Metallica

Chi mi conosce sa bene che del mondo del rock preferisco di gran lunga il versante underground e che non subisco il fascino dello stardom, ma devo ammettere andare ad Amburgo, spesato di tutto dalla casa discografica, solo per intervistare Kirk Hammett fu parecchio divertente. Accadde quasi quindici anni fa in occasione dell’uscita di Garage Inc. e Il Mucchio (ai tempi settimanale) ne approfittò per dedicare alla band americana una meritatissima copertina. A parte qualche piccola divagazione si è parlato quasi solo dell’album, ma non credo che la cosa costituisca un problema.

Metallica copGarage Inc.(Mercury/PolyGram)
A quindici anni dal debutto discografico, anche per i Metallica è arrivato il momento di autocelebrarsi, seppure in modo decisamente insolito: attraverso, cioè, la ripubblicazione dello storico EP Garage Days Re-Revisited, risalente al 1987, con l’aggiunta di svariati lati B di singoli e una decina di brani incisi per l’occasione. La particolarità? Che nessuno dei ventisette episodi (tra i quali una mini e una maxi medley) è firmato dal quartetto californiano, essendo l’intero lavoro concepito come un omaggio alla musica – meglio, alle musiche – che hanno influenzato la band soprattutto agli inizi della carriera: quindi, parecchio heavy metal inglese dei primi ‘80 (Diamondhead, Motörhead, Holocaust) misto a calate nel punk più o meno hardcore (Misfits, Discharge, Anti-Nowhere League), con qualche scelta “classica” (Blue Oyster Cult, Black Sabbath, Thin Lizzy, Budgie, Lynyrd Skynyrd) e un paio di riprese abbastanza insolite (Killing Joke, Nick Cave). Un quadro composito, insomma, ma reso per lo più coerente da una imprescindibile metallicizzazione, che sorprenderà solo in parte il pubblico dei fan più attenti ma che stupirà e/o appassionerà non poco chi ha una conoscenza superficiale dell’ensemble così come quanti sono rimasti indissolubilmente legati alla prima fase artistica del gruppo, quella di Kill’em All, Ride The Lightning e Master Of Puppets.
Si può parlare, dunque, di una sorta di (temporaneo) desiderio di “ritorno alle origini”? Per certi versi sì, anche se la Turn The Page di Bob Seger proposta come singolo e la Astronomy dei Blue Oyster Cult che potrebbe in futuro interpretare il medesimo ruolo, vantano il (pur valido) codice genetico dei Metallica dei ‘90 ed otterranno di conseguenza quantità industriali di passaggi radiofonici, e anche se una ballatona melliflua come la Tuesday’s Gone dei Lynyrd Skynyrd proposta quasi in chiusura disgusterà parecchi headbanger di ristrette vedute. Nel complesso, comunque, un (doppio) album policromo e ricco di motivi di interesse, che oltre alle doti strettamente musicali mostra anche come la band non dimentichi le proprie radici… in grado, una volta in più, di fungere da ali per il suo ancor lungo volo.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.328 del 17 novembre 1998 

