Low (2005)

C’è in circolazione un nuovo album dei Low, ma l’intervista qui riesumata (assieme alla recensione “con il senno di poi” uscita sul Mucchio Extra qualche mese dopo) si riferisce al The Great Destroyer che del terzetto americano è oggi il quart’ultimo, particolare (e bellissimo) lavoro. Ai tempi la band di Duluth finì anche sulla copertina del Mucchio, da poco ritornato mensile.

Low MucchioLa ricostruzione delle favole
Dopo aver festeggiato il decennale di attività la scorsa estate con il monumentale cofanetto A Lifetime Of Temporary Relief, i Low sono tornati con un album che a dispetto di un titolo “catastrofico” come Il grande distruttore riedifica su nuove basi – senza peraltro recidere i legami con il passato – il loro stile espressivo. Di questo e d’altro abbiamo parlato a lungo con Alan Sparhawk, indiscusso leader del trio americano e personaggio tra i più stimati e carismatici del panorama indie-rock.
Il vostro nuovo album mi è piaciuto molto: è diverso dai precedenti e credo possa costituire un passo decisivo per la vostra carriera.
Lo spero, per noi la svolta è stata portarlo a termine. Sono felice di questo ritorno.
Possiamo dire che questo è il vostro disco pop, o comunque la cosa più vicina al pop che abbiate mai realizzato?
Forse sì, non sono sicuro, ho sempre visto la nostra musica come “pop”. Ora per certi versi è più accessibile, anche se in effetti non riesco a capire quali suoni finiscano per risultare più fruibili. Però, sì, può essere così…
Come siete arrivati a brani molto orecchiabili come Just Stand Back o Step? Si è modificato qualcosa nel vostro approccio compositivo?
Direi di no, ho sempre scritto qualsiasi cosa mi passasse per la testa. Credo però che in passato, componendo canzoni, volessi assicurarmi che fossero adatte allo stile Low, e questo talvolta mi spingeva ad apportare alcune modifiche agli spunti originari. Per The Great Destroyer è stato tutto più diretto, non ci siamo mai fermati neppure per un attimo a pensare se quello che stavamo realizzando rispecchiasse “l’idea” Low.
Una nuova libertà mentale?
Sì. Libertà per le canzoni di andare dove vogliono invece che dove si vorrebbe che andassero. Ritengo che stavolta abbiamo deciso semplicemente di fare musica piuttosto che “essere i Low”.
Comunque siete sempre i Low: la continuità con i lavori precedenti è evidentissima.
Siamo gli stessi tre musicisti, quindi credo che il disco suoni ancora come qualcosa di nostro. Magari, incosciamente, abbiamo voluto vedere fin dove avremmo potuto spingerci senza snaturarci.
Quel che è accaduto vi ha sorpresi?
Sì, un po’ sì. Dopo Trust credevo di avere dato tutto me stesso e non avevo idea di cosa sarebbe venuto dopo. Ricominciando a scrivere, e realizzando che i risultati erano per noi qualcosa di nuovo e diverso, mi sono come svegliato ed emozionato. Col senno di poi posso affermare che Trust è stato una specie di “dichiarazione finale”, un suggello alla nostra vecchia parabola creativa.
Mi sembra che lavoriate molto sul bilanciamento dei contrasti fra melodia e distorsione, pieno e vuoto, gioia e tristezza. I contrasti sono sempre stati una parte importante del vostro approccio musicale, ma forse ora è tutto più equilibrato.
In genere un nostro disco è un’accurata documentazione di quello che ho creato nel periodo di uno o due anni che l’ha preceduto. Questa volta ci siamo invece stabilizzati su un registro e abbiamo scelto il materiale più definito, rumoroso e più “fuori ruolo”, per cui The Great Destroyer mostra questo nostro particolare volto. Ci siamo trovati più a nostro agio componendo liberamente dopo aver fissato un obiettivo ben preciso invece di buttar giù tutto ciò che ci passava per la testa.
Ritieni che The Great Destroyer cambierà la percezione generale che si ha della band?
