Dickies (1998)

Se qualcuno sta pensando “e questi chi cazzo (ehm…) sono?”, rimedi subito con YouTube e non se ne pentirà. Si tratta comunque di una band dell’area di Los Angeles che fra il 1977 e i primi anni ‘80 divenne un culto assoluto soprattutto per le sue “assurde” versioni – a base di punk ultraveloce ma anche molto originale, tanto da risultare inconfondibile – di celebri hit – di gente come Black Sabbath, Monkees, Moody Blues, Simon & Garfunkel o Barry McGuire fino a Silent Night e alla sigla di Banana Splits – accostate a non meno esilaranti brani autografi con le stesse caratteristiche. Ufficialmente ancora attivi, benché a singhiozzo e falcidiati da defezioni e decessi, i Dickies realizzarono però un unico disco di sole cover, Dogs From The Hare That Bit Us, uscito nel 1998: fu in quei giorni che mi tolsi il piacevole sfizio di un’intervista.

Dickies copDogs From The Hare That Bit Us (Triple X)
Al di là della rapidità di esecuzione, degli arrangiamenti ricchi e del canto “demente”, i Dickies vantavano una caratteristica pressoché unica nel panorama punk californiano dei ‘70: il loro repertorio comprendeva parecchie cover di classici rock e pop brillantemente interpretate con spirito tra il ludico e il dissacrante. Visto che tale peculiarità ha continuato a marchiare la tormentata carriera della band, protrattasi (anche se con poche prove discografiche) fino ai giorni nostri, non c’è da stupirsi troppo che questo nuovo mini-CD – che segue di quattro anni Idjit Savant – sia per la prima volta composto interamente da rifacimenti di brani altrui: brani “rubati” ai Beatles e agli Hollies, agli Uriah Heep e agli Iron Butterfly, a Donovan e agli Human Beings, ai Weirdos ed ai Knack, presumibilmente scelti solo sulla base dei gusti personali dei componenti e del piacere da essi provato nel reinterpretarli alla loro solita maniera.
Un gioco un po’ stantio, considerato che dura ormai da due decenni? Forse sì, ma sempre in grado di divertire. E sebbene la “ragion critica” ci obblighi, nello stilare una eventuale graduatoria qualitativa, ad anteporgli altri titoli (ad esempio l’esordio The Incredible Shrinking Dickies o la stratosferica raccolta di 45 giri Great Dictations), è innegabile che Dogs From The Hare That Bit Us, con i suoi venti minuti scarsi di scoppiettante e personalissimo punk-pop, sappia offrire una discreta quantità di buone vibrazioni: non solo ai vecchi nostalgici della California che fu, ma anche ai giovani che dei Dickies non hanno finora mai sentito parlare.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.325 del 27 ottobre 1998