Metallica fotoBack In Garageland
Kirk Hammett è seduto su un comodo divano del suo hotel di Amburgo, in un gigantesco salotto con vista panoramica sull’Außenalster. La sua presenza in terra tedesca è dovuta alla necessità di incontrare gli inviati di varie riviste europee per approfondire l’argomento Garage Inc., il doppio CD di cover con cui i Metallica hanno deciso di autocelebrarsi onorando il loro passato ma soprattutto le loro radici. È sorridente e cordiale, il chitarrista del gruppo californiano, dalla stretta di mano di presentazione ai saluti (con foto-ricordo di rito) di una quarantina di minuti più tardi. E durante la conversazione non si mostra evasivo né si distrae, nonostante la particolare natura dell’ultimo progetto discografico comporti alcune domande – a cominciare da quella iniziale – drammaticamente scontate.
Allora, perché un album composto esclusivamente da cover?
Come sai, nel 1987 abbiamo pubblicato Garage Days Re-Revisited, un EP con rifacimenti di brani di artisti dei quali, in misura maggiore o minore, abbiamo subito l’influenza: Diamond Head, Holocaust, Killing Joke, Budgie e Misfits. Due anni dopo l’abbiamo cancellato dal catalogo con l’idea di approntarne, in futuro, una ristampa che contenesse anche altre delle nostre cover preferite. Per attuare la cosa abbiamo impiegato quasi dieci anni, ma alla fine ci siamo riusciti…
A spingervi a farlo è stato il desiderio di guardarvi indietro, magari misto a un pizzico di nostalgia?
Non so dirti se “nostalgia” sia il termine giusto, ma sentivamo il bisogno di ribadire le nostre radici. Alcuni dei pezzi che abbiamo inciso solo ora li suonavamo già quindici anni fa, e fissarli su nastro è stato come tornare indietro nel tempo, ricordarsi da dove veniamo e capire ancora meglio il modo in cui siamo arrivati dove ci troviamo oggi. Registrare queste canzoni è stato un po’ come rivivere il periodo degli esordi, visto che tutte, e tutti i musicisti che le hanno scritte, sono stati per noi fondamentali fonti di ispirazione.
Compreso Bob Seger?
No, per carità, quella è l’unica eccezione: nessuno di noi è suo fan e io, in particolare, detesto quel suo approccio così retorico al r’n’r. Tutti, però, ci ritroviamo nel testo di Turn The Page, dedicato alla vita on the road e ai brividi che si provano nel salire sul palco: avendo trascorso in tour buona parte dei nostri quindici anni di carriera ci rispecchiamo in quelle parole al punto che ci è sembrato naturale proporre il brano. Inoltre, lavorandoci su, siamo riusciti a trasformarlo in qualcosa di nostro.
Nel realizzare una cover, a cosa mirate?
In generale non vogliamo stravolgere le strutture: cerchiamo di mantenerci abbastanza fedeli ai modelli, anche se modifichiamo gli arrangiamenti, eliminiamo o aggiungiamo parti e io cambio tutti gli ”a solo”. È ovvio che i pezzi di gruppi a noi affini, come ad esempio i Diamond Head, non sono molto diversi dagli originali, mentre altri risultano abbastanza adattati: pensa a Turn The Page, che è stata molto irrobustita e amalgamata dal punto di vista strumentale e canoro, o alla medley dei Mercyful Fate, che unisce in modo anomalo ben cinque brani. L’obiettivo è conferire alle cover un suono “alla Metallica”, al punto che chi le ascolta senza conoscerle possa pensare che si tratti di nostre composizioni.
Questo, però, non accade affatto in Tuesday’s Gone dei Lynyrd Skynyrd, la cui dolcezza sconvolgerà i vostri fan della prima ora.
Pazienza. In effetti non sembra proprio un pezzo nostro, viste le sue armonie acustiche e le sue atmosfere delicate. L’abbiamo incisa lo scorso anno a San Francisco, nel corso di uno show radiofonico, ed è l’unico pezzo a vedere la presenza di ospiti: ci sono, tra gli altri, Jerry Cantrell degli Alice In Chains, Les Claypool dei Primus, John Popper dei Blues Traveler… il risultato è bizzarro, ma c’era un tale feeling che alla fine abbiamo escluso l’ipotesi di una nuova registrazione. L’album aveva forse bisogno di qualcosa di un po’ imprevedibile e destabilizzante.
Come del resto, seppur per altre ragioni, i Mercyful Fate, una delle più grandi cult-band del metal degli ‘80. Quando li hai scoperti?
Li ho amati subito, dall’epoca del primo EP. Nonostante le loro inclinazioni progressive inventavano riff fantastici, tra i migliori che abbia mai sentito, e King Diamond era un personaggio pazzesco: avevano tutte le carte in regola per ottenere il successo su vasta scala, ed è un peccato che si siano sciolti così presto.