Può darsi, penso che i nostri fan capiranno che non siamo più gli stessi, che non facciamo sempre le stesse cose. Credo che i fan andranno ovunque andiamo noi, non ho paura che non ci seguano: teniamo a loro, ma allo stesso tempo pensiamo che siano abbastanza intelligenti da permetterci di fare quel che ci va.
Intendevo dire che forse questo disco vi aprirà nuove porte, quelle di un altro pubblico.
Sarebbe strano, ci meraviglierebbe. Non so come far sì che più persone ci ascoltino: se lo avessi saputo saremmo divenuti famosi molto tempo fa. Vedremo quanti compreranno l’album.
Con quale audience vi ritenete più in sintonia, quella americana o quella europea?
In alcuni stati abbiamo un forte seguito: il Texas, per esempio, e anche luoghi come San Francisco o Seattle sono ottimi; in Europa è un po’ la stessa cosa, ci sono nazioni dove abbiamo parecchi estimatori. La cosa migliore, comunque, è quando dal palco, oltre alla tua passione, riesci ad avvertire quella del pubblico; questo è ciò che mi ispira di più, e devi credermi quando ti dico che l’Italia è uno di quei posti dove sento il feeling della gente, che è diverso da quello di tedeschi e francesi. È la stessa sensazione che proviamo in Scozia e in alcuni parti degli USA, oltre che in Canada: potrà sembrare strano, ma i canadesi sono molto passionali.
Già: gli Stati Uniti sono un’unica nazione, ma tra uno stato e l’altro ci sono grandi differenze, come tra i paesi europei. Come ti trovi, nella grande nazione americana?
Oggi, per le persone che guardano al loro futuro nel mondo e non sono felici di chi le governa, è molto difficile vivere qui. Molti si chiedono il perché di tutto questo: sono decenni che la polizia si comporta in un certo modo, non c’è comprensione per le problematiche sociali e le minoranze. Magari un giorno, forse quando non ci saranno più bianchi, la gente si renderà conto e ci sarà una nuova nazione più tollerante e compassionevole, ma ora c’è la frustrazione di averci provato a lungo e di avere fallito.
Pensi che gli americani siano stanchi di cercare un cambiamento?
Qualcuno lo è certamente, ma in generale penso che ci si stia muovendo in avanti: lo capisco da tutte le persone con cui ho parlato, e questo ci porterebbe verso uno strano futuro – forse è un quadro un po’ ottimista – in cui diremmo “ok, dobbiamo vivere in questo sistema nel modo migliore” con una ritrovata sensibilità. Sfortunatamente, questa non è la visione di quelli che ci stanno governando.
Tornando a The Great Destroyer, ci sono cambiamenti anche a livello di testi: ho avuto l’impressione che siano meno enigmatici, più chiari e aperti.
Sono più diretti, vanno subito al soggetto invece di girarci attorno. In questo disco molte canzoni sono immediate, il linguaggio usato si basa sul momento piuttosto che sul raccontare una storia a posteriori. Penso che quando i testi “colgono l’attimo” si ha la sensazione che siano più reali, perché quando si racconta una storia bisogna riflettere su quello che è già stato narrato. Però The Great Destroyer è anche molto violento, brutale… credo sia crudo e oscuro tanto quanto i dischi che lo hanno preceduto.
Magari prima eravate più mistici.
Sì. O, se preferisci, nostalgici.
Qual è la storia dietro al titolo? Chi è questo “Grande Distruttore”?
Nelle canzoni, l’espressione e il personaggio sono ricorrenti. È una persona che non può fare a meno di essere così frustrata e arrabbiata da distruggere tutto ciò che tocca, senza intenzione.
È un titolo di buon impatto.
Credo di sì, ma non ci abbiamo pensato molto su. Nell’ultimo pezzo c’è la frase “time is a great destroyer”, ma lungo il disco si tratta invece di un individuo che deve vivere, che ha la necessità di restare in vita, ma ogni cosa che tocca va in pezzi. E quello sono io.
