Gianluca Grignani (1996)

Altro post che per qualcuno sarà scioccante, ma amen: ho sempre scritto quello che ho voluto su giornali non miei, figuriamoci se potrei limitarmi nel mio blog. Quindi, cosa che del resto ho fatto altre volte, non ho problemi ad affermare che il secondo album di Gianluca Grignani, La fabbrica di plastica, è a mio avviso uno dei più bei dischi italiani degli ultimi vent’anni, e che il successivo Campi di popcorn – in qualche modo “profetizzato”, come leggerete, alla fine di questo post – è quasi al suo stesso livello. Nel 1996 non mi feci alcuno scrupolo a sfidare il pubblico del Mucchio, per il quale il già famosissimo “cantautore” era solo l’ennesimo bluff da classifica, dedicando al musicista la copertina di “Fuori dal Mucchio”, ai tempi un inserto di sedici pagine: per il mondo rock Grignani era un esordiente e quindi da esordiente lo trattai, con una “forzatura” che ancor oggi mi sembra sensatissima.
Peccato che Gianluca abbia in seguito fatto dietrofront, smettendo di seguire – al di là di qualche deviazione, su disco e sul palco – la strada tracciata con quei due splendidi dischi. Posso capire e giustificare la sua scelta, presumibilmente “di comodo”, ma certo mi trovo un po’ di amaro in bocca pensando alle tante altre belle cose che avrebbe potuto regalarci. Nei miei capienti archivi ci sono anche recensione e intervista di Campi di popcorn, un giorno recupererò anche quelle.

 

Grignani copLa fabbrica di plastica (Mercury)
Sì, proprio quel Gianluca Grignani. L’idolo delle ragazzine in (pur legittimo) calore, rivelazione del penultimo Sanremo, mattatore di classifiche italiane ed estere con il suo esordio Destinazione Paradiso, accolto su queste pagine in virtù di un’improvvisa e imprevista abiura del passato – di cui, almeno a suo dire, è colpevole il solito music-biz avido e fagocitatore – e di un conseguente proclama di appartenenza al grande popolo del rock. A sottolineare la sua “liberazione”, Grignani ha pubblicato un nuovo album, significativamente intitolato La fabbrica di plastica: dieci canzoni ispirate e sofferte, nei testi e nelle trame strumentali, dove feedback, distorsioni, ritmi accesi e atmosfere anche inquietanti azzardano la difficile contaminazione con un pop italiano quasi solo nelle parole. Un lavoro coraggioso, quindi, che oltre a introdurre suoni senz’altro inconsueti e stimolanti nel putrido panorama della musica autoctona di largo consumo riesce persino, seppur non in tutti gli episodi, a rendersi credibile.
È un personaggio singolare, Gianluca Grignani. Fuori dagli schemi del pop nostrano come quel Lucio Battisti cui taluni vogliono (esagerando) accostarlo. Dotato di talento, anche se i suoi propositi sono forse più avanti di quanto la sua ridotta esperienza, la sua non ancora piena maturità di artista e i limiti comunque impostigli da un mercato non molto benevolo verso i “cani sciolti” gli consentano di mettere in pratica. Riuscirà ad essere accettato dall’intransigente pubblico rock? Forse., ma ci vorrà del tempo. Perchè per ottenere il ruolo di Billy Corgan di casa nostra non bastano un taglio di capelli, un lotto di arrangiamenti “rumorosi” e qualche sparata a zero su tutti e tutto. Compreso, ed è qui l’unica vera stonatura, il piatto nel quale si sta ancora mangiando.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.221 del giugno 1996

 

