre in Canada. Una cosa memorabile, che ripeteremo in agosto. Ora siamo appena tornati dalla Gran Bretagna dove abbiamo tenuto alcune date a scopo pubblicitario, ci hanno persino pagato un addetto stampa per accompagnarci. La Sub Pop è una struttura molto professionale gestita in modo familiare, siamo davvero contenti di essere con loro.
E due mesi fa siete stati in Cina.
Lo spot realizzato dall’associazione Cina Oggi per una campagna contro l’AIDS, sonorizzato con la nostra I Do Dream You, è stato trasmesso per mesi dalla TV nazionale. Grazie ad alcuni altri sponsor abbiamo tenuto quattro concerti nel sud del Paese, vissuti con entusiasmo incredibile: in un luogo “vergine” come quello ci siamo davvero resi conto della forza ribelle e liberatoria del r’n’r. Ci torneremo a giugno, per esibirci a Pechino.
Prima mi dicevi dei giornalisti americani: che domande ti rivolgevano?
Volevano soprattutto sapere dei miei ascolti, delle mie esperienze, di come componevamo e incidevamo… non avevano idea del background di un gruppo italiano. È anche accaduto che mi abbiano chiesto il significato di qualche strofa dei miei testi, perché non essendo di madrelingua certe mie espressioni – benché corrette – suonano bizzarre, poco canoniche.
Critiche alla pronuncia, come da copione per noi “provinciali”?
No, anche se ho fatto fatto tutto da solo. Forse ho sbagliato io, avrei dovuto “studiare” un po’, ma non ci sono stati commenti negativi. Anzi, sulla All Music Guide qualcuno ha addirittura citato “l’accento texano di Fasolo”, cosa che mi ha fatto sorridere.
Dimmi invece del tuo approccio al canto, così singolare e stridente: è una scelta, o fai di necessità virtù?
Non mi sono mai posto problemi di tecnica, mi sono solo preoccupato di fare qualcosa che mi soddisfacesse, che non fosse brutto per il mio gusto. Il mio modo di cantare è maturato negli anni: prima cercavo una melodia, una linea vocale, e la seguivo senza reale coscienza. Poi, via via, ho provato a elaborare un mio stile. Non sono capace di virtuosismi, o magari sì, non ci ho mai provato davvero: cerco solo che quello che canto sia funzionale a quello che scrivo, la mia voce si evolve con la mia scrittura.
Più in generale, quali sono i tuoi obiettivi artistici?
Credo che nella musica, come nel cinema o nelle arti figurative, si debba offrire un’alternativa alla realtà. Chiudo la porta alla realtà e mi concentro sul mio mondo: mi piace l’idea di stimolare l’immaginazione, come un regista, un pittore o uno scrittore. Non farò mai un pezzo di critica sociale, come non farei mai un documentario se fossi un regista.
Le note della Sub Pop vi definiscono “psychedelic avant-pop explorers”. Commenti?
“Explorer” mi sta bene e anche “pop”, in quanto sinonimo di melodia e fruibilità. Anche psichedelia è ok, a patto che con il termine si voglia intendere qualcosa che va oltre l’esperienza comune e non un cliché a base di sballi e deliri. Ho qualche dubbio su “avant”: da un lato evoca il manufatto, l’artigianato, qualcosa da guardare da dietro una teca, ma dall’altro fa pensare a qualcosa di concettuale, pesante.
La psichedelia storica marciava di pari passo con le droghe. Qual’è la tua posizione in merito?
Non ho nulla contro gli stupefacenti, ma detesto l’idea di non essere pienamente padroni di sé. Buon per chi riesce a mantenersi lucido pur assumendo sostanze: io non ne sarei capace e quindi evito, benché la mia musica potrebbe far pensare diversamente.
Ti affidi più all’istinto o più al raziocinio?
L’istinto dà la scintilla iniziale, e spesso anche più della semplice intuizione, mentre lo sviluppo richiede ragione. Sono un perfezionista, per scrivere The Midnight Room ho impiegato circa un anno: ci tenevo che ogni strumento “cantasse” e interagisse con gli altri in un certo modo.
Vedi la tua carriera come una serie di momenti distinti o come un unico percorso?
Di sicuro nel 1999 non ipotizzavo The Midnight Room, ma posso dire di aver considerato fin dall’inizio i Jennifer Gentle come una strada in salita: per me è fondamentale fissare un traguardo che però spero di non raggiungere mai in modo da avere sempre uno stimolo. Sono felice di quel che ho fatto – ritengo di aver sempre dato il massimo, con i mezzi e il bagaglio che avevo a disposizione – e di quello che sto facendo, sono eccitato al pensiero di quello che farò: mi dà prepotentemente fastidio l’idea che il capolavoro si debba tirarlo fuori a vent’anni, una vita dura molto di più e c’è tutto il tempo per crescere e migliorarsi.
Per The Midnight Room che obiettivi avevi stabilito?
Quando devo organizzare un nuovo disco riascolto sempre i precedenti e ci ragiono su, perché ci tengo a un costante sviluppo. Valende è arioso, un po’ tipo “raccolta di canzoni varie”, mentre per The Midnight Room volevo qualcosa di più compatto, che sembrasse suonato da un unico strumento e che fosse più fluido e anche quasi ossessivo, ma non ripetitivo. I brani sono più cupi e, credo, più “rock”, e le atmosfera più omogenee, anche se non mancano i colpi di scena.
