John Frusciante

Dopo Jerry Cantrell degli Alice In Chains e Steve Turner dei Mudhoney, a chiudere il tris di post dedicati ad album in proprio di chitarristi di famose band americane è l’ex Red Hot Chili Peppers John Frusciante. Il disco qui proposto presenta analogie con gli altri due, non stilistiche bensì, per così dire, ideali.

Frusciante copTo Record Only Water
For Ten Days (Warner)
Si presenta in modo decisamente povero, il nuovo lavoro del chitarrista dei Red Hot Chili Peppers: nella copertina, comunque di sobria eleganza, e nelle note interne, comprensive però dei testi. Un chiaro segnale di come John Frusciante – attenti a non chiamarlo Jack – desideri che l’ascoltatore si concentri sui contenuti di questo suo terzo capitolo in proprio, concepito e realizzato sulla spinta di urgenze evidentemente spirituali e non solo artistiche.
Come per i suoi predecessori Niandra Lades And Usually Just A T-shirt del 1994 e Smile From The Streets You Hold del 1997, il suono di To Record Only Water For Ten Days non presenta molti punti di contatto con quello della band-madre, lasciando da parte il rock convenzionale a favore di ballate elettriche dalle trame scarne, dall’indole intimista e dalla filosofia squisitamente lo-fi. Canzoni comunque più lineari e meno “sperimentali” rispetto al passato, anche se caratterizzate da soluzioni fantasiose e stralunate, la cui intensità emotiva è inversamente proporzionale alla pur policroma austerità di una strumentazione fatta più o meno solo di chitarre, drum-machine, qualche alchimia elettronica e una voce – a volte in quasi falsetto – che sembra provenire da un’altra dimensione. Insomma, musica che non ci si aspetterebbe da una rockstar abituata a dominare le classifiche internazionali e a intrattenere platee oceaniche, la cui straordinaria purezza di ispirazione e di approccio interpretativo fa semmai pensare a uno di quei moderni hobo, figli del folk e della psichedelia, che cercano disperatamente di descrivere un mondo alieno alla plastificazione e alle banalità del pop di consumo; un mondo dove il sentimento e l’anima possono essere esaltate da melodie cristalline seppur non prive di asprezze, e dove il viaggio alla ricerca di se stessi non deve per forza tradursi in una dolorosa, estenuante Odissea.
Non è un album per tutti i palati, To Record Only Water For Ten Days, ma le sue note malinconiche eppure vivaci sono indiscutibilmente di quelle che fanno bene alla mente e al cuore. Brani come Going Inside, The First Season, Away & Anywhere, With No One e Saturation, o come i due brevi strumentali Ramparts e Murderers, sono quadretti suggestivi e intriganti ai quali le tinte poco accese e il tocco a volte appena abbozzato non impediscono di brillare di luce propria; e l’acqua di John Frusciante, poeta del do it yourself qui a metà strada tra Mark Lanegan, Bob Mould e il primo Beck, è in grado di placare ogni sete di sogni.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.432 del 6 marzo 2001

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Categorie: recensioni | Tag: | 7 commenti

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7 pensieri su “John Frusciante

  1. Orgio

    Gran bel disco, che acquistai il giorno stesso dell’uscita. A quel tempo ero nel guado dell’adolescenza e, conseguentemente, avvezzo a registrare compilation: in quella che feci pochi giorni dopo inserii subito “Goin’ Inside”. Che sorpresa scoprirla primo singolo qualche tempo dopo!

    • Avevi colto il “potenziale”. Comunque sì, gran bel disco. Peccato che tutti gli altri suoi lavori, anche quando validi, diano nel complesso un’idea di dispersività.
      Credo che questo sia il più “compiuto”.

      • Orgio

        Mi hai convinto a riascoltarlo (dopo avermi convinto sabato a sborsare 50 euro per “I’m Stranded”, “IV – Rattus Norvegicus” e “No More Heroes” in vinile!) Sarai mica un agente della SIAE? 🙂

      • I dischi di Frusciante hanno un fascino naif che per me è quasi irresistibile.
        Non ho niente a che fare con la SIAE, ma… quand’è che ho scritto degli Stranglers, in tempi recenti?

  2. Orgio

    Non in tempi recenti, ma ci son cose che, lette, non si dimenticano…quindi, trovatili là, soli soletti…tu sai com’è, no? 😉

  3. at-tawra

    stranamente a me piacciono di più quelli della serie Record Collection, non lo so perchè, forse è proprio quel senso di materia tormentata e fuori dalle leggi del tempo.

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