Genesis (1970-1975)

Non ho mai negato il mio amore adolescenziale per i Genesis (quelli di Peter Gabriel, ovvio), sentimento rimasto comunque vivo in età adulta. Così, quando sul finire del 2008 la EMI concluse la sospirata opera di ripubblicazione “riveduta e corretta” della discografia della band con il magnifico box 1970-1975 , mi venne in mente di dedicare all’argomento un pezzo un po’ autobiografico/emotivo, un po’ critico e un po’ tecnico. Vista la natura anche “da audiofili” del cofanetto, la sede più opportuna per ospitarlo era senza dubbio “Audio Review”.

Genesis foto

The Musical Box
Da qualche parte bisogna pur cominciare, e allora tanto vale farlo da quel lontano pomeriggio del 1973 in cui, da pochi giorni studente delle Superiori, mi portai a casa Selling England By The Pound. Era il primo disco dei Genesis che acquistavo “in diretta” e non “in differita”: i precedenti Trespass, Nursery Cryme e Foxtrot facevano già parte del mio corredo di giovane musicofilo, ma li avevo scoperti ben dopo l’uscita grazie al passaparola dei miei compagni di terza media, alcuni dei quali – fortunati – avevano addirittura assistito al mitico concerto romano del gennaio 1973, in un Palasport stracolmo, quando in patria i cinque erano pressoché sconosciuti e da noi erano invece già stelle. È ancora in mio possesso, quella copia di Selling England, con la sua copertina apribile all’interno della quale sono riportate le traduzioni in italiano – con tanto di note esplicative – dei (visionari) testi delle canzoni. Un bel ricordo e allo stesso tempo un coltello – sì, lo so che The Knife sta in Trespass… – girato in una ferita adolescenziale che, oltre trentacinque anni dopo, non si è ancora richiusa e probabilmente non lo farà mai. Già, perché quando nel febbraio 1974 il gruppo ritornò a suonare qui in città, mio padre mi impedì di essere presente adducendo come motivo i suoi timori – non del tutto privi di fondamento, ok: ma questo lo capisco oggi, all’epoca proprio non ci arrivavo – della folla, della possibilità (anzi, probabilità: in questo senso se ne vedevano di cotte e di crude) di trovarsi coinvolti negli scontri tra la polizia e gli autoriduttori che volevano la musica gratis, e soprattutto della droga: improponibile, per un quattordicenne, e, “figlio mio, mi sembra assurdo che ti angusti così per non poter vedere dal vivo un cretino inglese che si veste da vecchio, da fiore, da volpe”. Non potendo fare diversamente la presi con filosofia, pensando di rimediare con il tour successivo… ma chi avrebbe mai immaginato che nel marzo 1975 il giro promozionale di The Lamb Lies Down On Broadway sarebbe stato annullato con la sola eccezione della tappa di Torino (troppo distante e costosa da raggiungere per un quasi quindicenne, naturalmente), e che molto presto i Genesis sarebbero stati piantati in asso dal loro carismatico frontman, per divenire di fatto un’altra (via via più fetida) band?
Non l’avreste mai immaginato, vero? Il maggior cruccio/trauma musicale di Federico Guglielmi, noto tra appassionati e colleghi soprattutto per la sua dedizione al r’n’r più aspro e abrasivo, è non avere mai visto sul palco i Genesis di Peter Gabriel. Lo dico senza paura né vergogna, dato che non ho mai rinnegato né nascosto la mia fascinazione per il quintetto britannico, neppure in momenti storici e ambiti in cui dichiarare stima e apprezzamento nei suoi confronti aveva lo stesso effetto di una bestemmia urlata durante una messa solenne officiata dal Papa. D’altronde, faccio parte di una generazione privilegiata, quella che nel cruciale periodo formativo non concepiva il “rock” come suddiviso in compartimenti stagni – ciascuno appannaggio di una setta – bensì come un policromo unicum nel quale confluivano Rolling Stones e Klaus Schulze, Deep Purple e Area, Steeleye Span e Weather Report, Fabrizio De André e Philip Glass, Tim Buckley e Beatles e Bob Dylan e tutto il resto – più o meno: sulla “black”, specie se di scuola funk, erano purtroppo in parecchi a nutrire deplorevoli preconcetti – fino ovviamente ai Genesis. Genesis che, della nutrita schiera progressive d’Albione, rimangono il nome di punta alla pari di King Crimson e Van Der Graaf Generator, al di sopra dei vari Yes, Gentle Giant, EL&P: vorrà ben dire qualcosa che, dell’intera truppa, solo Peter Gabriel, Robert Fripp e Peter Hammill continuano tuttora a proporre musica ispirata, significativa e seguita, mentre i loro colleghi rocker filo-sinfonici si sono ritirati dalle scene, cercano tristemente di scimmiottare i loro giorni di gloria, si sono convertiti all’onanismo autoreferenziale o, semplicemente, si sono sputtanati a livelli che non si sarebbero creduti possibili.
