Massimo Ranieri

So che può sembrare così, ma giuro che questo non è un post fatto per stupire e/o per rafforzare la mia immagine pubblica di ascoltatore eclettico. La verità è che, al di là del mio legame affettivo con la classica canzone napoletana (mio nonno paterno ne era un grande appassionato, e nei weekend trascorsi a casa sua quand’ero piccolo echeggiava spesso), ritengo che i tre album realizzati nello scorso decennio da Massimo Ranieri con l’aiuto di Mauro Pagani siano semplicemente straordinari. Incurante di ciò che avrebbero potuto pensare i lettori di mentalità meno aperta, recensii i primi due sul Mucchio, all’epoca settimanale; e solo il ritorno alla periodicità mensile, con la relativa riduzione dello spazio disponibile, mi impedì di occuparmi anche del capitolo conclusivo della trilogia (Accussì grande; S4/Sony, 2005), che certo non sfigura al confonto con i predecessori.

Ranieri cop 1Oggi o dimane (S4/Sony)
È di sicuro una cosa che pochi si sarebbero aspettati di vedere sulle pagine del Mucchio, la recensione di un disco di Massimo Ranieri. Eppure, eccola, a dimostrazione di come questo bizzarro mercato discografico non cessi mai di offrire sorprese e di come la qualità possa nascondersi nei luoghi più impensati: persino nel nuovo album di un cinquantenne attore-cantante di grande successo – ma ancora scugnizzo nel cuore – abituato ai palchi dei teatri, della TV e della canzone tra il popolare e il leggero, ma certo non a ricevere attenzioni da parte del pubblico del rock. Di ciò che di norma è etichettato come “alternativo”, comunque, in Oggi o dimane non c’è granché, a meno di non voler considerare tale la presenza di un produttore e co-arrangiatore (al fianco del chitarrista Mauro Di Domenico) d’eccezione: Mauro Pagani, che da molti anni dirige progetti tra i più arditi e brillanti organizzati in Italia nell’ambito delle operazioni musical-culturali legate alle radici mediterranee (e oltre). Due esempi su tutti, i (capo)lavori Creuza de mä e Le nuvole, realizzati con Fabrizio De André.
Nel campo della musica intesa come cultura, al di là delle straordinarie doti canore di Ranieri, del valore dell’apparato strumentale (acustico) e della forza emotiva-evocativa degli episodi, va per forza di cose inserito il CD in questione, viaggio in sedici tappe attraverso circa tre secoli di canzone napoletana: è infatti del ‘700 il brano più antico, il celeberrimo ‘O Guarracino, e risale invece “solo” al 1959 il più recente, quel Caravan Petrol sotto cui è apposta l’illustre firma di Renato Carosone. Nel mezzo, una serie di classici nel tardo ‘800 (‘E spingule francese, Marechiare, Napulitanata…) e del ‘900 (Maruzzella, Reginella, ‘O surdato ‘nnamurato, Scalinatella…), a rendere policroma ed esaustiva una carrellata che non concede spazio al folk da cartolina ma affonda anema e core nell’humus del miglior suono sviluppatosi all’ombra del Vesuvio; attingendone melodie memorabili e atmosfere in odore di malinconia e/o (melo)dramma, rese omogenee e preziose da un uso aggraziato e mai invadente di chitarre classiche, archi, violino e alcuni strumenti etnici, senza dimenticare l’affiatata sezione ritmica composta da Ares Tavolazzi ed Ellade Bandini.
Pura tradizione partenopea, seppur riveduta e corretta con eccezionali sensibilità, gusto e perizia. Ma sarebbe giusto classificare Oggi o dimane come world music, nonostante sia (orgogliosamente) figlio della nostra Penisola e non di qualche esotica regione africana o asiatica.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.462 del 13 novembre 2001

