Steve Turner

Secondo post dedicato a dischi solistici di chitarristi più o meno famosi. Non è l’unico album di Steve Turner che conosco (figuriamoci…) né l’unico del quale abbia scritto, ma certo è quello che mi ha colpito maggiormente, “di pancia” più che di cervello.

Turner copNew Wave Punk Asshole (Funhouse)
Sgombriamo immediatamente il campo da ogni probabile equivoco dicendo che in quest’album non ci sono rivelazioni reali o presunte sul futuro della nostra musica, né sonorità che qualsiasi pubblico – di massa o di nicchia – potrebbe mai classificare come trendy. Aggiungiamo che, a sostenerlo, ha una piccola e si presume sfigata etichetta londinese (peraltro dal nome eloquente: Funhose) e nessun artificio, piccolo o grande, che lo renda più accattivante, anzi: una parolaccia nel titolo, una copertina spoglia e cupa con all’interno una foto in bianco/nero del protagonista – ne vedete qui la versione a colori – scattatagli per gioco dal figlio di pochi mesi e quindi assolutamente non professionale in quanto a luce, inquadratura, coolness. E se ciò non bastasse a spiegare l’approccio di New Wave Punk Asshole, valga come indizio finale l’incipit del brano di apertura, No One Gives A Shit, un minuto e ventidue secondi di catarsi: “a nessuno frega un cazzo di quel che fai / a nessuno frega un cazzo di quel che pensi / a nessuno frega un cazzo di quel che dici / e così tanto vale farlo comunque”. Insomma, un disco “inutile” che nulla aggiunge alla storia rock ma che, oltre che sulla competenza e sull’esperienza, poggia sulle solide fondamenta della genuinità e della purezza di ispirazione: un’ispirazione lasciata libera di esprimersi, che in questi solchi – sì, esiste anche la stampa in (sacro) vinile, seicento copie di tiratura – si traduce in sedici episodi per una durata complessiva di poco superiore alla mezz’ora, a ribadire il bisogno di essenzialità già dichiarato da un songwriting quantomai secco e diretto e da una strumentazione dove la sola alternativa al dominio di chitarre-basso-batteria-voce è costituita dalle occasionali incursioni di un organo Farfisa.
Almeno per coloro che il r’n’r non si limitano ad ascoltarlo ma lo vivono sulla pelle e nel cuore, Steve Turner – di norma solo chitarrista, quando è in proprio pure cantante – è un eroe. Non può non esserlo. È uno di quelli che hanno “inventato” il grunge con i Green River e che al momento di decidere da che parte stare, dopo la separazione, ha scelto la strada perdente dei suoi Mudhoney invece di unirsi a Gossard e Ament in quei Mother Love Bone che sarebbero poi diventati i vincenti Pearl Jam; è l’uomo che ha cofirmato Touch Me, I’m Sick (robetta da niente, eh?) e che con la sua band ha sempre mantenuto, anche in regime di contratto major, un’encomiabile coerenza; è un artista che ha consacrato tutto se stesso alla sua professione/vocazione, tanto da dedicare ogni ritaglio di tempo concessogli dalla band a coltivare altri progetti come questa carriera parallela con l’accompagnamento dai Bad Ideas, appena giunta alla seconda prova sulla lunga distanza. Nessun dubbio che la ruvida spontaneità e la torbida freschezza di New Wave Punk Asshole colpiranno non solo i fan dei Mudhoney ma anche gli estimatori di tutti quei personaggi di culto che dopo aver venduto l’anima al demone del rock si sono trovati in mano un assegno scaduto… assegno che con una mezza risata hanno incorniciato e appeso con orgoglio – e senza rimpianti – in sala-prove. Tutto sommato è “solo” un album da tre stelle, nient’affatto originale – del resto cosa lo è, della produzione attuale? – ma fiero dei suoi saldi legami con le migliori tradizioni del garage, del folk, del punk e del blues, di una scaletta che già dai titoli rivela vicinanza “ideale” a un mondo diverso – più semplice, più lineare, finanche più sciocco e demente – che non c’è più o che forse non c’è mai stato: The Party’s Over, recita uno di essi, ma nessuno ricorda che una festa abbia mai avuto luogo… e mentre guidi attraverso una Cold City canticchiando Baby Baby Baby Baby e aspettando un Sex Date Saturday Night, ti accorgi di avere davanti One More Nowhere, uno Stupid Blues che ti ferisce dentro e un Oh Paula quasi strozzato in gola. E la consapevolezza che No One Gives A Shit.
Ecco: una cosa che New Wave Punk Asshole un po’ trascura, privilegiando atmosfere mediamente più ombrose e tese, è l’elemento “fun”. Ma dovendo spiegare a un eventuale popolo alieno, avendo disponibile un unico disco,  la più autentica essenza del rock’n’roll, oggi come oggi non avrei alcun dubbio, e per lo spazio partirebbe Steve Turner. Naturalmente in edizione 33 giri.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.630, gennaio 2007

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Categorie: recensioni | Tag: | 1 commento

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Un pensiero su “Steve Turner

  1. Rorschach

    Un album che ascolto sempre volentieri e non solo perchè c’è il nome di uno dei miei eroi musicali di sempre.
    L’ unico rimpianto è quello di non avere il vinile.
    Adesso mi aspetto qualcosa anche sui Monkeywrench 🙂

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