Mike Ness

Provo autentica devozione, per Mike Ness. Nei panni di indiscusso leader dei Social Distortion, ovvio, ma anche come titolare di due album solistici pubblicati a breve distanza l’uno dall’altro sul finire degli anni ‘90 e oggi, almeno così mi sembra, purtroppo dimenticati o quasi. Ai tempi li recensii entrambi, e (ri)portarli all’attenzione di qualcuno che potrebbe amarli mi sembra cosa (molto) buona e giusta.

Ness cop 1Cheating At Solitaire (Time Bomb)
Mike Ness doveva averla in mente da un bel pezzo, questa (temporanea) evasione dai Social Distortion. L’ha messa in atto oggi, vent’anni dopo la nascita della band, in perfetta armonia con lo spirito che ne ha costantemente guidato i passi: senza clamori – giusto un pizzico di comprensibile enfasi per il contributo canoro di Bruce Springsteen nella cruda Misery Loves Company, o per quello chitarristico dell’ex Stray Cats Brian Setzer nell’avvolgente Crime Don’t Pay – e senza artifici, come è giusto che sia per un artista che, pur avendo ottenuto ampia notorietà (non solo di culto) e buoni riscontri commerciali, non ha mai nascosto il suo desiderio di rimanere una voce orgogliosamente fuori dal coro.
È un tributo alle radici di Mike, Cheating At Solitaire: il country, il blues, il rock’n’roll delle origini, il rockabilly, in misura minore certo jazz d’atmosfera e naturalmente il punk. Le stesse radici, insomma, che il Nostro ha più volte omaggiato nei dischi dei Social Distortion – chi ricorda le cover di Under My Thumb dei Rolling Stones o Ring Of Fire di Johnny Cash? – e che qui trovano nuova linfa in quattordici episodi caratterizzati da un approccio meno aggressivo ma sempre abbastanza energico, nonché marchiati da un canto inquietantemente suggestivo (più che mai in ballate un po’ torbide quali The Devil In Miss Jones e Cheating At Solitaire) e da liriche ruvidamente poetiche. Sanguigno e affascinante, l’esordio solistico di Mike Ness. E addirittura personale, a dispetto della classicità dei riferimenti. Imperdibile per chi ancora crede in una canzone rock non solo ispirata ma anche onesta.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.349 del 27 aprile 1999

Ness cop 2Under The Influences (Time Bomb)
A neppure un anno di distanza dall’ottimo Cheating At Solitaire, dove non aveva avuto remore ad accantonare – attenzione: non a rinnegare – i vent’anni di punk’n’roll dei suoi Social Distortion, Mike Ness ha voluto omaggiare le proprie radici in modo ancora più esplicito: lasciando da parte, cioé, i pezzi autografi (eccetto Ball And Chain, già nel terzo album della sua band, qui riletta in chiave honky-tonk) e dedicandosi a vibranti e appassionate interpretazioni di brani cruciali per il suo percorso musicale e umano. “Grazie a questi artisti, e ai molti altri che hanno influenzato non solo il mio songwriting ma anche la mia vita in genere”, si legge nelle note, e scorrendo l’elenco degli autori è fin troppo facile intuire il notevole peso che il country – inteso nella sua accezione più ampia e genuina, che nulla ha da spartire con certe melensaggini nashvilliane – deve aver esercitato su questo figlio ribelle del Sogno Americano.
Brillantemente in equilibrio tra raffinatezza ed energia, nonché marchiato a fuoco da una voce tra le più intense e fascinose degli ultimi due decenni di rock a stelle e strisce, Under The Influences propone dunque uno stuzzicante cocktail di Hank Williams e Carter Family, Harlan Howard e Bill Anderson, Marvin Rainwater e Wayne Walker, fino a quella I Fough The Law – scritta dal chitarrista di Buddy Holly, portata al successo nel 1964 dai Bobby Fuller Four e ripresa poi dai Clash – che probabilmente sarà l’unico brano noto ai non-aficionados di musica tradizionale USA. Chi è interessato alle lezioni della Storia ci si accosti pure con fiducia.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.379 dell’11 gennaio 2000

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Categorie: recensioni | Tag: , | 4 commenti

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4 pensieri su “Mike Ness

  1. backstreet70

    La cover di Under my thumb dove la si trova? Si dice nella ristampa di Mommy ma quella proprio non riesco a trovarla.

  2. eliseno sposato

    due dischi magnifici

  3. Orgio

    “Cheating At Solitaire” è uno dei dischi più belli degli anni 90, that simple. Difficilmente accantonabile per chi abbia a cuore la musica americana in senso ampio. Ottimo ripescaggio FG, complimenti come sempre.

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