Conclusa la fase amarcord, riapro gli occhi e mi ritrovo in una realtà assai diversa da quella della prima metà dei Settanta: appesantito nel fisico ma non nello spirito, temprato dalle mille esperienze positive e negative intanto inanellate ma sempre pronto a entusiasmarmi per la magia della musica, di sicuro (molto) più cinico ma non tanto da avere, come tanti miei coetanei, il cuore ormai pietrificato. Nonché, ed è ciò che più conta in questa sede, con sulla scrivania un cofanetto di forma quasi cubica, che sembra di marmo verde ma che invece è di (pur pesante) cartone, contenente quattro “jewel box” e due confezioni a libretto nei quali sono a loro volta inseriti tredici dischetti argentei, sette solo audio e sei audio/video. Nei primi ci sono Trespass, Nursery Cryme, Foxtrot e Selling England By The Pound in versione SACD ibrido, ai quali sono allegati altrettanti DVD con i mixaggi 5.1 e, per la parte visiva, gustosissimi extra “live” risalenti a quegli anni e interviste ai musicisti appositamente realizzate nel 2007; nei secondi, il doppio SACD di The Lamb Lies Down On Broadway e un altro SACD di rarità e inediti intitolato 1970-1975, ognuno con relativo DVD. Canzoni ascoltatissime ai tempi che adesso, grazie al maquillage in studio curato con la solita competenza da Nick Davis, acquistano nuova limpidezza e nuovi colori: un doppio remix che, senza mininimamente snaturare l’originario, “si limita” ad esaltarlo conferendogli sfumature inedite ed evidenziandone alcuni dettagli, dissipando in tal modo eventuali dubbi sulla legittimità di un’operazione che aveva tutte le carte in regola per scandalizzare i puristi. Perché, diciamolo, molti estimatori della band temevano che gli interventi tecnici “col senno di poi” si sarebbero rivelati irriguardosi nei confronti della storia e penalizzanti sotto il profilo artistico, alterando gli equilibri di opere figlie di un’epoca precisa e fissate nella memoria collettiva in quella stessa, precisa veste con la quale, fra i trentotto e i trentaquattro anni fa, furono consegnati al (sacro) vinile.
Arduo, se non impossibile, scrivere a proposito di quei cinque album qualcosa che non si sia già letta o sentita altrove: si tratta di dischi che hanno segnato profondamente il loro tempo e che tutti (o quasi) conoscono. Ciascun cultore ha il suo preferito, ma se indicesse una specie di votazione commentata con tutta probabilità a raccogliere meno consensi sarebbero l’acerbo Trespass, con l’organico ancora privo di Steve Hackett e Phil Collins, e The Lamb Lies Down On Broadway, atto finale del sodalizio tra Gabriel e soci le cui notevoli intuizioni non bastano a controbilanciare gli eccessi di pretenziosità e le dispersioni dovute alle tensione interna. Partita apertissima, invece, tra Nursery Cryme, Foxtrot e Selling England By The Pound, con il secondo forse appena inferiore al primo e al terzo: ma è una questione di lana caprina, e di fronte all’obbligo di una sola scelta qualsiasi fan avrebbe enormi problemi, perché – solo per fare un esempio – significherebbe rinunciare a due fra The Musical Box, Watcher Of The Skies e Dancing With The Moonlit Knight e sarebbe un po’ come chiedere a una mamma quale dei suoi tre bambini non vedere mai più. Il suddetto trittico è comunque il cuore della poetica dei Genesis, fatta di testi ermetici, atmosfere avvolgenti, toni fiabeschi e trame decisamente ingegnose di tastiere (Tony Banks), chitarre (Steve Hackett), basso (Michael Rutherford) e batteria (Phil Collins), per citare solo gli strumenti principali (ai quali andrebbe tuttavia aggiunto il flauto di Peter Gabriel). Strano pensare che illo tempore ritenevo le architetture musicali del gruppo quantomai complesse, sofisticate e qua e là persino indecifrabili, mentre ora – con infiniti altri ascolti alle spalle – mi sembrano molto più lineari e addirittura orecchiabili. Ammesso che in un lontano giorno siano state sul serio “avanguardia”, benché nel contesto “basso” del pop-rock, quelle canzoni esalano oggi aromi antichi ma senza alcun retrogusto rancido: sono come certe pagine di musica classica e come i traditional, e non solo perché – a ben sentire – in esse non è difficile cogliere tanto elementi sinfonici quanto richiami al folk.
Nell’ultima settimana li ho “ripassati” con attenzione, i cinque titoli sui quali è stata edificata la leggenda dei Genesis, e con mia grande sorpresa mi sono accorto di ricordarne perfettamente numerose strofe, un tot di passaggi, la sequenza degli stacchi… e se anche le mie gloriose copie a 33 giri sono state in pratica arate, è altrettanto vero che ben pochi di quei brani avevano negli ultimi tre decenni trovato la via delle mie orecchie. Che mi siano rimasti così nitidamente impressi nella mente non può non rimarcare la loro forza espressiva, come la constatazione che – seppur con occasionali sprazzi di divertito disappunto per le evidenti ingenuità e/o stucchevolezze rilevate solo a posteriori – il loro impatto evocativo/suggestivo sia pressoché immutato. Logico che chi i Genesis li ha sempre schifati non sarà indotto a cambiar parere dai nuovi mix stereo e 5.1, dalla raffinata estetica del cofanetto o magari dalla nostalgia per quando si era giovani e di belle speranze… ma per gli altri, quelli che con la fantasia ballavano con il cavaliere illuminato dalla Luna o si perdevano nella battaglia della foresta di Epping, 1970-1975 sarà una nuova epifania. “Play me my song”, sembra dire, e non si può resistere al suo richiamo… sebbene, orrore!, il logo “Genesis” su di esso stampato non sia quello “giusto” – insomma, quello di Foxtrot e Nursery Cryme – bensì quello caro all’altra band con lo stesso nome, che non sarebbe mai dovuta esistere, o che al massimo avrebbe dovuto estinguersi dopo Wind And Wuthering.

