Jarvis Cocker

L’ultimo di questo terzetto di brevi profili introduttivi a interviste è dedicato a un personaggio ancora (molto) diverso dagli altri due: cosa hanno mai in comune – a parte il talento, certo – Mike Patton, Antony e Jarvis Cocker? Questo pezzo uscì poco dopo il primo album da solista del cantante dei Pulp, argomento del quale si parla parecchio.

* * *

Cocker fotoAlla voce “Nerd”, Wikipedia riporta la seguente definizione: “Termine inglese con cui tradizionalmente viene chiamato chi abbia una certa predisposizione per la ricerca intellettuale (magari associata a un’intelligenza superiore alla media) e sia al contempo solitario e con una più o meno spiccata inclinazione all’asocialità. Lo stereotipo dell’immagine del nerd nei mass media e nei cartoni animati consiste in un uomo giovane con grossi occhiali con la montatura nera (meglio se rotti e attaccati con del nastro adesivo), un pocket protector nel taschino per evitare che le numerose penne perdendo inchiostro lo rovinino, pantaloni dall’orlo alto. Indossa camicie e in generale abiti troppo formali per le circostanze. Viene descritto come persona dall’igiene incerta; di solito è molto magro o molto grasso”. A parte qualche dettaglio, insomma, il ritratto più che fedele di Jarvis Cocker, artista peraltro tanto brillante e autoironico da saper sublimare in autentico carisma quelli che per molti altri sarebbero stati gravosi handicap.
Come i nerd di una famosa serie cinematografica, anche Cocker si è preso la sua rivincita. Anzi, più d’una: prima portando al successo di critica e pubblico, dopo anni di frustrazioni, i suoi Pulp, e quindi realizzando con il glorioso marchio Rough Trade – roba recente, di poche settimane fa – un vero esordio da solista che ne scolpisce definitivamente il nome nel pantheon dei songwriter/cantanti inglesi, quelli bravissimi a raccontare storie di vita vissuta – o forse immaginata: ma cosa cambia, in fondo? – con arguzia, disincanto e classe straordinaria. Fa uno strano effetto, sulla copertina di Jarvis e in molte delle ultime foto promozionali, vederlo piccolo-piccolo e dunque quasi annullato dallo sfondo, proprio lui che sul suo look da (anti)divo pop ha sempre giocato, e con ottimi esiti, alla grande: come se questo passo del disco autonomo, senza la comoda protezione della sigla Pulp, fosse faccenda da non sbandierare troppo, una sorta di privato esorcismo perché dalle ceneri del Cocker che fu – la band tace ormai da un lustro, smentendo clamorosamente il titolo We Love Life allora imposto all’album rivelatosi di (definitivo?) congedo – possa sorgere un nuovo esemplare di entertainer, finalmente maturo. A quarantatré anni compiuti sarebbe magari pure ora, no?
Due brevi frammenti strumentali, undici canzoni e una traccia fantasma (Running The World, il fortunato “singolo” diffuso solo sul Web l’estate scorsa), per quasi cinquanta minuti di durata totale, Jarvis è un piccolo capolavoro di ispirazione e freschezza, dotato altresì di un buon gusto che difficilmente ci si aspetterebbe da uno che nei Novanta non temeva davvero – chi ha dimenticato This Is Hardcore si rinfreschi la memoria – le cadute nel greve. Basterebbe un brano come Heavy Weather, che parte lento ed etereo, fa una strana finta e poi si apre in un irresistibile ritornello byrdsiano, a renderlo meritevole di plauso, ma quando subito dopo arriva la rarefatta, elegiaca ballata I Will Kill Again – con un testo che onora il detto in cauda venenum – si capisce perfettamente che l’allampanato ex giovanotto di Sheffield è andato ben oltre le legittime aspettative… come provvedono a confermare ulteriori gioielli quali una Don’t Let Me Waste Your Time che nonostante la maschera moderna non sa nascondere il suo legame con il grande pop orchestrale dei Sixties, una Black Magic che sembra una Wild Thing rallentata e ricoperta di zucchero filato, una Fat Children che con i suoi spigoli r’n’r strizza l’occhio a Libertines e Arctic Monkeys guardandoli dall’alto, una dolente-ma-senza-esagerare From Auschwitz To Ipswich che a livello di liriche mantiene quanto promesso dal titolo, una Tonite che mentre avvolge vellutata ti sussurra squisite amarezze. E il resto, da Baby’s Coming Back To Me a Disney Time, da Big Julie a Quantum Theory fino a Running The World, si muove sulle medesime coordinate di stile e di consistenza qualitativa, mischiando continuamente le carte di un suono mai banale, che mantiene miracolosamente un’aria sobria a dispetto di arrangiamenti sontuosi di chitarre e sezione ritmica, tastiere assortite e stormi di archi, cori polifonici e percussioni, antichi strumenti folk e qualche sprazzo di elettronica; il tutto a fungere da imprevedibile accompagnamento a versi che rapiscono inesorabilmente con il loro mix di disillusione e humour caustico, autobiografia e fantasia, semplicità e ricercatezza, e non solo perché a sottolinearne la carica emotiva è una (splendida) voce che ai vecchi toni da melodramma preferisce ora un’enfasi più pacata seppur non meno ricca di pathos.
Un po’ crooner e un po’ semi-distaccato confidente, un po’ Ray Davies e un po’ Scott Walker (due grandi che, come lui, hanno atteso il 2006 per tornare a stupire), un po’ Morrissey e un po’ David Bowie, il Jarvis forse più famoso d’oltremanica non è insomma risceso sulla Terra per predare il britpop perduto, bensì per guadagnarsi una cattedra all’accademia del pop d’autore. Che sarebbe meritatissima, perché chi sa inanellare rime come “Is there anything more wretched / than to just have caught one sight? / The eyes that saw the Glory / have been blinded by the light“ è certo stato baciato sulle labbra da Calliope ed Erato, e chi sa concepire una magia sonora fatta di (quasi) nulla come Quantum Theory deve essersi almeno congiunto carnalmente con Euterpe; anche se è lo stesso stravagante casinista con gli occhialoni che ai “Brit Awards” del 1996 invase il palco di un tronfio Michael Jackson mostrandogli in segno di scherno le sue natiche nude.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.630 del gennaio 2007

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Categorie: articoli | Tag: | 4 commenti

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4 pensieri su “Jarvis Cocker

  1. Questi post su artisti (e ce ne sono tanti) che riescono a coniugare uscite soliste più che dignitose, o ottime, alla “normale” discografia del gruppo principale, non può non farmi pensare a quanti avrebbero fatto meglio a soprassedere all’idea di lasciare i compagni di strada (anche momentaneamente) per giocarsela da soli.

  2. giannig77

    l’anno scorso a Pordenone ho assistito a un concerto dei Pulp, in reunion. E’ stata un’emozione forte, visto che si tratta di uno dei gruppi british con cui ero cresciuto musicalmente nei 90. Mancava solo il chitarrista Russell Senior ma per il resto la band era quella di “Common People”. Beh, ho rivisto Jarvis in gran forma, vero showman, istrionico, ma soprattutto un grande cantante, non ha mai steccato, mai un errore, nonostante non si sia certo risparmiato sul palco, tra corse, balli ecc. Belle le sue prove soliste ma forse poco “glamour” e troppo introspettive, con i Pulp mi sembra più “a fuoco”

  3. Gian Luigi Bona

    Grande autore il nostro Jarvis, i suoi dischi solisti mi piacciono quanto quelli con i Pulp e forse anche di più. Del resto un artista che scrive una storia d’amore e di quantistica merita amore incondizionato da parte mia.

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