Zu (2009)

Che ritornino o meno sulle scene, gli Zu rimarranno per sempre una delle più straordinarie esperienze rock sviluppatesi in Italia, non a caso una delle poche ad avere raccolto rilevanti consensi, benché all’interno di una nicchia, fuori dai nostri confini. Mai avrei immaginato, al momento di organizzare questa intervista, che il formidabile Carboniferous – il disco che l’aveva “stimolata” – sarebbe stato l’ultimo del trio romano, così come l’eccezionale session fotografica che chiesi di realizzare a Ilaria Magliocchetti Lombi, allora emergente e oggi lanciatissima (lo scatto qui in basso ne è un valido esempio). Non è una consolazione, ma se ai tempi l’avessi rimandata all’album successivo ora avrei parecchi rimpianti.

Zu foto

Il “genere musicale” degli Zu? Ottima domanda, alla quale è però arduo trovare risposta. Azzardiamo “rock estremo in massima parte strumentale con influenze jazz” e passiamo oltre, ché tanto le parole non potrebbero mai rendere davvero l’idea di ciò che il trio è capace di architettare nei dischi e sui palchi… a meno di non tirare in ballo un’espressione certo non tecnica ma di sicuro eloquente come iradiddio. Nel comodo bar a due passi dalla Piramide Cestia dove si svolge la nostra chiacchierata post-session fotografica, Jacopo Battaglia (batteria), Luca Mai (sax) e Massimo Pupillo (basso) si rivelano però persone tranquille e affabili, che tuttavia non mancano di evidenziare in ogni discorso determinazione e lucidità oltre alla singolare alchimia tra passione e rigore che è alla base del loro magnifico progetto: un progetto di granitica coesione, come rimarcato dall’uso esclusivo da parte dei “ragazzi” della prima persona plurale. È inutile, insomma, precisare chi ha detto cosa: come Cerbero, il mastino Zu ha tre teste ma un solo cuore.
Dodici anni di Zu e dieci di uscite discografiche, il tutto con risultati per molti aspetti straordinari. Nel 1997 lo avreste mai immaginato?
Le nostre aspettative iniziali erano minime: fare un disco e poi un tour, e magari qualche concerto in Europa. Si viveva alla giornata, e tutto ciò che via via accadeva rafforzava le nostre convinzioni e ci stimolava a porci nuovi obiettivi… obiettivi che sembravano impossibili, poiché in Italia nessuno li raggiungeva, ma che invece erano alla nostra portata. Se possiamo costituire un esempio in tal senso, ben venga. La differenza tra nascere qui o in posti dove certa musica è più o meno “normale” si paga anche in termini di assenza di riferimenti diretti od opportunità di confronti: in Gran Bretagna e negli Stati Uniti è facile bruciare le tappe grazie alle autostrade già tracciate da altri, mentre da noi bisogna spesso improvvisare, facendosi il culo e rischiando sulla propria pelle ogni decisione. Non a caso pochissimi italiani si sono in qualche modo affermati all’estero, nell’ambito del rock underground: gli Uzeda, gruppi hardcore degli ‘80 come Raw Power, Negazione e Indigesti, e poi? E questo si spiega anche con il fatto che, purtroppo, non esiste una casa discografica rappresentativa, credibile e distribuita decentemente fuori dai nostri confini.
Rafforzate quindi implicitamente la tesi che, sotto questo profilo, il cosiddetto Belpaese è il Terzo Mondo.
Abbiamo molte realtà interessanti e atipiche, e il pubblico del “nostro” genere di sound è persino più numeroso rispetto ad altre nazioni. Però in Italia manca il supporto delle istituzioni, che addirittura remano spesso contro la musica e la cultura in genere. Da noi vige un’ottusità di fondo che chiude le porte a un modo di pensare, vivere e creare non conforme ai canoni comuni: basti pensare all’ostracismo verso i luoghi dove si suona, che logicamente si traduce in difficoltà ad allestire club concepiti per ospitare concerti professionali. Infine, l’indolenza con la quale molti affrontano ogni questione, legata alla filosofia dell’arrangiarsi, è un ulteriore ostacolo.
Siete partiti con l’handicap, ma siete arrivati a traguardi importanti. A posteriori, come analizzereste il vostro percorso?
