Billy Cobham

Qualche volta l’ho scritto: io e il jazz siamo, citando Franco Battiato, mondi lontanissimi. Sia chiaro che questo non vuole essere un giudizio nei confronti del genere in questione, non mi permetterei mai. È, invece, una semplice considerazione: il jazz non mi prende, non mi muove nulla dentro. Se lo ascolto – e ci ho provato, partendo dai capolavori riconosciuti da ogni esperto – mi trovo a pensare “bello!”, “ah, però!”, “diamine, che tiro!”… ma sollecitato solo dal cervello e mai dal cuore. Un mio limite, assolutamente sì, ma non so proprio cosa farci. Eppure, da ragazzo, alcuni dischi di jazz imbastardito con il rock – Bitches Brew di Miles Davis, la Mahavishnu Orchestra, i Nucleus, i primi Weather Report – mi piacevano. Coerentemente, ho sempre evitato di scrivere di jazz. Tra le poche eccezioni alla regola c’è quest’intervista a Billy Cobham richiestami da Audio Review, della quale esiste pure una versione video – sì, c’erano le telecamere: doveva essere inserita a mo’ di bonus in un DVD – che spero vivamente sia andata smarrita.

Cobham foto

Billy Cobham, uno dei più famosi batteristi del mondo, non dimostra affatto i suoi cinquantacinque anni: i capelli sono grigi e un po’ radi, questo sì, ma il fisico più o meno da culturista – plasmato dal largo uso di bacchette e pedali – gli conferisce un’aria decisamente giovanile, così come giovanili sono gli abiti indossati in occasione del suo “mordi e fuggi” romano organizzato proprio per la visita alla sede della Technipress. Parla lentamente, Billy, mettendo comunque in luce una cordialità che è evidentemente insita nel suo carattere; ed è proprio per uniformarsi ai toni amichevoli della conversazione, e non certo per mancanza di riguardo verso l’età e il rango, che in sede di trascrizione della chiacchierata – volta soprattutto a inquadrare il personaggio e non ad approfondire la gloriosa storia del musicista: se l’obiettivo fosse stato quest’ultimo, si sarebbe dovuto pensare a un libro – abbiamo utilizzato il “tu” invece del più rispettoso “lei”.
Nei tuoi oltre trent’anni di carriera hai suonato con musicisti di ogni tipo, da Miles Davis a James Brown fino a Peter Gabriel. Qual è il segreto che ti permette di lavorare con generi e personalità così diversi tra loro?
Ascolto ciò che mi chiedono di fare e in qualche maniera riesco ad assorbire le loro idee. In generale ho conosciuto pochi musicisti capaci di ascoltare sul serio e di acquisire una direzione, mentre io penso che riuscire a realizzare esattamente ciò che ci si attende da me sia un‘affascinante sfida. A volte mi è capitato di fare anche troppo: ero stato chiamato per sostituire qualcuno e magari, per suscitare una buona impressione ed essere nuovamente considerato in futuro, esageravo un po’… ma, in ogni caso, credo che fare troppo sia meglio di non fare abbastanza.
Sei in grado di suonare in molti modi differenti, mantenendo però un tuo stile. Come è possibile farlo senza modificare il progetto in cui sei coinvolto?
Fondamentalmente è necessario essere un buon interprete. Una cosa è suonare a tempo, un’altra avere il senso della melodia, un’altra ancora possedere la giusta base armonica e capire la sensibilità dei musicisti con cui si interagisce. Tutto questo va combinato con la dinamica: si può suonare morbido o pesante, ma sempre assorbendo le impressioni degli altri. Inevitabilmente, la propria personalità sarà lì dentro, e sarà come una firma, un marchio.
Molti sono convinti che tu, negli anni ‘70, fossi il vero collante della Mahavishnu Orchestra, anche se si dice che i tuoi rapporti con John McLaughlin non erano facili.
Sotto il profilo musicale non ci sono mai stati problemi, accettavo il mio ruolo di supporto ritmico della band. Il mio cruccio, semmai, è stato quello di non avere avuto l’opportunità di comporre: avrei di sicuro commesso errori, ma con maestri come Jerry Goodman, Jan Hammer, Rick Laird e John McLaughlin avrei imparato parecchio. John era il leader del gruppo e aveva i suoi progetti, ma ritengo comunque che non fosse giusto che lui non volesse in qualche misura condividerli: spiegarsi bene è fondamentale al fine di ottenere i migliori risultati. Nella Mahavishnu Orchestra non sono riuscito ad esprimermi come avrei desiderato e come poi ho fatto con le mie produzioni solistiche.
Miles Davis diceva che tu avevi aggiunto un feeling “rock” al suo sound: era una cosa intenzionale?