Ranieri cop 2Nun è acqua (S4/Sony)
Sono passati una quindicina di mesi da quando, su queste pagine, abbiamo lodato lo straordinario lavoro compiuto da Massimo Ranieri e Mauro Pagani – senza dimenticare il chitarrista e co-arrangiatore Mauro Di Domenico – sulle radici della musica napoletana: radici nel senso più stretto della parola, poiché gli episodi raccolti in Oggi o dimane coprono un lasso di tempo di circa duecento anni, dal ‘700 di ‘O Guarracino al 1959 di Caravan Petrol. Considerato il successo di critica e di vendite, e soprattutto considerata l’ampiezza del serbatoio nel quale attingere, non c’è da stupirsi che il progetto sia stato ora replicato in questo Nun è acqua: quattordici brani composti tra il 1825 e il 1958, ma talvolta ispirati da canti popolari più antichi, dove pietre miliari della tradizione partenopea come ‘E ccerase, Fenesta vascia, I’ te vurria vasà, La palummella o ‘Na Mmasciata sono affiancate a classici più recenti – e forse più noti – quali Io mammeta e tu, Giacca rossa, ‘O ccafè, Agata e Malafemmena.
Al di là del grande valore del repertorio e della formidabile voce di Ranieri, anche in questo secondo volume spicca la sobrietà degli intrecci strumentali, in massima parte acustici e dotati di un respiro “esotico” che giustifica ampiamente l’uso dell’etichetta world music; riletture creative, insomma, che preservano la melodia e la forza evocativa degli originali evitando però quegli eccessi melodrammatici che del “suono” di Napoli sono sì una delle principali caratteristiche ma anche (almeno per alcuni) un limite. Scarne ma raffinatissime nelle loro commistioni di antico e moderno, estremamente suggestive e splendidamente registrate, le canzoni di Nun è acqua vantano sempre equilibrio e gusto, sia quando la strada percorsa è quella della tensione emotiva e sia quando agli struggimenti – ad esempio, Malafemmena e Piscatore ‘e Pusilleco, che vedono come ospiti rispettivamente la peruviana Susana Baca e l’ex Tazenda Andrea Parodi, oppure Scetate – si preferisce una fresca, irresistibile ironia (nota di merito per una geniale Io mammeta e tu).
Pur consapevoli di suscitare il disappunto dei rockisti impenitenti, quelli che ragionano in termini di compartimenti stagni e di più o meno giustificati pregiudizi, dobbiamo qui ribadire lo spessore concettuale, estetico e culturale di un’operazione discografica che pur essendo basata sulle cover vive di luce propria e non riflessa. Possibilissimo non apprezzarla (in fondo, la sensibilità è un dato soggettivo), ma almeno il (massimo) rispetto è comunque d’obbligo.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.524 dell’11 marzo 2003

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Categorie: recensioni | Tag: | 13 commenti

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13 pensieri su “Massimo Ranieri

  1. Le doti canore, ovviamente, sono indiscutibili, ma non ho mai sopportato il personaggio.
    Antipatia epidermica.
    Nemmeno a parlarne, poi, quando si è cimentato nel rifare lavori di mostri sacri come Modugno e De Filippo.
    Io l’avrei impedito con un apposito Decreto del Presidente della Repubblica.

  2. Lucariello Cascione

    Forza Napoli!

  3. easter

    Non ho mai ascoltato i dischi in questione, ma il modo in cui ne parli mi ha colpito, da fan come sono della Nuova Compagnia di Canto Popolare e di Musicanova. Ammetto di aver sempre provato una grande simpatia umana per l’uomo Ranieri. Come attore, poi, non è forse molto dotato tecnicamente, ma ha una innata, coinvolgente comunicatività.
    Il tuo eclettismo ti fa onore

    • È vero, come attore coinvolge parecchio: può non piacere, ma è difficile non seguirlo.
      Quei dischi sono bellissimi, ma non sono paragonabili a NCCP o Musicanova (gruppi immensi, sia chiaro): Ranieri con Pagani è asciutto, minimale… Assaggiali e fammi sapere!

  4. backstreet70

    Rimanendo nel territorio napoletano, degli ultimi due dischi di Nino D’Angelo che mi dici?

    • Non li conosco a sufficienza da potermi esprimere.

      • backstreet70

        Te lo chiedo perchè ho sentito qualcosa e mi pare che anche Nino abbia cominciato una “sperimentazione” verso certe sonorità che se non è originale è quantomeno apprezzabile (e mai avrei pensato potesse questo personaggio fare cose simili).

      • Questo lo so. Dovrei approfondire la faccenda, ma finora non si è presentata l’occasione per farlo.

  5. dr. Gonzo

    Ranieri? Troppa, troppa retorica d’accatto per il mio stomaco devastato…

  6. Nicola

    Leggendo il tuo entusiasmo, mi hai convinto all’acquisto e all’ascolto. Dischi meravigliosi, orgogliosamente “esportabili” in tutto il mondo. Il mio preferito è Nun è acqua. Eccezionale il lavoro di Pagani. Davvero asciutta l’interpretazione di Ranieri (voce indiscutibile), anche se a volte la voluta minore melodrammaticità priva i brani di quella “napoletanità” che le fa (forse) grandi a prescindere

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