Lo vediamo come una successione di tappe, volte soprattutto a capire come muoversi in termini di suono e composizione. Finora, dischi e tour sono stati passaggi decisivi per prendere le misure a quella “idea” di Zu che si andava delineando. Per noi non è mai stata una faccenda di carriera o di scalata a chissà quali gerarchie: quello che raccogliamo si traduce in energia positiva che alimenta ulteriormente il nostro lavoro. Al di là degli aspetti strettamente musicali, adesso ci sentiamo più responsabili: siamo adulti, gli Zu sono diventati la nostra occupazione a tempo pieno e le nostre vite ruotano attorno a essi. Per fortuna non è subentrata la routine, e la passione che ci spinge è la stessa di dodici anni fa: ogni traguardo è anche un nuovo punto di ripartenza, non ci vedrai mai dormire sui presunti allori. È comunque molto positivo che tutto si sia un po’ solidificato, al paragone con gli esordi avvertiamo meno precarietà, e pertanto dispersioni e “ansie” sono più limitate.
All’epoca dei primi passi eravate molto “ansiosi”?
Oltre ai problemi pratici, avvertivamo un certo scetticismo: molti, amici compresi, ci dicevano “ma cosa volete fare, dove vi credete di andare?”, e qualche dubbio ci veniva. Sapevamo, però, che il mondo non aveva alcun bisogno di un clone italiano dei Sonic Youth o di chissà chi altro: da subito ci siamo quindi impegnati per essere personali, e pur non avendo inventato nulla da zero abbiamo mischiato tutto quello che ci piaceva in una ricetta che viene riconosciuta come “nostra”.
Un bel coraggio, no?
Il mito dell’artista che sta seduto sul divano ad aspettare l’ispirazione e la telefonata magica del produttore che gli spianerà la strada per noi non è mai esistito. Il talento, ammesso che ci sia, va coltivato e messo di continuo alla prova, come facciamo con le nostre collaborazioni: non credere che non ci tremassero un po’ le gambe, a confrontarci con gente come Mike Patton o Mats Gustaffson, come Eugene Chadbourne o Nobukazu Takemura. Non abbiamo studiato al conservatorio o frequentato scuole di musica, abbiamo solo avuto qualche insegnante a livello personale: la nostra forza è stata ed è tuttora suonare assieme otto ore al giorno in sala prove, sperimentando le possibilità dei vari strumenti e della loro amalgama collettiva. I nostri modelli ideali sono sempre stati gruppi ultracompatti e attitudinalmente aperti all’azzardo e alle influenze, a partire dai Black Flag e dagli olandesi Ex.
Quale credete sia stata, in definitiva, la miglior freccia al vostro arco?
L’essere andati avanti, a testa bassa, in quella che ci sembrava la direzione giusta, senza preoccuparci di nulla… anche perché di tempo per preoccuparci non ne abbiamo – per fortuna – mai avuto molto. Il non avere nulla da perdere, viste le nostre occupazioni precarie di allora, e il desiderio di vedere il mondo – una cosa che altrimenti non ci saremmo potuti permettere – hanno fatto il resto. Ci siamo buttati a corpo morto in questa impresa, e in pratica ci siamo costretti da soli con le spalle al muro. Meno male che lo abbiamo fatto.
Come si vive, di “soli” Zu?
Da cinque o sei anni in modo accettabile, ovviamente grazie ai concerti: non ci arricchiamo, ma abbiamo l’impiego più bello che esista per gente come noi e riusciamo persino a concederci un mese di vacanze. In questo siamo agevolati dalla nostra gestione autarchica: non abbiamo management, organizziamo tutto da soli dividendoci i compiti, in tour non siamo una carovana, scarichiamo gli strumenti e ci prepariamo il palco da soli. Il merchandise aiuta a coprire le spese. È partita così un po’ per scelta e un po’ perché all’inizio nessuno credeva in noi: abbiamo anche provato a collaborare con qualcuno ma non ha funzionato, e visto che ora tutto va per il meglio perché cambiare?
Passando a parlare di musica, spesso siete definiti jazz-core: voi come la vedete?
È un termine limitante, ma non sperare che ci auto-etichettiamo: senza dubbio, però, il jazz è stato per noi una fonte di ispirazione umana, politica e spirituale oltre che strettamente stilistica. Non abbiamo poi nulla a che spartire con le dinamiche e le forzature del r’n’r, dalle strategie promozionali a quelle di immagine: se gli Strokes sparissero e finissero in qualche McDonald sarebbe una buona cosa, affanculo tutti quelli che si conciano come modelli e pensano alle pettinature più che alla musica. Il rock è molto identitario, prevede il culto della propria personalità, mentre noi ce ne freghiamo altamente. Come ascoltatori, in ogni caso, siamo onnivori: dal death metal alla classica fino all’etnica, nessuna barriera.