E della scelta di Loverman di Nick Cave cosa mi dici?
Anche se tutti fanno fatica a crederci, Nick Cave ha esercitato una grande influenza su James (Hetfield, il cantante e chitarrista, NdI). Cave vanta una enorme capacità di giocare sui contrasti, evocando suggestioni cupe con l’utilizzo di melodie dolcissime, e inoltre è “spesso” e pesante sotto il profilo dei testi tanto quanto noi possiamo esserlo musicalmente.
A giudicare dalla scaletta, l’influenza più rilevante sembra comunque essere quella dell’hard rock inglese a cavallo tra ‘70 e ‘80, vedi Diamond Head e Motörhead.
I Diamond Head sono da sempre una grande passione di Lars (Ulrich, il batterista, NdI), ma piacciono molto a tutti noi: non a caso le cinque loro cover presenti in Garage Inc. sono state registrate in un larghissimo arco di tempo, tra il 1983 e quest’anno. Amiamo molto anche i Motörhead, soprattutto per la loro ruvidezza e la loro energia, e i loro quattro remake meritavano un’esposizione maggiore rispetto a quella finora ottenuta come B-side di singoli.
Mi ha colpito l’inclusione dei due brani dei Discharge.
Doverosa, direi: sono stati un gruppo crossover ante litteram, uno dei primissimi a contaminare hardcore-punk e metal. Era una vita che volevamo incidere The More I See, e una volta creatasi l’occasione abbiamo fatto anche Free Speech For The Dumb, un altro grande pezzo.
Restando in ambito punk: So What degli Anti-Nowhere League, nel 1981, fu censurata a causa del testo. La cosa ebbe un peso nella decisione di inciderla?
No, è solo che nei primi anni ‘80 Lars la ascoltava talmente spesso che abbiamo subito una specie di lavaggio del cervello. La nostra versione risale al 1989, uscì come lato B di The Unforgiven nel ‘91.
In generale, come siete arrivati all’accordo sulla scelta dei nuovi pezzi?
Ognuno di noi aveva le sue preferenze, ma la selezione è stata comunque abbastanza semplice: cose come The More I See dei Discharge, Die Die My Darling dei Misfits, Astronomy dei Blue Oyster Cult e Sabbra Cadabra dei Black Sabbath, per esempio, ronzavano nelle nostre menti già da anni, e tutti eravamo d’accordo sul fare qualcosa dei Thin Lizzy…
La sequenza dei due CD è venuta fuori per caso o c’è dietro qualche riflessione particolare?
No, un minimo ci abbiamo pensato: nel CD inedito, per esempio, Turn The Page è la quarta traccia perchè di solito quello è il posto delle ballate, e i due brani dei Discharge sono stati volutamente collocati in apertura e chiusura. Per quanto riguarda il secondo CD ci è parso logico iniziare con Garage Days Re-Revisited, e ci divertiva l’idea di concludere la scaletta con il blocco di canzoni dei Motörhead.
Ritieni che Garage Inc. spingerà qualcuno verso la scoperta degli originali?
Non so, ma sinceramente mi auguro che la nostra popolarità serva a risvegliare una certa attenzione nei confronti di quelle band. Pensa ai Discharge o ai Misfits, ma anche a gente come Blue Oyster Cult, Thin Lizzy e Black Sabbath. Ti sembrerà incredibile, ma più di una volta mi è capitato di conoscere gente che non ha mai sentito nominare i Black Sabbath.
In verità non me ne stupisco affatto, visto come moltissimi giovani vadano in cerca dell’attualità a ogni costo e se ne infischino del passato e delle sue lezioni.
Sono d’accordo. Io ho quasi trentasei anni, e naturalmente il mio approccio è diverso: ritengo che per chiunque voglia prendere in mano uno strumento la conoscenza della storia della musica sia indispensabile, non solo i dischi di un decennio o un ventennio fa ma addirittura quelli degli anni ‘30 e ‘40, da cui il rock non può proprio prescindere. Sapere che cosa è accaduto prima consente di inquadrare le realtà attuali nella giusta prospettiva.
Come ti comportavi, in questo senso, da adolescente?
Frequentavo assiduamente i negozi di vinile usato, sia perché gli acquisti erano molto convenienti e sia perché potevo trovare con facilità rock degli anni ‘60 e dei primi ‘70. Mi piaceva scoprire certe cose del passato, e ancora oggi ho conservato il medesimo atteggiamento nei confronti del blues e del jazz.
Nonostante siate assieme da un mucchio di anni non sembrate mai essere in crisi di rapporti, e, anzi, date un’idea assoluta di compattezza. Cos’è che vi mantiene così uniti?