Dickies foto

If Stan Could Talk
Sull’asse telefonico Los Angeles-Roma, la trasmissione delle parole presenta il tipico ritardo dovuto alla grande distanza. Dall’altro capo del filo, Stan Lee – la cui voce profonda è resa più roca dai postumi di un’influenza – sembra pronto a rispondere ai quesiti su quei Dickies dei quali è – assieme al cantante Leonard Graves Phillips – la figura più rappresentativa e l’unico superstite dell’organico originale. Un tizio che fa parte di un gruppo battezzatosi “i cazzari” (il cui logo ha oltretutto avuto per parecchio tempo la forma inequivocabile di un pene) e che ha scelto lo stesso pseudonimo del “papà” dei più famosi eroi della Marvel Comics non poteva proprio essere una persona seria al 100%, e infatti l’intervista ha seguito un percorso piuttosto insolito, in linea con lo spirito ridanciano che da ventidue anni guida gli autori delle mitiche Give It Back, You Drive Me Ape (You Big Gorilla), Walk Like An Egg e I’m Stuck In A Condo (With Marlon Brando). A pensarci bene, non si poteva che rompere il ghiaccio con una domanda scema.
Che facciamo, parliamo dell’Uomo Ragno?
Ah, allora lo sai anche tu che Stan Lee non è il mio vero nome! Però, se vuoi, non ho problemi ad affrontare questo argomento: possiedo un paio di centinaia di vecchi numeri di Amazing Spider-Man.
No, per questa volta lasciamo stare. Se ti va, invece, dimmi quali sono i tuoi migliori ricordi della Los Angeles punk del ‘77.
Dio mio, che domanda… e poi di mattina, appena alzato, e dopo una settimana di influenza…
Il contratto con la A&M?
Beh, in effetti quella è stata una bella storia: la band si era formata da poco e in quel momento il nostro massimo obiettivo era realizzare un 45 indipendente. La scena era molto underground e non sembrava proprio che le major fossero davvero interessate a essa… mi credi se ti dico che è andata in maniera semplicissima, senza trattative né patemi?
Ti credo, ti credo. Avete firmato per amore della vostra musica o per diventare ricchi e famosi?
Noi volevamo fare dischi punk, questo è sicuro, ma da bravi figli dell’America capitalista abbiamo anche pensato a sfruttare l’occasione che ci veniva offerta.
E il successo lo avete avuto, soprattutto in Gran Bretagna, tra il ‘78 e il ‘79. Cosa pensi che trovassero, in voi, i ragazzi inglesi?
Ritengo che ci considerassero una band nella quale potevano in qualche modo identificarsi, proprio come i Sex Pistols o i Clash per i loro fratelli maggiori. I nostri concerti erano affollatissimi di ragazzini di dodici, tredici anni.
Pensi che la vostra abitudine di proporre cover di pezzi famosi vi abbia in qualche modo agevolati?
Non so. Abbiamo sempre suonato molte cover perché ci divertiva farlo, e perché erano canzoni che potevano piacere a chiunque: i nostri coetanei le riconoscevano, ma per le frange più giovani del nostro pubblico era roba mai sentita. Paranoid era un pezzo forte, lo ascoltavo quando andavo a scuola.
Però avete interpretato anche brani di tutt’altro genere, come She dei Monkees e Eve Of Destruction di Barry McGuire. Qual era il criterio?
Non c’era un criterio, non c’è mai stato. Qualcuno di noi se ne usciva con “ti ricordi quella canzone di…”, e magari si provava a suonarla: se il risultato era soddisfacente il pezzo finiva nelle scalette o su disco.
Come mai avete aspettato vent’anni per pubblicare un disco di sole cover, visto che proporre pezzi altrui è stato sempre il vostro principale elemento distintivo?
In realtà non avremmo fatto un album di sole cover, ma per una serie di ragioni un po’ complicate da spiegare, compresa una sporca storia di soldi, abbiamo optato per questa soluzione. Non è che proprio ci siamo stati costretti, però alla fine devo ammettere che ne è valsa la pena: era dal 1977 che volevamo registrare Unconscious Power degli Iron Butterfly.
Gli aneddoti raccontati nel libretto del CD sono tutti veri?
Assolutamente veri. Lo giuro.
Anche che tu ti opponevi a Let Me Out perché fare pezzi dei Knack è una cosa “da gay”?
Quella parte è un po romanzata… comunque, i Knack non mi sono mai piaciuti e non ritenevo “figo” suonare una loro canzone. Erano la bastardizzazione commerciale del power-pop di Los Angeles, in quel periodo c’erano gruppi migliori di loro a fare quel genere di rock: azzeccare My Sharona è stata una fortuna sfacciata.
Quali sono pezzi del nuovo CD che ti piacciono di più?
Solitary Confinement dei Weirdos. Però anche Can’t Let Go degli Hollies non è male, così come Epistle To Dippy di Donovan. Sì, anche Easy Livin degli Uriah Heep…
E il titolo, invece, che significato ha?
L’espressione “hair of the dog that bit you” indica una piccola quantità di alcolico che si prende per ridurre i postumi di una sbronza: noi ci siamo limitati a costruirci su un gioco di parole basato sul disegno di copertina, dove c’è una mostruosa lepre (in inglese “hare”, NdI) che cerca di afferrare dei cuccioli. Dogs From The Hare That Bit Us è un nonsens, una cosa da Dickies.
Ti chiedo un altro sforzo mnemonico: lo storico concerto-benefit per il Masque, nel febbraio del ‘78, è stato davvero caotico come appare nei relativi CD usciti qualche anno fa?
Forse anche di più, ma è stato divertente. La cosa meno divertente è che nessuno ci ha chiesto il permesso di pubblicare i nostri pezzi all’interno del secondo di quei CD di cui parli.
Seppure in modo un po’ discontinuo, i Dickies vanno avanti da oltre vent’anni. Sinceramente non ti sei un po’ stancato?
Se così fosse, avrei già mollato tutto. Mi piace fare musica, conoscere gente nuova a ogni concerto, incidere dischi. Perché non continuare, visto che la voglia non manca?
Suonate molto dal vivo?
Non ci possiamo lamentare: un tour americano più o meno ogni due anni, adesso siamo appena tornati dall’Europa, siamo stati due volte in Giappone… e poi ci sono le date estemporanee, quelle in California. Per te è abbastanza?
Toglimi una curiosità: la tua vita è sregolata come le vostre canzoni, oppure è standard, magari con moglie e figli?
Moglie e figli no, soltanto un paio di gatti. Tutto sommato vivo in modo abbastanza normale, sono pazzo e normale nello stesso tempo.
Qual è, secondo te, un gruppo che potrebbe essere definito “i Dickies degli anni ‘90”?
Non ne ho idea. Non credo esistano band simili a noi, o almeno io non ne ho mai sentito parlare. Sono convinto che la nostra migliore qualità è quella di essere diversi da qualsiasi altro gruppo.
Segui la scena californiana di oggi?
Non in maniera maniacale. Mi piacciono gli Offspring, abbiamo anche suonato con loro. Si rifanno alle tradizioni punk degli anni ‘80 e i loro testi hanno dei buoni contenuti, ma all’occorrenza fanno anche dell’ottimo comedy-punk.
Qual è il tuo album dei Dickies preferito?
Oh, finalmente una domanda facile: senza dubbio Dawn Of The Dickies, è il Sgt.Pepper’s del punk rock.
E quello che ti piace di meno?
Probabilmente Second Coming, a quel tempo le nostre idee non erano molto chiare.
Qualcos’altro di nuovo in cantiere?
È appena uscito un singolo inedito per la Fat Wreck Chords, My Pop The Cop: ne sono molto soddisfatto, specie per quanto riguarda il retro, Marry Me Ann. Abbiamo anche scritto un pezzo su Courtney Love: si intitola Courting Courtney ed è una canzone d’amore molto divertente.
Immagino. Un’ultima cosa: ti ci vedi ad essere un “dickie” per i prossimi vent’anni?
No. Però quando avevo vent’anni non mi ci sarei mai visto ad esserlo a quaranta, e quindi è meglio che stia zitto.