Genesis 1970-1975: in pillole. Pubblicato alla fine di novembre dalla Virgin/EMI, il nuovo box dei Genesis raccoglie l’intera produzione di studio del gruppo di Peter Gabriel, eccezion fatta per l’esordio From Genesis To Revelation (uscito nel 1969 per la Decca e comunque reperibile in una “deluxe edition”, Edsel/Audioglobe 2005, ovviamente impinguata di tracce risalenti all’inizio della carriera). Dunque, Trespass (1970), Nursery Cryme (1971), Foxtrot (1972), Selling England By The Pound (1973) e il doppio The Lamb Lies Down On Broadway (1974), con in più un ulteriore disco – intitolato come il cofanetto – nel quale sono allineati un singolo del 1972, una B-side del 1974, un demo del 1969, tre session alla BBC del 1970 (tutti già apparsi nella raccolta Archive 1967-75) e la colonna sonora inedita di un documentario del 1969 dedicato al pittore Michael Jackson. Rispetto agli originali, i cinque album sono stati ottimamente remixati, e ai sette SACD “ibridi” sono allegati sei DVD con la musica mixata in 5.1 e preziosi filmati d’archivio con esecuzioni dal vivo, più illuminanti interviste ai musicisti a proposito dei dischi e dell’epoca in cui essi furono concepiti. Il prezzo di listino per l’Italia è stato fissato a 129 euro, che alla luce della quantità di materiale e della ricchezza della confezione non si può davvero definire elevato; a una cifra di poco superiore è invece possibile procurarsi, magari con un po’ di fatica in più, la stampa in vinile (da 200 grammi), con i cinque album remixati ma senza alcun bonus audio o video. I dischi, almeno per il momento, non sono acquistabili separatamente.