Come riassumereste il vostro approccio “concettuale”?
La nostra è un’etica di lavoro alla Greg Ginn (chitarrista dei Black Flag e inventore della storica label californiana SST, NdA): intanto fai, poi eventualmente sarai ripagato. Per il resto, di indole siamo “storti” e lontani da ogni cliché: in un contesto jazz sembriamo degli eretici, e lo stesso succede nel giro rock. Veniamo dalla realtà delle occupazioni e dei centri sociali, ma abbiamo sempre rifiutato le logiche settarie di certi ambienti. Quando ci siamo formati eravamo pesci fuor d’acqua in qualsiasi situazione, e questo essere ovunque una cosa a sè è divenuto una specie di nostro marchio di fabbrica.
Siete anticonvenzionali anche nell’organico.
Lavorare con una strumentazione limitata e vedere cosa si poteva ottenere con essa è una delle nostre sfide più appassionanti. Poi, però, ci piace anche inserire nel nostro impianto-base elementi diversi, con una quarta persona che interagisce con noi a livello improvvisativo… e sarebbe interessante, considerando le spiccate personalità dei nostri occasionali sodali e la complicità derivante dall’amicizia che esiste con quasi tutti loro, scoprire cosa si otterrebbe in fase di composizione.
Ma qual è, nella band, il rapporto tra scrittura e improvvisazione?
È curioso, ma nella nostra musica è tutto estremamente matematico. L’idea di fondo dei brani si sviluppa e si perfeziona tramite improvvisazione, ma una volta che il pezzo è definito viene riprodotto dal vivo in modo rigoroso. Con il tempo siamo diventati molto più solidi anche in fase di composizione: l’obiettivo si delinea più chiaramente e tutti e tre ci muoviamo naturalmente per raggiungerlo, senza che occorra parlarne tra noi a livello teorico. Siamo anche grandi perfezionisti, il materiale completato e scartato riempirebbe parecchi dischi.
Però, nonostante non disprezziate le melodie, le vostre non sono “canzoni”. Anche perché, rari ospiti a parte, non avete un cantante.
Abbiamo sviluppato questo aspetto con gli Ardecore, il gruppo messo su con Giampaolo Felici. Adesso ce ne siamo staccati completamente, ma si è trattato di un bel confronto con un immaginario stilistico/poetico molto diverso da quello che abitualmente frequentiamo. Con Giampaolo abbiamo rispolverato e riqualificato quegli stornelli romani che purtroppo erano sviliti in folclore da ristorante. La rinuncia degli Zu al canto è anche dovuta al nostro perfezionismo: una voce dovrebbe essere all’altezza del resto, non nel senso di sterile sfoggio tecnico ma di capacità reali di mettere in pratica le proprie idee interpretative. Ci vorrebbe qualcuno come Rob Wright dei No Means No e non è facile trovarlo, così come non è facile trovare chi abbia qualcosa da dire a livello di testi. Ma non è un problema, ci piace proseguire con ciò che abbiamo e, se vuoi, è quasi più strano che suoniamo rock senza la chitarra. Nel rock il gruppo è spesso una specie di cornice al cantante: noi abbiamo eliminato quel ruolo e collocato tutti gli strumenti sullo stesso piano.
Vi siete legati alla Ipecac di Mike Patton, nella cui scuderia abbondano artisti di nome e spessore. Che effetto vi fa?
Godere del supporto di un’etichetta seria e ben posizionata sul mercato, la cui visione artistica è coerente e in totale sintonia con la nostra, è una bella sensazione: ci sentiamo senz’altro con le spalle meno scoperte. Carboniferous è l’album giusto nel periodo giusto per l’etichetta giusta, e ne siamo soddisfattissimi.
Un’ultima curiosità: cosa consigliate ai tanti giovani musicisti che di sicuro vi chiederanno come potrebbero fare a diventare “come voi”?
Ascoltate tanta musica, e di generi diversi. Suonate più che potete. E non guardate alla carriera in termini di “svolta”, in Italia è sciocco e persino controproducente: il ritorno immediato non c’è, o se anche esiste è effimero: le cose che durano e che danno soddisfazione sono quelle con fondamenta solide. Probabilmente, alle volte, ci reputano matti, dato che le loro curiosità riguardano soprattutto agenzia, management, etichette: del centro di tutto, cioè la musica, sembra fregare piuttosto poco. Ed è molto triste.