No, ma provo grande riconoscenza nei confronti di Miles per avermi permesso di seguire le mie naturali inclinazioni; lui non mi ha quasi indicato le direzioni da seguire, mi ha detto solo “suona”. Certo, mi ha anche insegnato delle cose che avrei potuto cercare di imitare, ma il rispetto che provavo nei suoi confronti era troppo grande: per me era come trovarmi a colloquio con una specie di emissario da chissà quale altissimo livello di conoscenza, e così non mi ricordavo neppure ciò che mi aveva spiegato.
Il tuo Spectrum è unanimemente reputato uno degli album più importanti dell’intera saga del jazz-rock. A distanza di tanti anni, cosa pensi di quel disco?
Indubbiamente ha una certa longevità. È un’indicazione di ciò che ero all’epoca con tutto il mio bisogno di esprimermi e costituisce l’estensione del mio potenziale compositivo in quel momento: insomma, l’ho scritto perché ho sentivo di doverlo fare. Le canzoni di Buddy Guy, o Champion Jack Dupree, o Howlin’ Wolf sono sostanzialmente la rappresentazione dei loro autori, ogni volta che qualcuno compone musica sta fondamentalmente presentando la propria personalità, chi è veramente: raccontare le nostre esperienze è in genere ciò che ci riesce meglio e in qualche modo ci indica anche dove vogliamo andare. Che al giorno d’oggi Spectrum sia ancora accettato e rispettato la dice lunga su come la gente che la riconosce abbia bisogno di questo tipo di musica “di base”. È il groove… le parole possono esserci o non esserci, ma la componente principale è il feeling.
Cambiando argomento, come scegli i musicisti con cui lavorare? In altri termini, cosa cerchi in un collega?
Innanzitutto, deve esserci rispetto reciproco. La gente con la quale ho collaborato con maggior soddisfazione è stata quella che mi rispettava come persona, sia sopra che sotto il palco. La musica è una forma di comunicazione paragonabile alla lingua, con il vantaggio di essere universale: suonando assieme, musicisti di nazionalità diverse si capiscono perfettamente, è una questione di frequenze. Ciò che cerco in un musicista è la desiderio di ascoltare e assorbire ciò che sto facendo, e la capacità di rispondermi a tono, fornendo materia sulla quale io possa lavorare.
Quale credi sia il tuo miglior insegnamento per i batteristi che vorrebbero seguire le tue orme?
Non saprei… Scambio informazioni e non mi pongo mai su un piedistallo a causa dei miei trascorsi. Quando partecipo ai meeting di musicisti specifico sempre di essere lì solo per portare informazioni derivate dalla mia esperienza, come tutti gli altri. Se qualcuno ne farà tesoro e vorrà aggiungerle alle proprie ne sarò contento. In fondo, è lo stesso di quando suono: una volta che una musica è stata composta ed eseguita non appartiene più all’autore ma al mondo intero. Il mio approccio allo strumento può piacere o meno, ma è il mio approccio: per suonare esattamente come me bisognerebbe essere me stesso. Io invito chiunque a prendere da me ciò che vogliono e a interpretarlo alla sua maniera, rispettando la propria individualità.
Non credi che, qualche volta, la tecnica possa soffocare quel feeling di cui si diceva prima? È difficile, per te, trovare il giusto equilibrio?
Hai ragione, può soffocarlo. Chi parte con l’idea di essere, sul piano strettamente tecnico, il miglior musicista, dovrebbe domandarsi cosa ne è della musica. Dovrebbe chiedersi, ad esempio, di come le sue capacità potrebbero combinarsi con quelle di altri, di come tradurre ciò che gli altri stanno facendo e di come ciò che sta facendo verrà recepito da chi ascolta. Si è davvero sicuri che produrre note sia musica quando, a ben vedere, nessuno sta ascoltando sul serio e si sta suonando solo per se stessi? La musica non mente mai, e ciascuno di noi, in fondo, è il primo a sapere cosa può eseguire e cosa no.
Tu non hai mai cercato di suonare qualcosa di particolarmente difficile solo per vedere se ne eri in grado?
No, assolutamente, non ho mai pensato alla musica in questi termini: non ho nulla da dimostrare a me stesso o a nessun altro. Continuo a considerarmi uno studente e cerco di apprendere quanto più possibile durante il mio percorso, passando indifferentemente dall’acustico all’elettrico senza trascurare le possibilità offerte dalle nuove tecnologie. Però, forse a causa della mia età, ora come ora sono portato a esprimermi in modo semplice ed efficace.
Uno dei capitoli più singolari del tuo percorso è il gruppo Jazz Is Dead: non solo in quanto cover-band dei Grateful Dead, ma perché in quel periodo sembravi esserti orientato verso soluzioni più acustiche che non elettriche. Con il senno di poi, qual’è la tua opinione di quell’esperienza?