Valore aggiunto: i bonus video. D’accordo i nuovi, splendidi mixaggi stereo e surround, ok la confezione lussuosissima, ma non sia mai detto che si facciano passare quasi sotto silenzio i contenuti video di Genesis 1970-1975… anche se, a onor del vero, sono le stesse note di copertina a non valorizzarli, descrivendoli in modo superficiale quasi fossero pochi e di scarsa importanza. Eppure, è esattamente il contrario, dato che il materiale è quantitativamente e qualitativamente superiore a quanto si potrebbe supporre: oltre alle belle interviste, ricche di riflessioni e retroscena, il programma offre infatti: un’apparizione alla TV belga del marzo 1972 (The Fountain Of Salmacis, Twilight Alehouse, The Musical Box e The Return Of The Giant Hogweed), un breve spezzone in bianco/nero dell’esibizione al Piper di Roma dell’aprile 1972 (con una Stagnation incompleta e uno scampolo di intervista), un mini-show dell’ottobre 1973 agli Shepperton Studios (Watcher Of The Skies, Dancing With The Moonlit Knight, I Know What I Like, The Musical Box, Supper’s Ready), quattro pezzi (non integrali, però) e un’intervista filmati al Bataclan di Parigi nel gennaio 1973 (The Musical Box, Supper’s Ready, The Return Of The Giant Hogweed, The Knife), un’apparizione alla TV francese del 1974 (I Know What I Like, Supper’s Ready), una alla TV americana del 1973 (Watcher Of The Skies, The Musical Box) e il documentario con la storia del gruppo realizzato nel 1998 in occasione dell’uscita della raccolta Archive 1967-75. Sul piano tecnico, tanto di immagini quanto sonoro, non c’è comprensibilmente da esaltarsi, ma considerato il valore storico e l’esclusività di queste performance dubitiamo che qualcuno lo reputerà un problema.
Tratto da AudioReview n.296 del dicembre 2008

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Categorie: articoli | Tag: | 18 commenti

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18 pensieri su “Genesis (1970-1975)

  1. Gian Luigi Bona

    Federico, amare la musica non vuole dire tenere per una squadra di calcio come spesso fanno alcuni.
    Anche i miei gusti sono molto vari, tra i miei ascolti di questi giorni c’è l’ultimo Bowie, l’ultimo Kate Bush, Cody Chestnutt i Church, Goat e Metallica. Mi piacciono tutti e per motivi diversi.
    Sopratutto mi diverto tantissimo.

  2. Il gruppo tribute per eccellenza sono i “The musical box”.
    Ma qui siamo a livelli maniacali che sfiorano l’assurdo.
    Ricostruiscono gli spettacoli dei Genesis rispettando tutti i dettagli, con le diapositive originali, i costumi, le luci e i travestimenti.
    Persino le scalette vengono riproposte così come venivano portate in tour dai genesis.
    Cioè non mettono in scena un best of, ma nei vari anni hanno portato in tour prima Foxtrot, poi Selling England, poi The lamb; sino a progettare per A Trick of the Tail, che il cantante, Denis Gagné, lasciasse il posto al batterista (cosa poi rientrata) come è avvenuto per Collins e Gabriel.
    Io li ho visti a Bari e sono impressionanti.
    Sinceramente si rimane presi in contropiede e alla fine non sai se esultare per un lavoro tecnicamente ineccepibile (in pratica una “copia anastatica”), musicalmente accattivante e di livello coi controcazzi o storcere un poco il naso chiedendoti la ragione di tutto quanto.
    Serata comunque piacevole, circondato da riccardoni “di una certa età” che alla fine del concerto si rivolgevano ai componenti chiamandoli “per nome”:“Ciao Tony”, “grande Phil, bel concerto”, “Mike, Mikeee”.
    Io comunque ho avuto il plettro di Steve (Hackett)!

  3. Sui genesis di Phil Collins fino a Duke e sui Gentle Giant non sarei così drastico 🙂

    • Le prime cose dei Gentle Giant – che ho visto anche dal vivo nel 1974 – non erano male. I Genesis di Phil Collins? A parte “A Trick Of The Tail” e “Wind And Wuthering”, li aborro. 😀

      • Il live con il doppio batterista di Collins ha una energia incredibile 🙂

        Riguardo la tribute band ho l’impressione che il lettore di prima abbia confuso i The musical box con i The watch

      • I The Watch hanno pezzi propri, ma rifanno anche i Genesis, mi pare.

      • Lorena

        Dal 1971 al 1974 i Gentle Giant hanno dato prova di un talento musicale immenso non è musica per tutte le orecchie solo questo non ne ha decretato il successo a mio avviso… scusami ma non sono d’accordo con la tua recensione.