So che è una risposta banale, ma credo che tutto dipenda dalla cosiddetta chimica: musicale, innanzitutto, ma anche umana. Siamo diversi, ma perfettamente compatibili nell’approccio agli strumenti e alla vita in genere. Sono convinto che i Metallica siano uno di quei gruppi in cui l’insieme è superiore alla somma delle singole parti che lo compongono, e forse è per questo che nessuno di noi ha realizzato lavori da solista.
Per parecchio tempo avete pubblicato con una certa parsimonia, mentre negli ultimi tre anni la vostra discografia si è arricchita di ben tre album. È forse cambiato qualcosa nelle vostre strategie di mercato?
In un certo senso, sì. Siamo meno giovani, abbiamo le nostre famiglie e non ce la sentiamo più di imbarcarci in tournée mondiali che durano due anni: preferiamo, invece, un’attività più regolare, con una normale alternanza di uscite discografiche e relativa serie di concerti. La decisione è maturata al termine del tour del Black Album, eravamo talmente stressati e stanchi di convivere per mesi e mesi che l’intesa di cui parlavamo prima ha rischiato di incrinarsi.
Quali sono i più bei ricordi di questi tuoi quindici anni?
Tantissimi. D’istinto ti direi l’aver suonato a Mosca nel 1991 o l’essere stati ospiti al “Saturday Night Live” l’anno scorso. Su un piano più pratico, i momenti davvero straordinari sono quelli della conclusione degli album: sapere che il disco è finito, e che non ci si deve più preoccupare di come suonare o mixare questo o quello perchè tanto non è più possibile intervenire, dà come un senso di liberazione.
Qual è il tuo album preferito dei Metallica?
Master Of Puppets: all’epoca dell’uscita era diverso da qualsiasi altra cosa ci fosse in circolazione, e penso che anche adesso risulti molto attuale.
Ti ci vedi, fra altri tre lustri, ad essere ancora un Metallica?
Quindici anni non so proprio, mi sembrano davvero tanti, ma una decina direi di sì, specie adesso che abbiamo trovato il nostro equilibrio con i dischi e i tour. Sono convinto che una maggiore tranquillità nella gestione della carriera favorisca la longevità dei gruppi.
A proposito di attualità: cosa ne pensi delle inclinazioni elettroniche di buona parte dell’odierno metal? I Korn sono addirittura arrivati al primo posto delle classifiche americane.
Ritengo sia un fatto salutare, davvero: la musica deve cambiare e aggiornarsi perchè la gente continui a interessarsene, se viene lasciato ristagnare il rock non può far altro che morire. Il metal ha operato una nuova sterzata, raggiungendo così un pubblico vergine: questo è molto positivo, è importante che le tradizioni si perpetuino tenendo però sempre il passo con i tempi.
I Metallica si muoveranno mai in una direzione analoga?
Non so, sinceramente. Non mi sento di escludere a priori una simile eventualità.
Avete già stabilito quale sarà l’orientamento del vostro prossimo “vero” album?
Ho scritto parecchio, ma essendoci un anno di tempo il materiale deve essere ancora completamente vagliato ed elaborato assieme al resto del gruppo: potrebbe accadere qualsiasi cosa. Non ho assolutamente idea di come suonerà il nuovo disco, nessuno di noi quattro lo sa, e questo rende più affascinante il nostro lavoro: come sempre andiamo avanti, aspettando con ansia di vedere come andrà a finire.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.329 del 24 novembre 1998

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Categorie: interviste, recensioni | Tag: | 4 commenti

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4 pensieri su “Metallica

  1. L’album dopo, a cui accenna Kirk nell’intervista, sarebbe poi stato St. Anger… bella merda…

    • Sicuramente non uno dei capitoli migliori della discografia, per usare un eufemismo. Però, secondo me, non proprio orribile, anche di sicuro fuori fuoco e un bel po’ interlocutorio. Poi, certo, i Metallica con la M maiuscola sono un’altra cosa.

  2. non ho mai capito il perchè ci si è tanto accaniti con St.Anger….a me è piaciuto e tanto …diverso da tutto quello che hanno fatto i Metallica in passato. De Gustibus||||

    • Di sicuro in passato hanno fatto (ben) di meglio. Però devo ammettere che anch’io, recensendolo all’epoca, non è che ne parlai così tanto male…

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