Quando mi è arrivato il CD promozionale della Rough Trade sono rimasto stupito di vedervi le vostre facce, finché non ho scoperto che quella, appunto, non era la copertina commerciale. Come mai siete così riluttanti a mostrarvi negli artwork dei dischi, e cosa rappresenta l’immagine usata per The Great Destroyer?
Perché metterci i nostri volti, quando possiamo decidere una grafica sulla quale avere un controllo totale? Ci ho anche pensato, a utilizzare una foto, ma il nostro aspetto non è così interessante. La copertina è un dipinto di Zak, il nostro bassista: rappresenta un panorama suburbano, un orizzonte con nuvole. Mi piace perché è rappresenta bene quanto evocato dal titolo: per il cielo fosco, per il mare, come se ci fosse qualcosa che sta arrivando al di là delle nuvole, qualcosa che distruggerà la pace della scena raffigurata. È un dipinto piuttosto strano.
Con la catastrofe appena accaduta in Asia.
Eh, già… Ma la copertina, ovviamente, era stata decisa da tempo. È solo una coincidenza, ma non è affatto una situazione piacevole.
Siete considerati una delle band più importanti della cosiddetta scena “indie rock”: quest’espressione, per voi, significa qualcosa?
Beh, quando venimmo fuori a metà dei ’90 c’era fermento, si parlava molto di gruppi ed etichette indipendenti, ma in fin dei conti si trattava solo di pubblicare dischi senza legami con le major. Alcune label sono via via divenute più grandi e hanno incrementato il loro volume di affari, mentre altre – come la Kranky di Chicago, solo due persone in un ufficio – sono rimaste piccole. Noi siamo emersi da questa scena, abbiamo suonato in piccoli club e siamo in giro da dodici anni, mentre gruppi che nei ’90 erano più popolari di noi non esistono più. Penso che il nostro sia, in effetti, un successo indie-rock: abbiamo fatto ciò che volevamo per oltre un decennio, senza dover mai veramente dipendere da qualcun altro, e siamo stati abbastanza fortunati da lavorare con persone che ce lo hanno consentito.
Negli Stati Uniti The Great Destroyer è il vostro debutto per la Sub Pop. C’era qualcosa che non andava con la Kranky, visto che l’avete lasciata?
Loro ci dissero dall’inizio che lavoravano in un certo modo, ad esempio senza fare molta promozione, ma che se un giorno avessimo avvertito il bisogno di qualcosa di più ci sarammo dovuti sentir liberi di cercarla. Lo scorso anno anche qualche major ha iniziato a interessarsi a noi, ma alla Sub Pop ci seguivano da tempo: sono nostri fan e non gente che ha l’unico scopo di guadagnare un po’ di soldi. Vedremo cosa accadrà.
Da una piccola indipendente a una grande indipendente: anche questo è un passo avanti.
Sì. È tutto strano, ci sono molte più “carte” di mezzo… però possiamo ancora fare esattamente quello che vogliamo.
The Great Destroyer è stato seguito in studio da Dave Friedmann: un altro nome di assoluto rilievo nel vostro carnet di produttori.
Sì, abbiamo lavorato con Steve Albini, Tchad Blake… e Kramer, che forse è uno dei più sottovalutati ma è davvero impressionante: collaborando con lui ci siamo resi conto di quanto chi sta in console possa pesare sui risultati, almeno per chi non si accontenta di un mestierante. Anche Dave è molto speciale, è stato il produttore più attivo che abbiamo mai avuto: consigliava di suonare alcuni pezzi più velocemente, suggeriva cosa inserire in mezzo alle canzoni, e noi abbiamo provato a dargli retta per vedere cosa accadeva. Insomma, non si è limitato a star seduto e lasciarci fare, e ha esercitato di sicuro un’influenza sul suono di The Great Destroyer. Noi eravamo già orientati verso questo genere di dinamiche, ma lui ci ha aiutati a focalizzarle.
Pensi che sia facile, per un esterno, lavorare con voi?