      • Nulla di cui scusarsi, figurati. Anzi, grazie dell’intervento.
        Comunque i primi quattro album dei Gentle Giant, comprati all’epoca, non sono mai usciti da casa mia. Qualcosa vorrà dire… 🙂

  4. “The lamb” è diverso dai precedenti un bel po’. Personalmente se dovessi fare la classifica dei dischi dei Genesis con Gabriel procederei al contrario (Da “The lamb” che ascolto meno ma proprio per questo me lo godo di più) a ritroso fino a “Trespass”. Il primo meriterebbe un discorso a parte, un disco di pop cristallino semplicemente stupendo. Ultima nota: So che schifi a puzza le tribute band, ma penso che THE WATCH, che ripropongono i Genesis in maniera impressionante con tanto di timbro vocale Gabrieliano, te li consiglio.

    • Infatti per me “The Lamb…” è importante anche perché è diverso dagli altri (così come il primo, che però è ovviamente ben più acerbo). Dei The Watch me ne ha parlato qualcuno… penso che potrei eccezionalmente vincere la repulsione per le tribute band, non fosse altro per curiosità.

  5. Marco Valerio Masci

    …tutti gli album fino al ’73 sono caratterizzati da suoni “classici”, sinfonici, romantico/retorici. Ma nessuno è mai riuscito ad assemblarli con tanta variazione e continuità. Gabriel racconta che era un “bagno di sangue” il processo creativo che li generava. Mentre “The Lamb Lies Down on Broadway” è totalmente diverso. E’ creatività pura derivata dalle esperienze precedenti ritrasformate ed “asciugate”. E’ come se tutto il prima fosse “accademia creativa” ai massimi livelli, per poter arrivare al “proprio modo”. Infatti TLLDOB non è riferibile ad un “modo” preciso. E per di più le sonorità e le armonie sono ancora attuali. E’ il capolavoro che rimarrà nel tempo e sarà compreso sempre di più col passare del tempo. Se è tanto che non lo risentite, risentitelo (magari in Remixed).

  6. L’articolo è molto ben strutturato, ma loro non riesco proprio a digerirli…

  7. paolo stradi

    Ne avevo già parlato nel blog di Eddy. La scelta preventiva di scegliere dischi in qualche modo “rappresentativi” non la condivido. In una pubblicazione come quella dei 1000 dischi entrano così opere che forse rappresentano qualcosa, ma sono inferiori ad altre solo perchè di un determinato artista ci sono già due titoli. E’ un criterio un po’ da bignamino che penalizza l’opera nel suo complesso.
    Per quanto riguarda il tuo articolo, l’avrei potuto scrivere io, incipit personale compreso. Posso solo aggiungere che l’assolo di Steve in Firth ancora oggi mi fa scendere qualche lacrimuccia…

    • Per quanto riguarda i “1000” abbiamo scelto quella strada, che comunque mi sembra quella più vicina possibile a una parvenza di “oggettività”.
      La “mia” canzone dei Genesis è “Dancing With The Moonlit Knight”. Banale, ma vero.

  8. Il podio, quindi, dovrebbe essere così composto:
    Selling England By The Pound;
    Nursery Cryme;
    Foxtrot.
    Poi The Lamb Lies Down On Broadway e infine Trespass.

    Anch’io metto Selling England By The Pound al primo posto, ma subito dietro c’è Foxtrot di cui Supper’s Ready (al posto di Watcher Of The Skies) è secondo me la perla.
    Ma appunto è questione di lana caprina.
    The musical box è invece il brano che la spunta su tutti gli altri; con alle spalle Dancing With The Moonlit Knight, (la suite) Supper’s Ready, The cinema show e Carpet Crawlers.

    Trespass più staccato, tra gli album, ma con una superba white Mountain.

    Che poi sui “1000”, insieme a Selling England By The Pound, non c’è finito nè Nursery Cryme, nè Foxtrot; bensì The Lamb.

    • Quella dei due Genesis da mettere nei “1000 dischi” è stata una scelta molto sofferta. Su “Selling England By The Pound” non c’era, credo da discutere… cioè, non lo puoi lasciar fuori, nel complesso è il migliore. La scelta di “The Lamb…” è figlia del desiderio di mettere qualcosa di un po’ diverso dai Genesis più classici… e comunque rimane un discone.

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