Redd Kross

Quando mi è capitata sotto gli occhi questa vecchia intervista ai Redd Kross, quasi non credevo di essere stato io a farla. Colpa, per così dire, dei ritmi frenetici imposti dalla periodicità ai tempi settimanale del Mucchio, che impedivano di metabolizzare a dovere quello che accadeva. Dopo, Show World, l’album che aveva fornito l’occasione per la chiacchierata, il gruppo californiano non avrebbe pubblicato nuovi album fino a Researching The Blues, arrivato nel 2012… cosa che conferisce a questo recupero un minimo di (fra virgolette) “attualità”.

Redd Kross copShow World (This Way Up)
Ragazzi simpatici, i Redd Kross. Non solo perchè hanno sempre subordinato le loro esternazioni discografiche al fatto di avere sul serio qualcosa da dire, ma anche per la loro capacità di saltellare tra generi, trend ed etichette senza che questo vada ad alterare i termini sostanziali di un discorso che – dal popcore primordiale degli esordi alle energiche fantasie post-beatlesiane dei nostri giorni – non ha mai paradossalmente smesso di brillare per coerenza. Non vendono hamburger di plastica, i fratelli McDonald, ma appetitose pietanze rock’n’roll cucinate con estro e cura artigiana: pietanze confezionate dosando solide basi ritmico-chitarristiche, qualche spruzzata di testiere e irresistibili fragranze melodiche, oscillando tra pop, punk, glam e suggestioni paisley in un vibrante, frenetico susseguirsi di episodi mai banali a dispetto della prevedibilità dei loro elementi costitutivi.
Legatissimo agli anni ‘60, ma naturalmente portato ad assorbire anche influenze Seventies ed Eighties, il gruppo californiano ha realizzato un album elaborato nella forma ma immediato nell’impatto, dove ogni canzone – Vanity Mirror su tutte – dispensa a piene mani una freschezza e un entusiasmo che nessuno avrebbe mai preteso da un ensemble in attività da ben diciotto anni. Per chi ancora non conosce i Redd Kross, Show World è la miglior chiave d’accesso possibile al loro mondo di fiori, colori e rumori. Per gli altri, già rodati da lavori quali Neurotica, Third Eye o Phaseshifter, un’ulteriore prova di aver concesso la propria devozione a chi la meritava.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.246 del 25 febbraio 1997 