Probabilmente no. Siamo come una piccola tribù e siamo abituati a fare le cose a modo nostro, non abbiamo nessun motivo per cambiare. Suoniamo gli strumenti in modo diverso e cantiamo in modo diverso dalla maggior parte delle band. È difficile far funzionare il meccanismo, e noi lo facciamo da abbastanza tempo da sapere per primi, abbastanza spesso, dove vogliamo andare. In questo delicato equilibrio può inserirsi solo qualcuno che rispettiamo veramente.
La vostra discografia è molto ricca e anche abbastanza confusa, con tutto quel marasma di EP e quant’altro. Guardandovi indietro, siete orgogliosi delle vostre scelte e di ciò che avete realizzato?
Non ho nulla da ridire su ciò che abbiamo fatto, registrato e pubblicato. Posso arrivare fino all’esordio e apprezzarlo perché è quello che eravamo ai tempi, è ok anche se non cantavo molto bene e alcuni pezzi sono un po’ troppo lunghi. Oggi cambierei qualcosa, è naturale, ma in genere il mio rapporto con il passato è del tipo “abbiamo fatto decisamente una buona cosa considerando quello che eravamo all’epoca”.
Non ti sembra, però, che a livello quantitativo abbiate un po’ esagerato?
Sì. Ho spesso in mente l’immagine dei nostri fan che sui loro scaffali hanno in fila qualcosa come dodici nostri dischi, e ai soldi che ci hanno speso.
Ben spesi, però.
Me lo auguro. È anche il pensiero di quelli che investiranno in noi il denaro guadagnato a stimolarci a un maggiore impegno. Ci teniamo che i nostri dischi valgano la spesa.
E se invece che indietro guardi in avanti, cosa vedi nel futuro dei Low?
A livello teorico credo che amplieremo un po’ i nostri orizzonti con cose differenti dalla solita routine disco-tour.
Ma come, non ti bastano l’etichetta e le mille attività parallele?
Sì… cioè, no. In realtà vorremmo realizzare un DVD con tutti i brani di The Great Destroyer, e poi sarebbe interessante dedicarci a progetti per il cinema o per il teatro, e interagire un po’ di più con altri artisti. Ora stiamo per partire in tour, spero di non perdere la testa prima di arrivare in Italia.
In Europa avete anche suonato un paio di anni fa come “spalla” dei Radiohead. Com’è successo, e cosa ricordi di quell’esperienza?
Molto semplicemente, il loro management ha chiamato il nostro e ha detto che c’era questa opportunità. Sono stati i Radiohead a volerci: ci eravamo incontrati un anno prima, erano venuti a parlare con noi dopo un nostro concerto ma poi non li avevamo più sentiti, e quindi siamo stati sorpresi e felici che ci abbiano invitati, oltretutto per la parte migliore del tour. Credo che quei concerti abbiano influenzato il nuovo disco, ci abbiano spinti a fare qualcosa di diverso: quando di norma ti esibisci davanti a poche centinaia di persone, trovarsi di fronte piazze con dieci-quindicimila spettatori è decisamente eccitante.
Insomma, per The Great Destroyer dobbiamo ringraziare anche un po’ i Radiohead.