Three is the perfect number
I nostri veri album, quelli ‘di composizione’, sono Bromio del 1999, Igneo del 2002 e l’ultimo. Gli altri vanno considerati come prove aperte di una compagnia teatrale, che fa entrare il pubblico in sala affinché si renda conto di cosa si stia facendo. Riteniamo che si possa individuarvi un percorso, al di là del progressivo inspessimento del suono. Se c’è una cosa che, forse, potremmo rimproverarci è l’esserci fatti fuorviare dai tanti impegni collaterali, trascurando un po’ la produzione principale: non a caso Carboniferous è venuto fuori sette anni dopo il predecessore, anche se alcuni dei suoi episodi sono stati scritti da tempo e, prima di registrarli, li abbiamo suonati dal vivo per un anno. Oltre che il primo sostenuto da un budget degno di tal nome, Carboniferous è il nostro primo album studiato e realizzato in tempi lunghi, riflettendo bene su ogni suo aspetto. Il primo a rappresentarci in toto per quello che siamo. In fondo si tratta di una specie di esordio, e non c’è da stupirsi che lo vediamo così: se è normale che uno scrittore si riconosca appieno in un suo libro dopo dieci anni di pubblicazioni, perché non può essere lo stesso per una band? Invece, esistono migliaia di gruppi uguali e insignificanti perché la regola è quella di ‘arrivare’ in un paio d’anni al massimo”.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.656 del marzo 2009

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Categorie: interviste | Tag: | 8 commenti

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8 pensieri su “Zu (2009)

  1. akplm

    li ho visti diverse volte dal vivo. Vederli live un’esperienza unica; forse ascoltare il loro disco a casa è più complesso, forse privo di senso…così come ascoltare un disco hardcore punk (questione di gusti…). Una sera li vidi con Mike Patton, e la loro grandezza musicale oscurò l’ex Faith No More…

  2. Ansia Zen

    Per me sono semplicemente il miglior gruppo italiano degli ultimi quindici anni. Un loro concerto dal vivo è un’esperienza unica, indimenticabile. Quando studiavo a Roma andai a vederli da solo perché nessuno dei miei amici voleva venire con me a sentirli: mai scelta fu più azzeccata.

  3. Anonimo

    Troppo pretenziosi! meglio il buon sano rock’n’roll

  4. Massimo Chiesa

    Mah…li ho sempre trovati troppo sperimentali…a livello di gruppi rock romani ho apprezzato maggiormente sia kim Squad and Dinah Shore Zeekapers che i Fasten Belt

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