Simona Gretchen

È da pochissimo in circolazione il secondo album di Simona Gretchen, che secondo le dichiarazioni dalla stessa artista è l’ultimo del suo percorso da cantautrice: di sicuro farà altro, nella musica e forse non solo, ma non sarà direttamente riconducibile al percorso finora compiuto. L’ho seguito bene, tale percorso, e non ho alcuna difficoltà a dichiarare di esserne sempre rimasto molto, molto colpito: non solo sotto il profilo emotivo ma anche, diciamo così, professionale. Il perché è spiegato nei quattro (brevi) articoli qui ripresi, grossomodo tutto ciò che ho scritto in tempo reale sull’argomento.

Gretchen cop 1Gretchen pensa troppo forte (Disco Dada)
Una personalità notevole, quella di Simona Darchini in arte Gretchen, come messo inequivocabilmente in luce da questo debutto solistico che segue l’esperienza formativa – anche discografica – vissuta come bassista dei Karmica: undici episodi dalle strutture scarne ma quasi sempre sostenuti da una grinta e una ruvidezza di chiaro stampo rock, sviluppate in soluzioni chitarristiche per lo più abrasive, parole belle e profonde intonate/declamate con voce potente e duttile, atmosfere dove la luce stenta a insinuarsi tra ombre peraltro non (troppo) opprimenti. C’è già chi vede in lei una sorta di alter ego al femminile, con un assetto strumentale più ricco e policromo (alcune tracce, ad esempio, sono impreziosite dal magico violino di Nicola Manzan), de Le Luci della Centrale Elettrica e non è così assurdo: anche lei è figlia di questi cazzo di anni Zero, benché la sua formula tragga per lo più linfa dallo scorso decennio e il suo approccio sia in realtà meno “cantautorale” di quanto possano far pensare, almeno di primo acchito, questi neppure trentaquattro minuti di musica libera e liberatoria. Ancora un po’ acerba, magari, ma senza dubbio vera e viva.
A noi, però, la ventiduenne romagnola fa pensare più alla PJ Harvey abrasiva di Dry, a una Patti Smith padana cresciuta con Ferretti invece che con Rimbaud, a un’eventuale versione “selvatica” della prima Cristina Donà. Un’artista che scrive, suona e canta con cuore e pancia oltre che con il cervello, efficacissima nell’evocare attraverso sonorità istintive e vibranti una vasta gamma di emozioni sempre intense. Non c’è un solo riempitivo, in Gretchen pensa troppo forte, e – anzi – è difficile trovarvi brani che non colpiscano subito con la loro graffiante piacevolezza, la loro inquietudine non compiaciuta di sè, la loro tensione che si alimenta (anche) di negatività ma che anela al positivo… e questo rende Simona Gretchen più di una promessa. Se non si perderà per strada, e se continuerà a assecondare appieno la sua musa irrequieta e visionaria, è destinata ad accompagnarci – e probabilmente sorprenderci – ancora per molto tempo.
Tratta da Il Mucchio Selvaggio n.665 del dicembre 2009 e dall’Annuario del Mucchio 2009 (versione estesa).

Gretchen fotoEspressivo, graffiante, di grande carattere: Gretchen pensa troppo forte, debutto della ventiduenne romagnola, è una delle più belle sorprese degli ultimi anni di “cantautorato rock” italiano.
Quando hai composto i pezzi del tuo album, e cosa ti “bruciava dentro” al punto di spingerti a metterti in proprio, dopo aver suonato in alcune band?
I brani sono stati scritti da luglio 2008 a giugno 2009 eccetto Alpha Ouverture e Fockus, ai quali ho lavorato durante le registrazioni. Credo che a portarmi al percorso solistico sia stata, da un lato, la volontà di rimettermi in gioco in qualcosa di completamente diverso da ciò che avevo fatto fino ad allora. Chiuso il discorso con i Karmica* ero amareggiata per una serie di motivi, ma per niente rassegnata: ero consapevole di cosa non aveva funzionato e non volevo tentare di ricreare – sarebbe stato infantile e nostalgico – un progetto di quel tipo. Cominciavo poi a sentire il bisogno di proporre quello che forse già era pronto a essere sviscerato: percepivo di avere materiale per un disco mio, anche se non c’era nulla (o quasi) di pronto. Forse è stata una specie di scommessa. Tutta fra Simona e Gretchen, però.
Le tue canzoni sembrano rifarsi agli anni ‘90, in primis a PJ Harvey e Giovanni Lindo Ferretti. Quali influenze, stilistiche e attitudinali, riconosci come importanti, per te?
Rimandano certamente a quelle esperienze, insieme a tante altre. Gruppi come Smashing Pumpkins, Pixies o Melvins, la scrittura di Leonard Cohen e di Patti Smith, la violenza del vecchio punk e del grunge, e soprattutto il segno indelebile lasciato dai primi Velvet Underground, e da una figura affascinante come Nico, sono stati imprescindibili.
Musicalmente ti poni in modo in modo scarno e spigoloso: è una scelta artistica, o è la tua natura “selvatica” a non poter essere contenuta?
I due aspetti coincidono: quando ho preso coscienza di una certa predisposizione stilistica e l’ho accettata come tale, essa è diventata anche una scelta artistica vera e propria. Credo che la mia musica e il mio modo di scrivere siano spigolosi perché “vogliono” profondamente esserlo, e allo stesso tempo perché non potrebbero risultare diversi da così. La produzione artistica di Lorenzo Montanà, poi, è stata preziosa, perché mi ha sostenuta e valorizzata anche in questo senso.
I tuoi testi sono piuttosto visionari e, spesso, carichi di tensione. Cosa cerchi, attraverso essi, di esorcizzare?
Certi frammenti di realtà che sono impressi nella memoria e che miro contemporaneamente a conservare – o, meglio, non disperdere – e rendere più tollerabili. Più che a esorcizzare uno stato d’animo miro a un certo tipo di catarsi, per me e per chi mi ascolta: non scrivo per “sentirmi” meglio, al limite per “conoscermi” meglio.
In che modo ti senti inserita nella tradizione delle nuove cantautrici italiane, e come – al contrario – pensi di esserne un elemento in qualche misura differente?
Preferirei non collocarmi in nessuna tradizione “al femminile”: ci sono parecchie nuove cantautrici, ma non mi sembrano loro a essere punti di traino del nostro panorama indie italiano. Per rapportarsi davvero alla “scena” occorrerebbe confrontarsi con un contesto più allargato. Temo che altrimenti rischieremmo seriamente di finire in cinque (donne) a guardarci male e nel frattempo gli altri duecento (uomini) a fare la Storia.
Sei già stata definita una specie di versione al femminile de Le Luci della Centrale Elettrica. Quali affinità e divergenze rilevi con Vasco Brondi e il suo mondo apocalittico?
Di sicuro lui ha saputo toccare tasti giusti (e dolenti) della mia e sua generazione, e parlandone si finisce sempre per farlo al plurale. Io per prima mi ritrovo a parlare di “noi” e non di “me”. Non dovrebbe stupire più di tanto, poiché Le Luci canta di tutti coloro che sono parte di “questi cazzo di anni zero”. Penso che i nostri due mondi siano entrambi apocalittici, solo – forse – in modi diversi. Lo scavarsi dentro di Brondi si trasforma in un grido popolare/generazionale di ampia portata, il mio è magari più introspettivo, sovraespone il corpo in fondo solo per penetrare più a fondo la mente. Se Brondi ci parla di “noi” qui si parla di individui, ma a una tale deriva da non essere immuni a una certa spersonalizzazione… però, pensandoci bene, dopo il Postmodernismo parlare di “individui” veri e propri – che sia io o Le Luci o chiunque altro a farlo, ovunque, risulterebbe per lo meno inopportuno. O no?
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.666 del gennaio 2010

