Antony & The Johnsons

Dopo quello di ieri su Mike Patton, ecco un altro breve “profilo”… il cui protagonista, però, non potrebbe essere più diverso dall’ex frontman dei Faith No More. Anche questo articolo, che risale ai tempi di The Crying Light, fu scritto per introdurre un’intervista non mia.

Antony fotoMusicista e personaggio non allineato, il trentasettenne Antony Hegarty. Inglese di nascita ma americano di adozione, scoperto da un cult-hero (David “Current 93” Tibet) ma proiettato verso la notorietà da una star (Lou Reed), apprezzato a livello alternativo così come nei salotti buoni, conosciuto dagli appassionati di rock, pop e avanguardia ma anche nel mondo dell’arte e della moda, il cantante/compositore è ormai una figura di una certa importanza di un vasto circuito che abbraccia tanto i club underground e i teatri quanto le riviste fashion e i programmi TV di tendenza: un nome che sfugge ma che in fondo sta bene ovunque, e che nonostante l’handicap della timidezza sa come imporre il suo carattere. Quando era ancora un emergente, non semplice da decifrare al di là della natura transgender, chi voleva sminuirne le capacità e/o deriderlo lo definiva “il Boy George dell’indie-rock”. E lui, che mai aveva negato la propria ammirazione per l’icona pop degli anni ‘80 autore della celebre Do You Really Want To Hurt Me?, pensò di duettarci in You Are My Sister, traccia portante del suo secondo album I Am A Bird Now; e a guardarli, nel video ufficiale così come in qualche apparizione live, sembrano davvero due “sorelle” (virgolette d’obbligo, ne converrete), l’una di dieci anni più giovane dell’altra. Che in qualche modo “si specchiano”, per nulla allontanate dalle diversità di indole espressiva e di percorsi compiuti.
Quella con Boy George, risalente al 2005, è stata comunque solo una delle numerose e prestigiose collaborazioni con le quali Antony, persino più che con i dischi a suo nome, ha via via consolidato la sua notorietà. Da Lou Reed, che su suggerimento di Hal Willner lo volle nel 2003 nella magnifica Perfect Day di The Raven (e poi in altre occasioni), a Björk, del cui Volta marchia indelebilmente due tracce; da Rufus Wainwright (in Want Two) a Marc Almond – un altro suo ispiratore – in Stardom Road; da Joan As Police Woman (in Real Life) a Linda Thompson (in Versatile Heart) e Marianne Faithfull (in Easy Come Easy Go); dalle CocoRosie (in Noah’s Ark) ai Matmos (in The Rose Has Teeth…); dai Current 93 di Black Ships Ate The Sky agli Hercules And Love Affair dell’omonimo esordio, fino al Franco Battiato del recentissimo Fleurs 2, dove si cimenta addirittura con l’italiano – i risultati, però, sono discutibili – in un adattamento nella lingua di Dante della sua b-side Frankenstein. E se è vero che gli inviti di simili maestri non si possono declinare, è altrettanto innegabile che l’iperattività “conto terzi” – comprendente anche presenze speciali in film, documentari e concerti: un esempio per tutti, If It Be Your Will in Leonard Cohen: I’m Your Man – ha un bel po’ rallentato la carriera “ufficiale”: dal debutto Antony & The Johnsons (2000) alla replica di I Am A Bird Now sono infatti trascorsi ben cinque anni, e quasi quattro ne sono serviti per arrivare al nuovo The Crying Light, atteso nei negozi a metà di questo gennaio.
Eppure, a dispetto dell’impressionante palmarès e della dichiarata stima del gotha “rock” internazionale, Antony non è amato da tutti: c’è chi gli rimprovera l’eccessiva raffinatezza di uno stile mai ridondante – benché ricche sul piano strumentale, le trame sono in realtà assai equilibrate e spesso scarne, con il pianoforte del Nostro come fulcro – ma certo carico di solennità, chi mal digerisce l’enfasi delle sue performance canore, chi vuol per forza vedere stucchevoli pose da primadonna in un approccio al palco che invece è solo un esorcismo per antichi disagi personali: gli stessi che nelle foto promozionali – con le quali, contrariamente a ciò che si potrebbe credere, il rapporto non è facilissimo – sono nascosti da sguardi fuori obiettivo e/o dal ricorso ad abiti e make-up che catturano l’attenzione. Eppure, la sua voce da angelo (caduto?), le sue canzoni a metà fra tormento ed estasi, la discreta esuberanza con la quale affronta un ruolo sotto i riflettori che forse non si sarebbe mai aspettato di ricoprire, lo rendono una delle figure più credibili e affascinanti dei tempi confusi che stiamo vivendo. E chissà che un domani, ai figli che non avremo o forse sì, di questi cazzo di anni zero non saremo in molti a raccontare proprio Antony e le sue ballate di acqua e aria.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.654 del gennaio 2009

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