Grignani fotoIl Paradiso può attendere
Gianluca Grignani è un fiume di parole che scorre con simpatica irruenza; e l’impeto dei suoi ventiquattro anni, la gioia di aver realizzato un album senza pressioni e la sua determinazione arrivano quasi ad essere tangibili. Incontrarlo nei panni di “rocker esordiente” ci ha fatto piacere, non solo perchè La fabbrica di plastica, al di là di qualche dettaglio, è un bell’album sospeso da qualche parte tra Lucio Battisti e gli Smashing Pumpkins. E ci ha fatto riflettere una volta in più su come sia sbagliato – anche se, alla luce di certi fatti, perfettamente comprensibile – valutare gli artisti (e il mondo) in base alle apparenze e ai giudizi altrui.
Allora, Gianluca? A cosa è dovuta questa tua illuminazione rock?
Non so cosa dirti, per quanto mi riguarda ho solo confezionato il mio secondo disco. Quello che non ho potuto realizzare un anno fa a causa di problemi di primo contratto, di soldi, di tempi, di produzione e di discografici.
Ecco, appunto. Come sei entrato nel giro?
Grazie a Massimo Luca. Prima suonavo con due amici nelle pizzerie del Brianzolo; eravamo un trio di chitarristi che proponevano moltissime cover di Battisti alternate a pezzi miei e dei Beatles. Ho lavorato con Massimo per circa un anno, e la PolyGram si è mostrata interessata al progetto. Loro volevano una hit, e siccome tutto sommato l’idea mi allettava gli ho portato una prima versione di quella che sarebbe divenuta La mia storia tra le dita. Ho avuto il successo che sai, ma i provini dell’album così come lo avevo concepito sono stati bocciati. Così, per ingenuità e inesperienza, ho chinato la testa, pensando che in fondo le cose funzionassero in questa maniera. Sono fiero di Destinazione Paradiso: un esordio da 700.000 copie non è certo uno scherzo, e comunque credo che l’album facesse intuire chi ero e dove volevo andare. Sono stati il music-business e i media a creare il personaggio Grignani, io inizio e finisco dove iniziano e finiscono i miei dischi. La mia musica è così, per me il rock non è una chitarra distorta, se capisci cosa intendo… con questo non voglio dire che io sia rock, secondo me in Italia sono davvero pochi quelli che possono permettersi simili affermazioni.
Infatti sulla copertina dell’ultimo “Tutto” si leggeva la frase “Grignani: basta canzonette, io sono rock”.
Vedi? Che posso farci, sono i mezzi di informazione a travisare le cose. In ogni caso, preferisco che la mia musica arrivi alla gente, esca alla superficie piuttosto che rimanga sottoterra. Il modo in cui ho potuto sviluppare La fabbrica di plastica è quasi un miracolo, specie considerando dove nasco, da dove vengo e qual è il comportamento dei discografici in Italia: loro hanno visto un ragazzino di ventitré anni con una faccia carina e hanno stabilito come avrebbe dovuto funzionare, infischiandosene di ciò che volevano dire brani come Falco a metà, Primo treno per Marte o Destinazione Paradiso. E io, arrivando in pratica dal letto di camera mia e dalla pizzeria sotto casa, mi sono lasciato trascinare dagli eventi.
Mi dici che non rinneghi le canzoni di Destinazione Paradiso e che ti senti comunque rappresentato da quel disco. Da dove nasce, allora, questa tua rabbia, e in che cosa saresti stato plagiato?
Tanto per cominciare, mi hanno eliminato dall’album vari brani che avrei voluto inserire, sostituendoli con altri che avrei preferito lasciar fuori. Mi hanno negato la possibilità di seguire le mie intenzioni, concedendomi solo ventotto giorni di studio – potevano tranquillamente permettersene molti di più, viste le 60.000 copie vendute del singolo di Sanremo – e in pratica costringendomi a usare la batteria elettronica, a fare a meno di certi musicisti e quindi a dare all’insieme un aspetto differente da come avrei desiderato. Meno male che le chitarre di Massimo Luca hanno salvato gli arrangiamenti, e che l’orientamento del lavoro – con una certa attenzione per le parti acustiche – è rimasto quello originario. Ricordo cose agghiaccianti, gente che si permetteva di dirmi “questa canzone non c’entra niente con te”…
Però era una grossa occasione, e tu giustamente hai ritenuto che fosse sciocco lasciarsela sfuggire.
Sì, ma fino a un certo punto. Sapessi quante volte sono andato in PolyGram a chiedere di non farmi più partecipare a determinate trasmissioni TV. Trovo scandaloso che ci sia chi gioca in questo modo con la pelle e la musica degli altri, e che sia disposto a qualunque cosa pur di vendere. Il Grignani di Destinazione Paradiso, con tutti i suoi difetti, era abbastanza anticonvenzionale, se vogliamo anche coraggioso rispetto al mercato del pop italiano.
E adesso come ti poni nei confronti dei tuoi discografici? A quanto mi risulta, sono gli stessi di un anno fa.
Sì, però adesso sono riuscito a liberarmi da certi vincoli e la situazione è del tutto cambiata. Ora faccio come voglio, ma sapessi quante volte sono stato trattato da pazzo scatenato!
Hai piena libertà di scelta?
Totale per quel che concerne la musica, quasi totale per gli aspetti promozionali. Comunque non sono andato a Sanremo, e alla serata finale del “Festivalbar”, dove andrò come ospite, ho ottenuto di poter suonare dal vivo. È una conquista importante, almeno per me. Per La fabbrica di plastica sto facendo molta promozione radiofonica, l’ho preferita a quella TV perchè mancano i programmi adatti a uno come me. È pazzesco che le case discografiche non provino a far nascere spazi di un certo tipo. Io adesso mi sono creato la mia piccola nicchia e spero che qualcosa prima o poi si apra, ma dubito che questo potrà davvero avvenire.
E potrà mai avvenire che qualcuno si avvicini a una musica più “seria” grazie a Gianluca Grignani? In fondo il tuo nuovo album, almeno per i giovanissimi, potrebbe costituire una specie di shock.
Ci ho pensato, e devo dire che l’idea mi piace tantissimo. Forse l’unica responsabilità che mi sento di accollarmi è quella di “educare” il mio pubblico a un rapporto diverso con la musica; non riesco però a vedermi come simbolo giovanile, come esempio per chicchessia.
Le tue canzoni sono molto “fisiche”, molto vissute. A tuo parere, quani dei tuoi fans le vivono con vera emozione, e quanti si fermano invece alla superficie?
Ho smesso di domandarmelo, forse perchè temo che la risposta non mi piacerebbe. Faccio la mia musica e basta, senza pormi il problema se chi mi segue lo fa perchè mi capisce o perchè qualla mattina ho messo una maglietta verde. Quel che mi interessa è andare avanti continuando a essere me stesso, non vorrei mai trovarmi a fare calcoli perchè so quello che il pubblico vorrebbe da me.
Insomma, mi stai dicendo di essere un puro al 100%.
No, no, non sono un santo. Non credo ne esistano, perchè in definitiva i soldi e il successo fanno gola a tutti. Però l’80% del mio lavoro è la musica, e il rimanente 20 mi occorre perchè quel che faccio sia accettato in un paese di bigotti come questo. Il mio obiettivo, in ogni caso, è quello di arrivare al 100, e magari tra un paio di dischi ci riuscirò.
Ma qual è la molla che ti spinge? Desiderio di comunicare, ambizione, ego-trip?
Il bisogno assoluto di identificarmi in quello che scrivo, di avere un prodotto mio. Creare qualcosa. E poi riversarmi, parlare con mè stesso. Sembro un chiacchierone, ma in realtà parlo pochissimo con gli altri. Ho come una cappa cupa che mi avvolge, e mi è difficile avere un vero dialogo anche con le persone che più mi sono vicine.
Infatti nella tua musica mi sembra di avvertire molta sofferenza.
Non so. Il “messaggio” vorrebbe essere positivo, anche se provo molta malinconia: il mondo in cui viviamo è fatto di plastica, di tubi di scappamento, di guerre chimiche, e non c’è modo di sfuggirgli. Io ho il mito di John Lennon, dei suoi testi a colori, ma sarebbe anacronistico esprimermi nello stesso modo in cui lo faceva lui quasi trent’anni fa. Non è colpa mia se non riesco a immaginare campi di fragole ma solo campi di popcorn.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.222/223 del luglio/agosto 1996

