Jason Molina

Poche ore fa ho appreso con dispiacere della scomparsa – prematura, anche se prevedibile – di uno dei miei cantautori preferiti del periodo a cavallo fra gli ultimi ‘90 e il decennio seguente. L’ho frequentato soprattutto in quegli anni, quando pubblicava bellissimi dischi come Songs: Ohia, ma in seguito ho diradato un po’ i rapporti: non che i titoli firmati con la sua identità anagrafica o con la sigla Magnolia Electric Co. non meritino attenzione, ma a mio avviso il top della sua carriera – durata solo una quindicina d’anni, ma parecchio prolifica – è nella fase iniziale, con album quali The Lioness (2000) e il successivo Ghost Tropic (2002). Quest’ultimo è stranamente il solo del quale mi è capitato di scrivere qualcosa di (abbastanza) esteso, e la sua copertina nerissima è anche quella che più si addice al triste momento. Riposa in pace, Jason.

Molina copGhost Tropic (Secretly Canadian)
A dispetto delle apparenze, le canzoni di Jason “Songs: Ohia” Molina non sono deprimenti: sono malinconiche, questo sì, e certo evocano atmosfere ombrose e affrescano paesaggi non proprio solari, ma sono senza ombra di dubbio tra le più calde e affascinanti nelle quali sia oggi possibile imbattersi nella pur affollatissima scena indie internazionale. È musica per l’anima, quella organizzata dall’(ormai ex) ragazzo dell’Ohio che da tempo risiede a Chicago, dove l’abbondanza di sentimento si traduce quasi per reazione in intrecci elettroacustici scarni e sommessi, in strutture magicamente diafane, in trame armoniche dilatate fino alla rarefazione, in un minimalismo che ha saputo esorcizzare ogni glacialità: più che mai in questo Ghost Tropic, nuovo capitolo di un romanzo discografico che in un lustro ha già offerto altri quattro album veri e propri (Songs: Ohia, Impala, Axxess & Ace e The Lioness), due cd venduti solo ai concerti, una mezza dozzina di singoli ed ep e un’infinità di contributi a raccolte di vario genere.
Profondamente blues nello spirito e visionario nell’attitudine, Ghost Tropic è un viaggio flemmatico e narcotico – eppure lucidissimo – dietro il quale si celano di sicuro finalità catartiche: otto episodi costruiti su chitarre, tastiere e ritmiche appena accennate che solo in due casi scendono al di sotto dei cinque minuti e che in altri due arrivano addirittura ai dodici, dando corpo a esigenze espressive per lo più figlie del disagio interiore ma non per questo disposte a lasciarsene opprimere. Canzoni sussurrate e volutamente un po’ ruvide a dispetto della cura riservata agli arrangiamenti, inquadrabili nella stessa “zona grigia” di quelle di Will Oldham e di Bill “Smog” Callahan ma non troppo lontane dalle pagine più eteree di Tim Buckley o del grande loner Neil Young: struggenti ma positive, capaci di penetrare con delicata irruenza negli angoli più nascosti di ogni cuore bisognoso di emozioni intense. E in possesso del segreto che permette di rendere più che eloquente ognuno dei loro tanti, meravigliosi silenzi.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.418 del 14 novembre 2000

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Categorie: recensioni | Tag: | 6 commenti

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6 pensieri su “Jason Molina

  1. Erewhon

    rip
    Ghost Tropic suo masterpiece.

  2. Nenko

    il destino dice che proprio pochi giorni fa mi son imbattuto in questa bella cover… https://www.youtube.com/watch?v=u5JTmIeD_eQ

  3. Credo che The Lioness sia il lascito più “significativo” di Jason.
    Canzoni, le sue, di una bellezza sofferta che storcono le viscere.
    Poi, oggi, dopo il dovuto omaggio al suo progetto Songs: Ohia, (non so perché, ma) mi è venuto spontaneo passare ad ascoltare Spiderland degli Slint.

  4. che presa a male fede…che dispiacere immenso…tra l’altro ghost tropic non l’ho mai sentito…recupererò…

    • È uno dei più belli, secondo me. Mi ricordo un suo splendido concerto al Big Mama, nella primavera del 2003… rode che se ne vada uno così mentre tanti schifosi sacchi di merda continuano a campare tranquilli.

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