Uhm… magari, se non piacerà, potremmo prendercela con loro.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n. 607 del febbraio 2005

Low copThe Great Destroyer
(Rough Trade)
Un gruppo di (ampio) culto: questo sono stati i Low per tutti i dieci anni di un’attività discografica ricca di produzioni di livello che però, in parte per limiti di potabilità stilistica e in parte per le difficoltà di penetrazione sul mercato delle etichette che su di esse hanno apposto i loro marchi, non sono riuscite – né forse volevano davvero farlo – a imporsi oltre i confini di quell’indie-rock del quale il trio di Duluth può a ragione ritenersi uno degli esponenti più carismatici. Se non di un’inversione di tendenza, The Great Destroyer testimonia invece della volontà di Alan Sparhawk, Mimi Parker e Zak Sally di aprirsi in misura maggiore al “pop”, complici i concerti europei del 2003 di spalla ai Radiohead, il lavoro compiuto in studio con il produttore Dave Fridmann (Mercury Rev, Flaming Lips, Mogwai, Sleater-Kinney e mille altri) nonché il contratto – solo per gli USA: nel Vecchio Continente l’ensemble rimane nella scuderia della Rough Trade – con un’etichetta affermata e ormai “istituzionalizzata” come la Sub Pop: un suono più accessibile, insomma, ma lontanissimo dalle banalità da classifica e ispirato invece a logiche raffinate, creative e più che mai evocative sulla cui definizione pesa in buona misura – senza nulla voler togliere ai titolari – la mano magica del summenzionato Friedmann, abilissimo nell’aggiungere sostanza e peso alle canzoni riempiendo i classici, pur splendidi “vuoti” della band di elaborate e vorticose fantasie ipno-lisergiche. Dave c’è e si sente un po’ dappertutto, a partire dal trip cupo/estatico della Monkey d’apertura dove ossessività ritmica e distorsioni sono in miracoloso equilibrio con le atmosfere visionarie create da corde e tasti accarezzati e da morbidi, sommessi, intrecci di voci. Ed è proprio questa fascinosa alchimia di contrasti a caratterizzare i tredici episodi – cinquantatré minuti la durata totale – di The Great Destroyer: l’autentico valore aggiunto al confronto con i vecchi e quasi sempre ottimi dischi, che se pure amavano giocare con le apparenti dicotomie non lo facevano in modo tanto fresco, efficace e autorevole.
È un linguaggio di più immediata presa, quello dei “nuovi” Low, come ad esempio dichiarano il piglio rock ruvido e aggressivo di Everybody’s Song (alle harmonies, incredibile!, Gerry Beckley degli America: chissà chi ce l’ha portato, ai Tarbox Road Studios di Cassadaga, New York) o quello condito di cristalline squisitezze filo-’60 di California o Just Stand Back, così come il nudo folk di Death Of A Salesman. È però innegabile che, se anche le stratificazioni strumentali e canore sono in generale assai più mature e compiute, i germi della (possibile) svolta esistevano già nei precedenti dischi, e che la formula non ha comunque perso nulla dell’intensità, della cerebralità e della complessità finora apprezzate dalle platee alternative; platee che peraltro non rimarranno di sicuro deluse dai testi, sempre figli di una poetica “ombrosa” che a tratti – basti pensare alla figura del Grande Distruttore che aleggia sull’intera scaletta, minacciosa come le nuvole della copertina – quasi sconfina nell’apocalittico. Ma sono dolci apocalissi, quelle proposte dalla magnifica Silver Rider o dall’altrettanto avvolgente ma più ambigua On The Edge Of, per non dire della Cue The Strings che si potrebbe magari scambiare per una outtake dello Smile di Brian Wilson (addirittura? Addirittura!) o di una Step che flirta ancora con il pop baroccheggiante ma non disdegna la psichedelia stranita; e restando in tema di (brillantissime) bizzarrie, come non citare quella When I Go Deaf che per 2’ 43” è cantilena bucolica e per il resto – ma senza modificare la struttura compositiva – rasenta lo stoner, o il capolavoro Pissing, che parte impalpabile, cresce giro dopo giro e nell’ultimo paio di minuti richiama alla mente il trance-rock di Los Angeles dei tardi anni ‘80?
Album di bellezza e profondità fuori dal comune, The Great Destroyer, che pur lasciando ai Low buona parte della loro intrigante enigmaticità – sottolineata dalla grafica pittorica, dall’assenza di fotografie e di liriche nonché dal breve “racconto” contenuto nel libretto, unica sorta di spiegazione concessa a proposito del concept dell’opera – mette in piena evidenza la loro capacità di affrancarsi dall’isolazionismo claustrofobico che ne congelava l’espressività in strutture musicali troppo spesso “da iniziati”. Attendiamo i passi futuri per sapere se Alan, Mimi e Zak hanno deciso di proseguire il loro cammino alla luce del sole o se, dopo aver assaporato il gusto del mondo esterno, preferiranno ritornare nella loro comunque ammaliante dimensione di silenzi e candele.
Tratto da Mucchio Extra n.18 dell’estate 2005

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