Redd Kross foto

Campi di fragole, cieli di diamanti e r’n’r
Steve McDonald, bassista e cantante, divide con il fratello Jeff (voce e chitarra) la leadership del gruppo oggi comprendente anche il chitarrista Eddie Kurdziel e il batterista Brian Reitzell (non c’è più la tastierista Gere Fennelly, dimissionaria durante le registrazioni di quest’ultimo lavoro). Raggiunto telefonicamente a Londra, Steve sfodera un entusiasmo al quale è difficile resistere, specie con gli irresistibili intrecci di ritmi, melodie e arrangiamenti scoppiettanti di Show World – una sorta di anello di congiunzione tra i Beatles psichedelici e i migliori Hoodoo Gurus – che continuano a echeggiarci piacevolmente nelle orecchie. Tanto vale, allora, lasciarsi trasportare dalla corrente dei discorsi.
Cosa ti viene in mente ripensando ai primi passi della vostra avventura?
Quando i Redd Kross hanno cominciato a suonare – era il 1979 e ci chiamavamo ancora Red Cross – non avevo neppure compiuto dodici anni. Valutando il tutto nella mia ottica infantile, trovarmi a far parte della scena di Los Angeles aveva dell’incredibile: andare in giro con i Black Flag, aprire i concerti degli Shoes… Forse la situazione era meno straordinaria di come la ricordo, però ho bene impressi nella memoria l’eccitazione e il divertimento di quel periodo.
Confrontarti così presto con obblighi professionali di un certo livello non ti ha rubato qualcosa della tua giovinezza?
No, non credo di avere sacrificato nulla, e penso di poter parlare anche a nome di mio fratello. Abbiamo iniziato a suonare da ragazzini, è vero, ma questo non implicava grandi complicazioni: le nostre giornate erano un po’ diverse da quelle dei normali teenager, ma pur facendo concerti e registrando dischi non riuscivamo a concepire il rock’n’roll in termini di carriera. Non subivamo nessuna delle pressioni tipiche del business, non c’erano strategie… addirittura non siamo mai partiti per un tour prima che io mi fossi diplomato! In un certo senso sono stato fortunato: i miei compagni di liceo si preoccupavano delle scelte da compiere dopo il termine della scuola, mentre io già immaginavo quale sarebbe stata la mia strada. Però, ti ripeto, non programmavamo nulla, lasciavamo che le cose andassero avanti da sole.
Quando avete deciso di fare sul serio?
Verso i diciannove anni, all’epoca di Neurotica. Prima ero abbastanza indisciplinato, non avevo molta costanza, ma non appena ho realizzato che il mio futuro era legato ai Redd Kross non ho avuto difficoltà a trovare un metodo di lavoro.
Considerato il successo commerciale dell’hardcore melodico, non escludevo che in Show World  vi sareste in qualche modo dedicati al recupero delle vostre radici. Il fatto che questo non sia accaduto significa che per i Redd Kross il punk è un capitolo chiuso per sempre?
Sì, direi di sì. Non voglio rinnegare nulla, ma il punk ha marchiato solo un brevissimo tratto del nostro percorso artistico. È stato molto importante perché la spinta a dedicarci alla musica è arrivata da lì, ma se ci pensi bene il nostro primo album, Born Innocent, rappresentava una specie di rifiuto del punk, una reazione alla sua metamorfosi in hardcore.
Born Innocent non mi è mai piaciuto granché: preferisco i pezzi più vecchi, quelli del mini-LP per la Posh Boy.
Posso capirlo, pur se semplicissimi sono ricchi di energia e spontaneità. Il chitarrista era Greg Hetson, poi nei Circle Jerks (e oggi nei Bad Religion, NdI), mentre il batterista, Ron Reyes, per un po’ è stato cantante nei Black Flag.
Scommetto che da quelle canzoni non avete guadagnato nulla.
Se ricordo bene, cinquanta dollari. Ci furono dati quando le registrammo per la raccolta The Siren, ma degli incassi di tutte le successive ristampe non abbiamo visto niente.
A proposito di ristampe, non pensate sia ora di ripubblicare il vostro introvabile secondo album, Teen Babes From Monsanto?
È nelle nostre intenzioni. Purtroppo, per sfortuna o incapacità, non abbiamo mai trovato contratti discografici che funzionassero come si deve. Molte delle etichette con le quali abbiamo lavorato non esistono più e quindi buona parte dei vecchi dischi non sono facilmente reperibili.
Siete soddisfatti del vostro ruolo “di culto” o lo scambiereste con un successo enorme ma effimero?
Allargare ulteriormente il nostro pubblico ci farebbe felici, ma non al prezzo di suonare qualcosa di differente da quello che ci piace e ci viene naturale. Siamo contenti di godere della stima di tanti colleghi e addetti ai lavori e non crediamo che un “culto” sia negativo, specie quando, come nel nostro caso, non è poi così sotterraneo; comunque, preferiamo essere seguiti con attenzione da un’audience solo relativamente vasta piuttosto che vendere il triplo di dischi e avere un seguito superficiale.
Cosa avete fatto negli ultimi quattro anni?
Dopo Phaseshifter, l’album del 1993, per circa due anni ci siamo dedicati ai concerti. Alla fine di questo lunghissimo tour siamo passati a scrivere le nuove canzoni, e quando tutto sembrava OK per il ritorno sul mercato mio fratello si è ammalato di mononucleosi. La sua convalescenza ha ritardato i nostri programmi, ma l’importante è che adesso Jeff stia bene e che sia pronto – come tutti noi, del resto – ad affrontare gli impegni che ci attendono.
Che mi dici della vostra ossessione per i Beatles? Puoi star sicuro che, anche a causa del discorso dei fratelli, qualcuno vi accuserà di volervi proporre come “nuovi Oasis”.
Infatti sta già accadendo, ma non possiamo far altro che invitare chi la pensa così a documentarsi sul nostro passato. Certe strutture melodiche alla Beatles sono un nostro pallino da moltissimo tempo, da molto prima della nascita degli Oasis; i Redd Kross hanno sempre vissuto in un mondo tutto loro, un mondo che non subisce influenze da parte del business. Riconosco che, entro certi limiti, simili paragoni potrebbero anche procurarci dei vantaggi, ma come musicista non posso e non voglio interessarmi di queste faccende.
Le varie fasi di realizzazione di Show World hanno richiesto tempi molto lunghi?
Ogni brano fa storia a sé. Alcuni, come My Secret Life, sono stati fermi un paio di mesi in attesa dell’ispirazione per i giusti arrangiamenti, mentre altri hanno avuto una genesi assai meno travagliata: per Follow The Leader, ad esempio, è bastato un pomeriggio. Dietro quest’album c’è comunque una grande applicazione nel comporre e un attento studio perché i pezzi prescelti fossero i migliori.

* * *

Probabile che sia davvero così, visto che la scaletta di Show World non offre davvero il fianco a critiche di sorta. Impeccabili nelle loro vivaci alchimie di power-pop e rock’n’roll, screziate di psichedelia e punteggiate di soluzioni bizzarre, le tredici nuove canzoni dei fratelli McDonald hanno la possibilità di arrivare molto, molto in alto. Offrite con fiducia il vostro aiuto per aiutarle a spiccare il volo.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.245 del 18 febbraio 1997

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Categorie: interviste, recensioni | Tag: | 2 commenti

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2 pensieri su “Redd Kross

  1. savic

    Ma come nessun commento??? l’ultimo disco è bello assai, devo ammettere che tutti i dischi degli anni 90 non li conosco, meritano? la recensione era cmq positiva assai.
    Incredibile che abbiano iniziato a 12 anni!

    • Beh, nel primo punk californiano giravano molti giovani, anche se loro erano in effetti ben più giovani della media (mai, comunque, come il cantante dei Mad Society).
      I dischi sono buoni, sì. Se ti piace il genere, vai abbastanza tranquillo.

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