Stravagante che sia più “rock”, avendolo tu registrato da solo e non con una band.
Per i primi due album, benché sia sempre stato il compositore/produttore, i Jennifer Gentle sono stati un gruppo normale, in Valende ero affiancato da Alessio Gastaldello che provvedeva a batteria e percussioni, ora sono pure l’unico responsabile delle esecuzioni, a parte il piano di Electric Princess che è suonato da Beatrice. L’autarchia non è stata cercata, ma alla fine mi ci trovo a mio agio: ci tengo al controllo totale, alla fine sotto questo aspetto sono un po’ maniacale. Il peso della responsabilità è elevato, ma sarebbe più duro scendere a compromessi con la mia esigenza di dominare la situazione. Peraltro, Marco Damiani è stato ed è tuttora preziosissimo, in termini di riscontro e di confronto.
E dal vivo?
Dipende dai brani: in alcuni tutto deve rimanere com’è stato concepito, in altri ci sono buoni margini di intervento per jam o divagazioni. Sono molto soddisfatto della mia attuale band, sono eccellenti musicisti e non rilevo limiti alle nostre possibilità evolutive.
Nella tua musica ti sforzi di essere personale?
Un disco è come un figlio: è un tuo frutto, anche paragonandolo ad altri figli è comunque un pezzo unico. L’importante è che sia sangue del tuo sangue, che sia vero: quindi, se corrisponde ai miei canoni, ecco che è, appunto, personale. Ovvio che ci si trovino riferimenti ai miei ascolti, che non nego, ma la personalità non è per forza originalità o novità: è, invece, “io sono così”.
In ogni caso ti dai parecchio da fare: inventi strumenti e suoni nei modi apparentemente più bislacchi.
L’utilizzare mezzi di fortuna da un lato asseconda le mie inclinazioni ludiche e sperimentali e dell’altro è un’esigenza pratica: non avendo abbastanza soldi per acquistare tutto quello che vorrei sono costretto a improvvisare… come faceva, nel cinema horror, un grande maestro come Mario Bava. La cosa non mi dispiace affatto: anzi, certi “stratagemmi” artigianali mi piacciono proprio, e non credo proprio che ci rinuncerei pure se un giorno dovessi avere a disposizione un budget imponente.
La citazione di Bava non mi stupisce: in fondo le tue canzoni, specie le ultime, sono un po’ inquietanti, per non dire “spaventose”.
Dario Argento raccontò di provare paura mentre, di notte, scriveva le sue sceneggiature: sono rimasto molto colpito dalla considerazione che una cosa creata da te, e della quale dovresti avere padronanza, acquisti la capacità di impressionarti. A me è capitato lo stesso quando l’inverno scorso, nella mia casa-studio circondata da campi e nebbia, preparavo The Midnight Room, e questo mi ha dato la sicurezza di trovarmi sulla strada giusta. La paura è un concetto forte: non so dirti se con il disco volevo farne, ma so per certo che durante il lavoro mi piaceva viverci dentro: sono affascinato dalle suggestioni, anche se magari un po’ paranoiche.
E ti piace anche vivere nel vintage.
La tecnologia è sopravvalutata: ci sono strumenti, amplificatori, effetti che andranno bene sempre. Che sia possibile dipingere con il Photoshop non significa dover rinunciare ai pennelli: anzi, bisognerebbe sempre partire da lì. Essendo un romantico innamorato del passato dubito che sarò mai un ipertecnologico, ma sono convinto che anche facendo uso di apparecchiature molto vecchie si possa essere futuristici.
Con le esperienze “di peso” che hai avuto all’estero, come vedi il circuito indie nazionale?
Fuori c’è comunque tanto da sbattersi e nessuno ti stende davanti tappeti rossi, ma rispetto all’Italia riscontro maggiore disponibilità ad ascolti meno canonici. Qui regnano diffidenza e pigrizia: in generale i giovani hanno pochi ascolti standardizzati e recenti, mentre all’estero la musica è più importante culturalmente, è un bene primario. È il solito discorso della mancanza di coraggio: un tempo c’era chi andava in TV e diceva “qui non posso esternare quel che penso perché altrimenti mi mettono dentro”, mentre ora si è passati a non dire più niente. E questo silenzio è così mortificante.
Insomma, ti senti un po’ un disadattato.
No, disadattato mi suona come “sfigato”. Mi sento me stesso in un mondo e soprattutto in uno stile di vita che non mi assomigliano affatto. Devo quindi rimboccarmi le maniche e costruirne uno mio, fosse anche solo per me e per quelli che vorranno farmi visita.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.635 del giugno 2007

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Categorie: interviste | Tag: | 1 commento

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Un pensiero su “Jennifer Gentle

  1. grande gruppo, che sento molto affine a me da un punto di vista musicale, oltre che prettamente geografico, visto che abito al confine tra Verona e Rovigo 🙂 li seguo da tanti anni, anche se hanno optato, a mio avviso giustamente, per un mercato internazionale, vista la natura dei loro prodotti. Grande rock psichedelico

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