Gretchen cop 2Venti e tre
Difficile che, almeno al lettore abituale di questa rivista, il nome di Simona Gretchen suoni nuovo, non fosse altro perché il suo Gretchen pensa troppo forte è stato segnalato nel nostro Annuario fra i dischi italiani più significativi del 2009 e ha vinto l’ultima edizione del “Premio Fuori dal Mucchio” riservato al migliore esordio del 2009/10. In seguito, l’oggi ventiquattrenne cantante, musicista e songwriter di Faenza ha collezionato una lunga serie di concerti su e giù per il Paese, limitando le uscite alla bella Krieg nella raccolta La leva cantautorale degli anni Zero. Nell’attesa del secondo album, che certo non mancherà di sorprendere, sarà a giorni disponibile un singolo in vinile – cinquecento copie numerate a mano – contenente due brani inediti: l’autografo Venti e tre, 2’ e 22” di trame rock nervose e abrasive, atmosfere claustrofobiche e parole declamate con carismatica convinzione, e una cover di Venus In Furs un po’ addolcita rispetto all’originale dei Velvet Underground ma non per questo privata delle sue arie cupe e malsane. Il disco può essere acquistato a 5 euro più spese di spedizione presso http://www.simonagretchen.it, o ai banchetti di eventuali, future tappe dal vivo di Simona; il fascino dell’oggetto, accresciuto dalla tiratura molto limitata, suggerisce però di affrettarsi, sempre che non si voglia correre il rischio di doverlo cercare, un domani, su eBay.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.682 del maggio 2011

Gretchen cop 3Post-Krieg (Disco Dada)
Non si potevano nutrire dubbi sul fatto che il secondo album di Simona Gretchen sarebbe stato diverso, anche molto diverso, da Gretchen pensa troppo forte: troppo (appunto!) particolari le dinamiche personali e creative che nel 2009 erano confluite in quel folgorante debutto (fra le altre cose, “esordio italiano dell’anno” al PIMI), troppo speciale la sua titolare per ripetersi dopo anni di concerti, collaborazioni, esperienze di ogni genere. Non ci si poteva nemmeno attendere, però che il ritorno della cantautrice faentina si sarebbe accompagnato al suo addio, come da esplicito comunicato diffuso lo scorso dicembre: non un ritiro dalla musica e dalle scene bensì l’addio a una vicenda artistica che è nata, si è sviluppata e si è consumata com’era naturale che fosse perché, per dirla con Cobain, “è meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente”. Detto quello che aveva da dire, Simona Gretchen si congeda: ciò che in futuro farà Simona Darchini non sarà mai la stessa cosa.
Otto tracce per nemmeno ventisette minuti, Post-Krieg è, ovviamente, un punto di non ritorno: trame più compatte e convulse, tonalità sempre in Do minore (non a caso, quella di tanti requiem), voce declamatoria posta all’interno dell’impasto strumentale e non “sopra” di esso, testi tanto tormentati quanto liberatori che non rinunciano all’omaggio letterario. Un concept monolitico, ma comunque ricco di numerose e belle sfumature, che affascina e turba, non rinnegando il mondo di Gretchen pensa troppo forte ma rileggendolo in chiave più austera, coesa, non priva di tratti  quasi misticheggianti. Un disco breve ma densissimo che scorre come lava e che semplicemente inchioda con il suo evocativo magnetismo: non è da tutti concepire un affresco così intriso di sentimento, di quelli che magari non si comprendono appieno ma che comunque partecipano la netta, inequivocabile impressione di voler comunicare qualcosa di importante. A metà fra la ieratica dolcezza di un mantra e la violenza di un esorcismo.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.703 del febbraio 2013

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