Enzo Jannacci

Avevo già pronto il post di oggi, ma la notizia della scomparsa di Enzo Jannacci – annunciata, ma non per questo meno dolorosa – mi ha indotto a cambiare programma. Non è ovviamente sciacallaggio e il recupero di due vecchie recensioni – relative all’ultimo, splendido album di studio e ad una retrospettiva riveduta e corretta del repertorio in milanese da lui inciso mezzo secolo fa – non può avere l’eventuale retrogusto retorico di un “coccodrillo” scritto oggi. Chi conosceva Enzo Jannacci solo a grandi linee o per sentito dire, si faccia del bene e approfondisca. Anche subito, perché la tristallegria lenisca almeno un po’ la tristezza.

Jannacci foto

Jannacci cop 1L’uomo a metà (Alabianca)
Sono ormai quasi quarantacinque anni che Enzo Jannacci firma (più o meno) regolarmente dischi. Una carriera gloriosa, corsa sul filo di una canzone d’autore ironica-malinconica dai connotati particolarissimi, e per certi versi fraintesa, forse perché vissuta fuori da ogni schieramento e spesso preferendo il teatro al music-biz: un po’ come quella dell’amico Giorgio Gaber, a fianco del quale ha esordito e con il quale ha condiviso varie esperienze umane e creative.
È nato nel giugno del 1935, Jannacci, ma nonostante i suoi testi lascino trasparire l’autorevolezza e la saggezza a tratti un po’ cinica di chi ne ha viste tante, sembra molto più giovane: per la vivacità che accende la sua musica, per quel gusto di lasciarsi andare mutuato dal rock’n’roll e dal jazz, per le interpretazioni vocali così fuori dalle righe, sghembe e graffianti nel loro recitar cantando. Uno stile inconfondibile che questo nuovo album, degno seguito del Come gli aereoplani di un anno e mezzo fa (ma per fortuna non ritardato dalle stesse, paradossali difficoltà della mancanza di un’etichetta disposta a darlo alle stampe), esalta attraverso dodici brani autografi e una dolente rilettura di Arrivederci di Umberto Bindi, nati dallo stretto sodalizio con il figlio Paolo – cointestatario di scrittura e arrangiamenti – e con il sempre straordinario Mauro “Re Mida” Pagani nel ruolo di produttore e jolly.
Sono splendide storie, quelle raccontate in L’uomo a metà. Storie per lo più gonfie di amarezze, ora private (l’intensissima, pianistica Maria) e ora politiche (Lungometraggio, che affronta senza parlarsi addosso la questione palestinese), che si dispiegano tra profondità e leggerezza, sostenute da una poetica di notevole spessore sostanziale ed estetico che non disdegna a volte il gioco dell’autocitazione (accade ad esempio nella concitata e bandistica Il pesciolone, il momento più faceto e “delirante” della raccolta, che omaggia l’immortale Vengo anch’io no tu no), da trame strumentali di sapore classico, jazz e folklorico/popolaresco, da una personalità esuberante e carismatica che nessuna delusione è riuscita ad attenuare. Certo, il pubblico dei rockisti potrebbe anche non trovarsi del tutto in sintonia con una proposta così diversa, ma chiunque ami la miglior canzone d’autore italiana non può esimersi dal conoscere questo disco. Né, tantomeno il suo titolare, grande artista e uomo di spettacolo che conosce il modo far convivere commozione e sorrisi.
Tratto da Mucchio Extra n.10 dell’estate 2003

Jannacci cop 2Milano 3.6.2005 (Alabianca)
Il prossimo 3 giugno Enzo Jannacci festeggerà i settant’anni: il titolo del disco in oggetto e il disco stesso vogliono quindi essere una specie di regalo, giocato sul filo dell’autoironia, alla vita e alla carriera di questo singolarissimo cantautore che dopo i recenti fasti di Come gli aeroplani (2001) e Un uomo a metà (2003) – composti da episodi autografi di rimarchevole spessore – ha deciso di guardarsi indietro e recuperare la musica delle sue origini, di quando meno che trentenne cercava spazio nella scena della sua città dividendosi tra canzoni e cabaret al fianco di gente come Giorgio Gaber, Cochi e Renato, Dario Fo.
Da tale repertorio, in dialetto meneghino, Jannacci ha attinto a piene mani per quest’album assieme antico e moderno, figlio della memoria ma anche del desiderio di dimostrare che i ricordi possono essere ancora attuali: ecco così pezzi storici quali Andava a Rogoredo, El purtava i scarp del tennis, 6 minuti all’alba, T’ho cumpràa i calsett de sedaPer un basin, Veronica (entrambe cofirmate con Fo), Ma mi (con testo di Giorgio Strehler) o La Balilla (dell’amico Gaber), riproposte con voce inevitabilmente più profonda e sofferta e rivestite degli arrangiamenti del figlio Paolo, sobri ma sofisticati nelle loro movenze jazz-folk, nel tentativo di far rivivere una Milano perduta ma non ingiallita dal tempo come le vecchie cartoline. Un disco magari non per chiunque, ma intenso e toccante come tutto ciò che viene dal cuore, e un’operazione culturale di rilievo, sottolineata dal prezzo consigliato di 10 euro e 90.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.599 del 9 novembre 2004

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Categorie: recensioni | Tag: | 5 commenti

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5 pensieri su “Enzo Jannacci

  1. Gian Luigi Bona

    Gente come Jannacci e prima Massimo Troisi, De Andrè, Gaber, ci aiutavano perchè ci davano un’identità. Il fatto è che ogni volta uno di questi grandi artisti ci lascia noi ci impoveriamo e in questo momento storico abbiamo bisogno disperatamente di qualcosa che ci unisce.

  2. Marianna

    Bello! Davvero un gran bell’artico, Fede! Molto più di un qualunque “coccodrillo”…visto che poi, infatti, non lo fosse, a suo tempo…

    • Grazie. Sì, al di là del fatto che finora qui ho pubblicato solo articoli vecchi, meglio qualcosa di scritto quando l’artista ancora c’era. È un pezzo più vivo.

      • Marianna

        Giá…nessuno era più vivo e vero di Jannacci! Lo ricordo sempre con Gaber, vestiti da “Iene” ante-litteram, che saltavano, schervamo, cantavano ed urlavano rock come due ragazzini nel garage sotto casa! Impagabili!

  3. Gian Luigi Bona

    Ho saputo solo da poche ore che Enzo Jannacci ci ha lasciati, era un grande artista, unico. Era anche l’artista che più ho seguito dal vivo. Mi mancherà tantissimo come manca una persona cara.
    Raccontava di persone provate dalla vita piene di dignitá come il barbone con le scarpe da tennis, di bambine malate di cuore, di Mario.
    Sapeva toccare il cuore in modi imprevedibili.
    Lo avevo scoperto tanti anni fa con un carissimo amico che mi ha lasciato veramente troppo presto. Spero che in questo momento sono insieme che suonano.
    Ciao Giuseppe, ciao Enzo.

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