* * *

Riletta sullo schermo del computer (e dunque, si presume, stampata su carta) l’intervista non dà proprio la stessa piacevole impressione comunicata durante le operazioni di riascolto e trascrizione: in molti casi, infatti, Stan si è abbandonato a qualche risata, e con un piccolo sforzo di immaginazione lo si poteva quasi vedere, seduto negli uffici della Triple X, a sogghignare di gusto. Simpatico quarantenne, il chitarrista dei Dickies, per il quale il divertimento continua a essere una cosa fondamentale; chissà se la prossima volta che si avrà occasione di parlare, magari faccia a faccia, sarà più disponibile ad aprire lo scrigno dei ricordi e a raccontare un po’ di vecchie storie sulla California di Slash, del Masque e della Dangerhouse: tutti voi, non c’è dubbio, sareste disposti a leggere il resoconto della conversazione anche per una decina di pagine.
Tratto da Bassa Fedeltà n.11 del gennaio/febbraio 1999

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Categorie: interviste, recensioni | Tag: | 5 commenti

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5 pensieri su “Dickies (1998)

  1. savic

    i primi dickies erano geniali, incredible shrinking l’ho divorato. poi piazzavano delle cover fantastiche.

  2. Gian Luigi Bona

    Il punk degli anni ’80 in America era semplicemente il migliore di sempre…

    • Diciamo dal 1976 al 1983.
      Al di là dei nomi parecchio noti (diciamo X, Social Distortion, Adolescents, Black Flag e tanti altri), c’erano tantissime band stupefacenti che hanno lasciato – ai tempi – solo singoli.

      • posilliposonica

        Già…le band californiane dei “singoli”: coloro
        che non fecero in tempo a pubblicare un album
        “vero”.Zeros,NegativeTrend,Urinals,Dils,Weirdos, Screamers,Avengers (e altri).Il fuoco è ancora
        vivo…

    • Sono pienamente d’accordo.

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