Mi ha insegnato moltissimo. Probabilmente sarei ancora con loro se lungo il cammino non avessi imparato una lezione fondamentale: che non volevo essere un elemento di una band che mi annullava. A un certo punto mi sono sentito come in trappola perché ho capito che rischiavo di essere non più Billy Cobham ma il batterista dei Jazz Is Dead, cosa che avrebbe pesato in negativo sui miei progetti; quindi, ho ritenuto fosse arrivato il momento di fare qualcosa di mio e ho imboccato un’altra strada. Dal punto di vista musicale, però, si è trattato di una splendida avventura: i Grateful Dead sono stati uno dei più grandi gruppi del secolo, erano unici in ciò che facevano, e poi è stato bello lavorare con musicisti che davano alle cose un altro accento e un altro movimento, partendo da una prospettiva diversa dalla mia. È stato divertente, così come è stato divertente esibirsi dal vivo su è giù per tutti gli Stati Uniti come non mi era più capitato dai giorni della Mahavishnu Orchestra… eravamo una rock’n’roll band anche se suonavamo jazz, e questo era molto interessante: anche perché, non lo nego, i guadagni erano di gran lunga superiori a quelli di qualsiasi gruppo jazz.
Hai partecipato a qualcosa come trecentocinquanta dischi e alcune migliaia di concerti. Non ti capita mai di sentirti un po’ stanco di guardare il mondo da dietro una batteria?
No, no: la musica è la mia vita, il mio mondo. E pur trovandomi dietro la batteria riesco a vedere le cose davanti a me così come la gente riesce a vedermi.
All’inizio degli anni ‘80 ti sei trasferito in Europa. Non era una scelta un po’ strana, per un musicista jazz?
No, perchè? Tanti grandi jazzisti – pensa a Kenny Clarke, Dexter Gordon, Louis Armstrong o Chet Baker – hanno vissuto per un po’ in Europa. Io sono venuto qui per imparare, per confrontarmi con altri musicisti, anche perché in quel periodo in America sembravano esserci spazi solo per gente come i Village People di In The Navy e guadagnarsi da vivere con il jazz era piuttosto complicato. C’era il Giappone, certo, ma non avevo grandi agganci: potevo impegnarmi per crearmeli, ma la prospettiva europea mi sembrava più stimolante sotto il profilo creativo e dello scambio con altri colleghi.
Spostiamoci su altri temi: ti ricordi che impressione ti ha fatto ascoltarti per la prima volta in CD?
È passato un bel po’ di tempo ma credo che si trattasse di Warning, nel 1985. Il suono era molto pulito e non ero del tutto sicuro che il sistema digitale fosse davvero migliore dell’analogico, non a caso registravo in analogico. Comunque, anche si trattava di un momento di transizione, quello del CD era un passo da compiere, assolutamente.
Provi un qualche tipo di nostalgia per i giorni dei dischi in vinile?
Oh, sì. Sono convinto che, in termini generali, la capacità della gente di interessarsi profondamente a un album non vada oltre i cinquanta minuti. Se fosse per me, ma ovviamente le case discografiche non sono d’accordo, registrerei ancora dischi da quarantacinque/cinquanta minuti.
Qual è il tuo atteggiamento verso la tecnologia, sul piano sia professionale che privato?
La tecnologia è un prodotto della natura umana: più si impara e più si vuole andare ancora più avanti, in ogni direzione. Man mano che la civiltà progredisce le situazioni diventano sempre più complesse: fa parte del ciclo della vita e la tecnologia ne è un aspetto con il quale bisogna coesistere, adattandola alle nostre esigenze senza esserne dominati. La penso così, sia come uomo che come musicista.
Tratto da AudioReview n.202 del maggio 2000

Annunci
Categorie: interviste | Lascia un commento

Navigazione articolo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Crea un sito o un blog gratuitamente presso WordPress.com.

L'ultima Thule

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

8th of May

wild cats walk longer

Withnail e io

Il blog di Carlo Bordone

juveniledelinquentmusic

Hi NRG ROCK'N'ROLL!!!!!!!!!!!!!!!

BABYSNAKES di Massimo Del Papa

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

PELLEeCALAMAIO di Gianni Gardon

Parole in libertà: pensieri sparsi su ciò che mi ronza per la testa e ciò che mi gira attorno.

Nudespoonseuphoria's Blog

100 cover versions and a kitchen sink drama

Venerato Maestro Oppure

Il primo blog di Eddy Cilìa

BASTONATE

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: