Steve Von Till

Sono passati oltre dodici anni da quando il cantante e chitarrista dei Neurosis – uno dei due, in realtà – esordì da solista con un album per molti versi sorprendente, seguito abbastanza presto da un secondo e poi, parecchio più avanti, da un terzo (ci sono inoltre stati due dischi a nome Harvestman). Avendoli recensiti tutti (l’ultimo assieme a The Wake, la seconda prova del compagno Scott Kelly), mi è parso sensato accorpare i tre scritti. La speranza è che il post serva a qualcuno per scoprire, e di conseguenza amare, queste autentiche ma poco conosciute meraviglie.

Von Till cop 1As The Crow Flies (Neurot)
Capita sempre più di frequente che artisti abituati a esprimersi con quantità industriali di distorsioni e decibel sentano il bisogno di confrontarsi con suoni assai più pacati ed eterei, dove il rock non è che una lontana eco e dove l’orientamento è quello di una sorta di folk cameristico dal grande potenziale evocativo: una tendenza che trova adesso ulteriore conferma in questo debutto da solista di Steve Von Till, voce e chitarra di quei Neurosis che da oltre dieci anni si impegnano con successo nella creazione di un feroce punk-metal aperto a contaminazioni dark e sperimentali.
Di tutt’altra natura sono invece i sette episodi raccolti in As The Crow Flies, costruiti su scarni intrecci di canto sussurrato-ma-profondo e chitarre quasi sempre acustiche, ai quali si uniscono a seconda dei casi piano, violino, violoncello e percussioni. Musica lenta, ombrosa e struggente, non priva di una sua solennità quasi mistica e dotata di intensissimo fascino, che si articola in composizioni di durata anche molto diversa – dai 3’34” di We All Fall agli oltre dieci minuti della Shadows In Stone di chiusura – nella quale è facile trovare punti di contatto più o meno vaghi con Swans, Black Heart Procession, Giant Sand/Calexico e altri esponenti di quella “non scuola” che predica la tesi per la quale togliere è molto spesso meglio che aggiungere. Un album di gothic americana, comunque, per rifarsi a una definizione che non significa nulla ma che rende meravigliosamente l’idea: plumbeo, spettrale e a tratti un po’ troppo monolitico, ma capace come pochi di scavare a fondo nel cuore e nell’anima.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.415 del 24 ottobre 2000

Von Till cop 2If I Should Fall To The Field (Neurot)
Non è la prima volta che sulle nostre pagine ci occupiamo di Steve Von Till e delle sue deviazioni solistiche dal rock estremo messo in scena con i Neurosis, visto che già nel 2000 – all’epoca dell’esordio As The Crow Flies – si erano lodate le capacità del Nostro di dar vita a un suono di scuola folk etereo, evocativo e intriso di umori “dark”. Si era parlato, allora, di gothic americana, tirando in ballo Swans, Black Heart Procession e Giant Sand/Calexico: termini di paragone che restano validissimi anche per questo If I Should Fall To The Field, su cui si allunga però più di ogni altra l’ombra di Mark Lanegan. Proseguendo il suo personale viaggio nella memoria, infatti, Von Till ha ammorbidito i toni canori e leggermente arricchito le trame strumentali, accentuando la forza comunicativa di una musica profonda e misteriosa cui l’essere figlia della terra non impedisce di tendere all’interiorità così come a una sorta di trascendenza a metà tra il religioso e il pagano. E se è vero che di frequente l’impressione del plagio nei confronti del frontman degli Screaming Trees è quasi tangibile (basti pensare alla prima strofa dell’iniziale Breathe, con quel You don’t believe what you don’t see / each grain of sand beneath the sea dal quale è impossibile non restare ipnotizzati), la ragione spiega subito che il problema – se in tal modo lo si vuole definire – è quello delle radici comuni. Le stesse alle quali, del resto, si riferisce spesso Nick Cave, al cui stile è molto vicina la splendida rilettura di Running Dry (Requiem For The Rockets) ripresa dall’Everybody Knows This Is Nowhere di Neil Young.
Con quest’album di raro magnetismo e intensità, Steve Von Till entra di diritto nella schiera dei grandi cantori dell’anima, quelli ai quali è doveroso accostarsi senza remore o pudori: è infatti con l’abbandono totale che si riesce a penetrare appieno la magia dei nove episodi – il decimo è una sorta di filastrocca recitata, nel lontano 1961, dal nonno del musicista – che compongono If I Should Fall To The Field, ballate senza tempo dove chitarre preferibilmente acustiche, ritmiche discrete (se non addirittura inesistenti) e strumenti “antichi” quali violino, banjo e organo Hammond si incontrano dando corpo musicale ad atmosfere soffici, oniriche, solenni e all’occorrenza magnificamente cariche di un’inquietudine esistenziale dichiarate senza sterili (e meno che mai patetiche) ostentazioni. Possedendo la giusta predisposizione d’animo, di un disco così è facile innamorarsi, fino a farsi male. Ma capita di rado, credeteci, che la sofferenza sia così affascinante e catartica.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.505 del 15 ottobre 2002

Von Till cop 3A Grave Is A Grim Horse (Neurot)
Abituati come siamo a incontrarli e apprezzarli nei panni di co-leader dei Neurosis, alle prese con elaborati e affascinanti intrecci di post-hardcore, metal, dark, psichedelia e assortite “avanguardie”, a volte tendiamo a dimenticare che Steve Von Till e Scott Kelly sono anche e soprattutto songwriter, di norma grandi. Insomma, autori di brani che, per farsi notare, non hanno necessariamente bisogno di stratificazioni di arrangiamenti e quantità industriali di watt, ma che sanno stare in piedi, e bene, anche se sostenuti da pochi strumenti. Ciò accade nelle prove in proprio dei due chitarristi/cantanti, le cui musicalità dilatate e introspettive dichiarano forse – sarà psicologia spicciola, ma tant’è – la necessità di evadere dalle tensioni e dalle ossessioni del progetto principale per ricercare un rapporto diverso – non per forza sereno o disteso, comunque – con i suoni, le parole, le atmosfere.
Entrambi scarni nelle trame, il secondo lavoro di Kelly (il debutto, Spirit Bound Flesh, è del 2001) e il quarto di Von Till (dopo As The Crow Flies del 2000, il magnifico If I Should Fall To The Field del 2002 e il Lashing The Rye edito nel 2005 con lo pseudonimo Harvestman) ripropongono autorevolmente schemi folk di stretta derivazione country-blues, con l’accento posto ora più sull’uno e ora più sull’altro stile; non un folk “tipico”, però, ma uno virato noir dai toni spettrali e dall’approccio contemplativo-evocativo non privo di risvolti epici, che assume le sembianze di una confessione dominata da un’emotività intensa e sofferta. Se non più solare, termine senz’altro inadatto a inquadrare i contenuti dei due album, Kelly è appena meno torbido e inquietante, favorito com’è da una voce non cupa come quella del collega/sodale e da un impianto sonoro che, limitandosi quasi solo alla chitarra acustica (con qualche inserto di basso e lap steel guitar), privilegia una (pur deviata) delicatezza; più fosco e “vario”, invece, Von Till, per via della cavernosità della timbrica e dell’utilizzo peraltro sempre molto misurato di chitarra elettrica, archi, tastiere e persino batteria. Questione di sfumature, tuttavia, perché nella sostanza A Grave Is A Grim Horse e The Wake non sono poi così dissimili e, anzi, le loro scalette potrebbero scambiarsi tranquillamente gli episodi senza dar luogo ad attriti: l’ispirazione è analoga e lo stesso si può dire dei riferimenti concettuali ed estetici, il che fa comprendere ancor meglio come due personalità così enigmatiche e difficili riescano a trovare, nei Neurosis e non solo lì, una perfetta intesa.
Alla fine, però, è Steve Von Till a impressionare ed entusiasmare – a livello interiore, ovviamente – in misura maggiore, non solo per gli arrangiamenti lievemente più “mossi” e dinamici e per il fascino delle interpretazioni ma anche per la qualità di una scrittura che consente alle sette tracce autografe di non sfigurare al raffronto con le cover: Clothes Of Sand (Nick Drake), Willow Tree (l’eroe di culto Mickey Newbury), The Spider Song (Townes Van Zandt) e Promises (Lyle Lovett) sono perfette per inquadrare ancor meglio i confini espressivi di un disco notevole, all’insegna di una poetica crudemente suggestiva nella quale è facile perdersi, ipnotizzati dalle note e avvinti da parole che non lesinano in spessore letterario (ad esempio, Valley Of The Moon, che si rifà esplicitamente all’omonimo romanzo di Jack London) e in impatto immaginifico. Al confronto, il pur bravo Kelly – alle prese con soli sette pezzi tutti a sua firma – si rivela meno efficace nella sua pur appassionata classicità da hobo un po’ giù di morale, facendo pensare che avrebbe avuto più occasioni di risaltare per quel che merita con un’uscita non contemporanea al suo ingombrante “fratello di sangue”.
Distinguo di cui sopra a parte, due album da penombra e giornate più o meno uggiose, figli della malinconia e di catarsi private che sanno farsi condividere. Tra lande polverose bruciate dal sole, notti buie illuminate e riscaldate dai falò, avvoltoi che volano minacciosi e rimembranze ancestrali, il tutto avvolto in un lieve ma pungente odore di zolfo.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.647 del giugno 2008

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Categorie: recensioni | Tag: , | 2 commenti

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2 pensieri su “Steve Von Till

  1. Marco

    Dischi stupendi.

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