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Categorie: interviste, recensioni | Tag: | 8 commenti

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8 pensieri su “Gianluca Grignani (1996)

  1. Pingback: 100 canzoni italiane: LA FABBRICA DI PLASTICA | BASTONATE

  2. donald

    la fabbrica di plastica e campi di popcorn sono 2 disconi, altrochè, ci aggiungo anche destinazione paradiso che aveva dei pezzi davvero emozionanti, campi di popcorn lo preferisco addirittura a la fabbrica di plastica e fino a lì l’ho amato alla follia. Peccato per le scelte che ha fatto dopo, poteva diventare enorme

  3. Anonimo

    grignani the best anna

  4. giannig77

    mi sono già espresso altre volte sulla qualità e la sincerità di questo artista. E’ vero, ha cambiato registro, spostandosi sul pop, che poi era già parte integrante dell’album d’esordio, ma ha mantenuto aspetti importanti per un musicista, quali la curiosità, la voglia di cambiare, di migliorare. Lo conosco piuttosto bene e so che è un vero artista, crede in quello che fa, poco, anzi, nulla in lui è costruito a tavolino

  5. Carmine

    dimenticavo…altro capolavoro, a mio avviso, anche se si discosta tantissimo, soprattutto musicalmente da Fabbrica e Campi, è l’album del 2000 Sdraiato su una nuvola…lì c’è un mondo di vicissitudini umane da scoprire, o meglio, se vogliamo, da condividere e convivere.

  6. Carmine

    hai proprio ragione Federico, Fabbrica è un capolavoro assoluto non replicato da Grignani, se non a sprazzi, e tranne che in Campi di pop corn, poi altri pochissimi sprazzi, ma probabilmente nella musica italiana in generale…ed è un peccato che su questo artista in passato sia stata posta attenzione solo sul fatto dell’idolo delle ragazzine e delle sue faccende personali, quando poi altri personaggi ne combinano ben peggio…e forse anche a questo è dovuto questa involuzione nel suo genere…se venissero riconosciuti i meriti quando occorre riconoscerli probabilmente la voglia e le idee per sperimentare cose di tal genere e unicità avrebbero maggior terreno fertile e campo aperto.
    Cmq sempre forza Grigna, io credo sempre tremendamente in questo artista, ed è per questo che continuerò sempre a sostenerlo, anche perchè la sua musica è un pò la colonna sonora della mia vita nella sua quotidianetà.
    Saluti e complimenti per il tuo articolo-recensione.

    Carmine.

  7. Anonimo

    E’ proprio vero che per certi personaggi l’immagine che viene inizialmente percepita puo’ essere una condanna…nonostante sia stato spinto dal Mucchio, Grignani non l’ho mai accettato e non mi sono mai venute la voglia e la curiosita’ di ascoltare questi due dischi…ora mi incuriosisce questo giudizio cosi’ lusinghiero su la fabbrica di plastica a distanza di parecchi anni

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