Jerry Cantrell

Altro blocco di tre post brevi, dedicato questa volta a chitarristi di band celebri alle prese con album solistici. Sono dischi che non tutti ricordano, ma che sono in grado di offrire belle sorprese.

Cantrell copBoggy Depot (Columbia)
Boggy Depot è una piccola località del Sud dell’Oklahoma, a poche decine di miglia dal confine con il Texas, dove Jerry Cantrell Sr., in arte “The Rooster” – il padre dell’intestatario di quest’album – ha trascorso la sua giovinezza. Non è dunque improbabile che il chitarrista e compositore degli Alice In Chains abbia voluto attribuire al suo primo album solistico, sottolineando il concetto finanche nel titolo, un preciso significato: quello, cioé, di rivendicazione delle proprie radici di uomo e di musicista, finora almeno in parte limitate nelle possibilità di espressione dal confronto con i compagni (Layne Staley in primis). In tale ottica va di sicuro interpretata questa raccolta di canzoni: alcune, come è ovvio, in perfetta sintonia stilistica con quelle del celeberrimo ensemble di Dirt (ad esempio Dickeye, squisito psycho-grunge, l’avvolgente e visionaria My Song, la cupa Jesus Hands o l’eterea Satisfy), e altre protese verso agrodolcezze “nirvaniane” (Cut You In: fin troppo facile pronosticarle infiniti passaggi radiofonici), deviazioni roots di sapore più o meno “California anni ‘70” (la leggera Between, la quasi sempre onirica Hurt A Long Time, l’intensa Settling Down) o estrose contaminazioni jazz-rock (l’articolata Cold Piece, otto minuti e mezzo di libera creatività). Alcune di straordinario spessore – oltre alle già citate Cold Piece, Jesus Hands, My Song e Satisfy, l’inquietantemente lisergica Breaks My Back – e altre forse meno incisive ma sempre profondamente “sentite” dall’autore e ben interpretate dagli illustri ospiti (la sezione ritmica degli Alice In Chains, più strumentisti non meno celebrati quali Norword Fisher e Angelo Moore dei Fishbone, Rex Brown dei Pantera e Les Claypool dei Primus).
È in ogni caso un grande disco di rock, Boggy Depot, più sussurrato che urlato (e non solo per ciò che riguarda il canto di Cantrell) ma non per questo meno efficace. Un disco all’insegna della pulizia mentale, se non addirittura della purificazione catartica (confrontare, in caso di scetticismo, le foto della copertina e del retro, con un Jerry simbolicamente impegnato a mondarsi dalle pressioni e dalle vicissitudini legate alla carriera della sua band), che alle incognite del futuro preferisce le rassicuranti certezze di un presente con i piedi ben saldi nella tradizione. Visti i risultati, davvero difficile dargli torto.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.303 del 28 aprile 1998

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Categorie: recensioni | Tag: | 2 commenti

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2 pensieri su “Jerry Cantrell

  1. un buon album solista che all’epoca – ammetto – ho ascoltato tanto, anche perchè con la compagnia di amici, gli Alice in Chains andavano tanto. Ovvio che la voce di Cantrell fosse molto diversa da quella del defunto cantante, ma l’effetto era comunque simile. Siamo in territori desolati, sofferti ma più maturi, come anche la musica, decisamente più roots – termine un po’ improprio – e classicheggiante. Bravo Jerry, uno dei migliori chitarristi grunge, questo sì

    • Infatti. Più o meno quello che scrissi io ai tempi. E poi, secondo me, questo disco ha davvero qualcosa in più, si capisce che viene dal – scusa la retorica – cuore.

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